Vite di Santi e Beati

San Faustino, l'amato dai single. Ovvero: la disperazione di un Imperatore

Dunque.
Siccome ho scoperto che qui dentro è pieno di gente che lo venera con particolare devozione, mi è sembrato opportuno fare qualche ricerca su questo povero San Faustino, immotivatamente eletto a “patrono” dei single da qualche anno a questa parte.
Sì, insomma: io non avevo la più pallida idea, di chi fosse ‘sto San Faustino.
E nemmeno voi, scommetto.

Beh: tanto per cominciare, San Faustino non era single. Anzi, bastava che schioccasse le dita, e poteva avere a sua disposizione tutte le donne che voleva: questo Faustino era un gran bel pezzo di ragazzo, nobile, ricco, e sportivo; per di più era anche entrato nell’ordine equestre, ed era diventato un cavaliere. Un lavoro redditizio e molto stimato, nella Brescia del secondo secolo dopo Cristo: un po’ come i nostri calciatori, insomma. Quindi, sicuramente San Faustino non era single: anzi, sarà stato pieno di Veline tutte desiderose di compiacerlo.
Per di più, San Faustino non soffriva di solitudine anche perché girava sempre in coppia: aveva uno splendido rapporto con suo fratello Giovita – che, a dispetto del nome, era anche lui un gran bel pezzo di ragazzo, ricco, atletico, desiderato, e desiderabile. Peraltro, anche San Giovita è morto il 15 di febbraio, e anche san Giovita è festeggiato quest’oggi assieme a suo fratello: non si capisce perché l’unico a diventare il beniamino dei single sia stato San Faustino. Ma, tutto sommato, io me lo immagino tutto contento, San Giovita, che lì in Paradiso prende in giro il suo povero fratello diventato l’idolo delle zitellacce.

Faustino e Giovita, a dirla tutta, discendevano da una famiglia pagana. Però, un bel giorno, avevano incontrato il vescovo Apollonio e avevano deciso di ascoltare quello che lui aveva da dire: in breve, Apollonio li aveva convinti della bontà dei suoi discorsi, li aveva convertiti, e li aveva anche battezzati.
Poi, visto che i due fratelli erano diventati cristiani ferventi, e molto attivi nella predicazione, li aveva anche investiti di incarichi ufficiali: Faustino era diventato un presbitero, e Giovita un diacono.
Ma un gran bel pezzo di ragazzo che si fa presbitero è qualcosa di molto pericoloso, soprattutto se poi pretende di evangelizzare tutti i suoi amici ricchi e potenti: insomma, alcuni nobili bresciani decisero di denunciare i due fratelli, invocando l’attuazione delle direttive imperiali. In tutto l’Impero Romano, era appena stata bandita una persecuzione contro i Cristiani.

A Faustino e Giovita fu chiesto di rinnegare Cristo e compiere sacrifici per gli dei pagani, sotto minaccia di decapitazione.
Faustino e Giovita sollevarono le sopracciglia e commentarono “ma manco morti”, e dunque vennero sbattuti in galera.

Allora si mobilitò l’Imperatore stesso, che andò a visitarli di persona durante una sua visita a Brescia: ordinò loro di dichiarare la propria fede al Re Sole, che non era Luigi XIV ma era la più importante divinità romana.
Faustino e Giovita, che stavano francamente iniziando a rompersi le scatole con tutta questa insistenza, presero il primo bastone che avevano a disposizione e iniziarono a menare botte alla povera statua del dio.

Al che, l’Imperatore Adriano se ne ebbe a male e decise di far giustiziare quei due impudenti: radunata tutta Brescia nell’arena del circo, ci fece sbattere dentro i due fratelli affinché fossero calpestati dai tori.
Faustino e Giovita guardarono i tori e ordinarono loro “cuccia, bestiola!”. I tori si immobilizzarono ai piedi dei ragazzi e iniziarono a leccargli le mani come teneri agnellini, e Faustino e Giovita ebbero anche gioco facile a esortare alla conversione tutto il pubblico presente.

L’Imperatore Adriano cominciò a irritarsi per quei due seccatori, e ordinò che fossero bruciati vivi.
La pira venne preparata e il fuoco fu acceso, ma le fiamme si rifiutarono di lambire le vesti dei due ragazzi, che nel frattempo chiacchieravano allegramente e esortavano il popolo alla conversione.

L’Imperatore Adriano si irritò ulteriormente e li fece trasferire a Milano, in modo tale che ai Bresciani non venissero strane idee in testa.
Chiusi nell’ala di massima sicurezza del carcere imperiale di Milano, Faustino e Giovita riuscirono a evadere giusto in tempo per farsi due passi in città, essere notati da mezzo mondo, battezzare un cospicuo quantitativo di persone, e tornare in carcere nella serena accettazione del loro destino.

L’Imperatore Adriano cominciò seriamente a perdere la pazienza, e decise di uccidere quei due impudenti nella maniera più dolorosa e umiliante: proprio per mettere in ridicolo il loro status di cavalieri, li fece sottoporre al supplizio dell’eculeo: era una terribile macchina di tortura, dalla forma simile a quella di un cavallo.
I due ragazzi si produssero in uno splendido rodeo in piazza, cavalcando senza problemi questa macchina infernale, e se ne tornarono in cella felici e contenti senza aver versato nemmeno una goccia di sangue.

Visto che la cosa stava cominciando a diventare veramente irritante, l’Imperatore Adriano li fece trasferire a Roma e li diede in pasto alle belve del Colosseo: ma anche in quel caso le tigri più feroci si accucciarono ai piedi dei fratelli, e miagolarono come teneri gattini.

Sull’orlo di una crisi di nervi, Adriano li fece trasferire a Napoli con una nave: ma a Napoli la nave ci arrivò con tutta la ciurma battezzata e convertita, dopo che i due fratelli avevano miracolosamente placato una tempesta che avrebbe ucciso tutto l’equipaggio.

Iniziando a strapparsi i capelli per la disperazione, Adriano ordinò che quei due delinquenti venissero portati al largo da un equipaggio di miscredenti convinti, e abbandonati in pieno mare per fare da pasto ai pesci.
Due giorni più tardi, Faustino e Giovita furono avvistati passeggiare tranquillamente sulla splendida costiera amalfitana, dopo che un esercito di angeli li aveva messi in salvo e riportati a riva.

Il povero Adriano riuscì finalmente ad ammazzare quei due sfrontati solo il 15 febbraio di un anno molto lontano, dopo averli inseguiti per mezza Italia e dopo aver tirato loro chissà quanti accidenti. Se andate a Brescia, nella chiesa dedicata ai due martiri, potete vedere ancora oggi le loro reliquie.

Peraltro, c’è da dire che Faustino e Giovita continuarono ad essere dei gran bei pezzi di ragazzi, atletici e valorosi, anche dopo la morte, visto che nel 1438 tornarono a passeggiare per Brescia sfoggiando la loro bellezza e il loro potere. Era il 13 dicembre, festa di Santa Lucia, e Milano stava assediando la città di Brescia con particolare determinazione e furore. Evocati dalle preghiere dei loro concittadini, Faustino e Giovita uscirono dalla tomba e apparvero sulle mura della città assediata, incoraggiando i soldati e imbracciando le armi, per combattere, forse, la loro ultima battaglia. Palleggiando con la stessa agilità che contraddistinguerebbe un giocatore di pallavolo, Faustino e Giovita respinsero le palle di cannone con la sola forza delle loro mani: i Milanesi, comprensibilmente, si allarmarono e se la diedero a gambe, mentre i cittadini bresciani esultavano e correvano a ringraziare i loro Santi protettori.

Insomma: niente a che vedere con i single?
Beh, non proprio. In effetti, i due fratelli avevano una certa specialità nei rovinare i matrimoni: quindi, in un certo senso, la cosa vi potrebbe sollevare per il famoso detto “mal comune, mezzo gaudio”.
Ad esempio, a Brescia, negli spalti del circo in cui Faustino e Giovita avrebbero dovuto essere sbranati, sedevano anche un marito e una moglie: il signor Italico, e la sua sposa Afra. Non so dirvi se fossero innamorati o meno: fatto sta che erano sposati, e vivevano assieme felici e contenti. Fintanto che Afra non decise di convertirsi al Cristianesimo dopo aver visto le gesta dei due giovani, quantomeno: a quel punto, il povero Italico fu mollato per un Amore più grande, e rimase solo e sconsolato senza moglie e senza serve, che a loro volta avevano deciso di seguire la padrona in una vita di rettitudine e pentimento.

Per cui, non so… se proprio siete disperati, potete sempre provare ad invocare San Faustino e San Giovita. Chissà: magari spingono a farsi suora quella insopportabile biondona rifatta per la quale siete state cornificate.

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