"Grazie"

Io gli piacevo: era piuttosto evidente.
Sì, insomma, gli piacevano tutti i giovani come me: vedeva in noi una speranza per il futuro, pellegrini da indirizzare sulla strada che lui aveva già percorso.
Quindi io gli piacevo, sì: credo di poterlo affermare con sicurezza.
Lui, a me, non è che piacesse più di tanto.

Era brusco, e ruvido ben oltre il sopportabile. Circondata da uno stuolo di gente che mi avrebbe volentieri baciato i piedi, pur di ringraziarmi per il lavoro volontario che svolgevo per loro ogni giorno… beh, lui non riuscivo assolutamente a capirlo.
Dava per scontato che io fossi lì e che lì ci sarei rimasta, in salute e in malattia et in saecula saeculorum amen. Dava per scontato che io avrei continuato a svolgere il lavoro che stavo facendo, e che avrei accettato senza fiatare gli incarichi aggiuntivi che mi sarebbero eventualmente stati assegnati: il che è un atteggiamento francamente irritante, se sei una lavoratrice volontaria che non percepisce stipendio alcuno.
Quando io gli dicevo che stavo impazzendo per conciliare il lavoro e i miei prossimi esami, lui non mi diceva né “brava” né “poverina”. E non è che io mi aspettassi lodi o particolari complimenti – però sì, francamente me li aspettavo.
Un giorno, un suo collega ci aveva esortati ad ammirare un suo giovane studente, che per intervenire al nostro convegno aveva rinunciato a preparare un esame imminente. Lui aveva aspettato che finissero gli applausi e poi aveva commentato che non c’era proprio niente da applaudire: se il ragazzo si fosse organizzato meglio, avrebbe potuto preparare sia l’esame sia l’intervento per il convegno, e grazie tante.
Quando io prendevo in mano il microfono e cominciavo a parlare, lui incrociava le braccia e mi fissava impassibile. L’intervento finiva, ed era l’unico a non battere le mani: se proprio aveva apprezzato si sbilanciava in un discreto segno del capo. E grazie tante.
Sì, insomma: diciamo pure che, al primo impatto, l’avrei preso volentieri a schiaffi.

Però, ogni tanto, inaspettatamente, si apriva.
Mi tamburellava sulla spalla mentre io ero seduta a leggere da sola sul terrazzo, e mi confidava privatamente di aver particolarmente apprezzato quella cosa che avevo detto, o quell’atteggiamento che avevo avuto.
Avrebbe potuto essere mio nonno, ma mi trattava da sua pari; avrebbe potuto fare mille cose più piacevoli, e invece mi confortava quando io ero malata.
Conosceva molto più di quanto io potrei anche solo immaginare un giorno di conoscere, eppure non esitava a chiedermi aiuto. Non “collaborazione”, non “un consiglio”: aiuto.
Aveva cominciato a chiamarmi con lo stesso soprannome che usava per me mia nonna, quand’ero una bambina; e ogni tanto si illuminava di sorrisi inaspettati e radiosi, che bastavano da soli a rasserenare il giorno.
E’ stato il primo a farmi capire che nel volontariato – il mio, il vostro, quello di tutto il mondo – non c’è proprio niente di eccezionale: anzi, è naturale e ovvio prestarsi a collaborare per qualcosa cui si tiene particolarmente. Motivo per cui potevo anche scordarmelo, di aspettare che lui mi dicesse “grazie”.

Mi ha insegnato l’umiltà, perché a vent’anni non è facile essere umili; e mi ha insegnato a confidare in me stessa sempre e comunque, perché a vent’anni non sempre si è veramente forti.
Mi ha insegnato milioni di altre cose, ed è riuscito a farlo con il suo solo modo di essere. Mi ha dato tanto, e in pochissimo tempo; e mi chiedo quante altre cose avrebbe potuto trasmettermi, se un terribile male non ce lo avesse portato via la notte  di sabato.

Non ho potuto visitarlo, non ho potuto salutarlo, non ho potuto dirgli addio, e non ho potuto partecipare al suo funerale. Non ho potuto confortarlo nei giorni duri della sua malattia (e se anche mi fossi azzardata, probabilmente m’avrebbe mandata a stendere), e non ho potuto dirgli tutte quelle cose che invece avrei voluto.
E allora lo scrivo su questo blog, certa che in qualche modo lui lo stia già leggendo. Perché neanche io, nonostante tutto, gli avevo mai detto “grazie”.

13 pensieri su “"Grazie"

  1. Lucyette ha detto:

    Grazie a tutti, e abbracci ricambiati :*

    ironkraken (a parte che non so mai se chiamarti ironkraken o Disegno Fuliggine: è a mia scelta? :P)
    Beh, a parte questo, dicevo: la cosa più sorprendente, poi, è che alla fin fine non era affatto burbero :)
    Cioè, sì, lo era tremendamente (se fossi stata al posto del ragazzo che aveva dovuto saltare l’esame, credo che l’avrei preso a calci :P)… ma, del suo carattere, non è quella la prima cosa che si ricorda.
    E nemmeno la seconda o la terza o la quarta… :-)

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