Istigazione al suicidio

Okay, lo sanno tutti. Nel Medio Evo si abbreviava ogni singola parola, quando si doveva scrivere.
Del resto, la carta non esisteva, la pergamena era costosissima, e gli amanuensi avevano un sacco di cose da copiare e poco tempo per farlo. E allora si faceva esattamente come facciamo noi con gli sms: si abbreviava.
“Nomen” si scriveva NMN, ad esempio.
Aīa stava per “anima”.
9 indicava “us”, quindi una specie di av9 voleva dire “avus”.
Tralasciamo il fatto che io, in un impeto di masochismo, abbia scelto anni fa di occuparmi per tutto il resto della mia vita di testi scritti in questo modo, e consoliamoci pensando che esistono dei corsi appositi che insegnano a leggere le grafie di questi psicotic grandi pensatori del Medio Evo.

Fatto sta che, corsi o no, io ho passato un brutto quarto d’ora quando ho letto che la biblioteca del monastero di San Gallo possedeva sette splendidi Actaplor. Nel nono secolo dopo Cristo, il monastero di San Gallo poteva vantare sette, piccoli, splendidi actaplor: e che diavolo è, un actaplor?, mi chiedevo con i sudori freddi.
Me lo immaginavo come un piccolo mostriciattolo medievale, uno di quegli ibridi metà elefante e metà formica che spopolavano tanto nell’immaginario antico. Un mostriciattolo da compagnia, un animaletto domestico che si accoccolava ai piedi degli amanuensi mentre loro scrivevano.
Sette piccoli actaplor che zampettavano per San Gallo nel nono secolo dopo Cristo. Era visione molto romantica.

Poi, dopo un quarto d’ora di profonda crisi esistenziale, ho finalmente capito.
E qualche giorno fa sono entrata in una classe di Seconda Liceo, per tenere, su richiesta del professore, una lezione sulle biblioteche medievali e sui monaci amanuensi.
Gli actaplor me li ero conservati per ultimi, come pezzo forte. ‘Sconvolgerò questi ragazzini’, mi dicevo man mano che si avvicinava la fine della lezione: ‘mostrerò loro una parola così difficile che se la ricorderanno quantomeno per tutto il pomeriggio’.
“Non preoccupatevi se non la capite”, ho sogghignato al momento giusto girandomi per scriverla alla lavagna: “questa ve la faccio vedere come curiosità, ma io stessa ci ho messo quasi venti minuti per interpretarla”.

C’è stato un lungo silenzio, quando io ho finito di tratteggiare la parola e ho invitato i ragazzi a provare a leggerla. Venticinque facce sperdute, ventisei contando quella del professore – e io mi sono sentita realizzata e potente, e ho sorriso pregustando le ipotesi folli che i ragazzini avrebbero tirato fuori…
Fino a che, dopo cinque secondi cinque di riflessione, una bimbetta coi codini ha alzato la mano, dal suo banco in ultima fila. “Saranno gli Acta Apostolorum, no?”, ha osservato in tono di ovvietà, e con stupore. “Non è mica difficile, a me pare evidente!”.

Per fortuna che alle finestre c’erano le grate anti-caduta, perché a me era venuta una gran voglia di buttarmi giù dal terzo piano.

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