Personale

La solita Storia

Pare che oggi sia San Valentino.
L’ho realizzato l’altroieri e per puro caso, quando un sito che vende abiti su Internet ha pensato di farmi cosa gradita mandandomi una e-mail: mi consigliavano di sedurre il mio boy con un peplo super-sexy. I pepli saranno il must dell’estate 2009, mi assicurano.
Che a poi me sfugge la logica per cui dovrei andare da loro a comprarmi un peplo, quando un peplo me lo posso fare benissimo con la mia tovaglia smessa, ma questa è un’altra storia. Fatto sta che i pepli vanno molto di moda, e che oggi è San Valentino.

A questo punto, probabilmente vi state aspettando un post a tema – che so, sul mio grande amore.
E invece io vi parlo del mio lavoro. Che in effetti è anche il mio grande amore, a dirla tutta.
Ma vi parlo del mio lavoro per una ragione ben precisa: giusto qualche giorno fa, appena in tempo per festeggiare San Valentino, i ricercatori della Facoltà di Lettere e Filosofia di Arezzo – in un certo senso, potremmo definirli “i miei colleghi” – hanno fatto una scoperta non da poco: una lettera d’amore.
Una lettera d’amore in diretta dal Medio Evo: una delle primissime lettere d’amore della Storia, se la data non è sbagliata e l’identificazione è corretta.
Una lettera d’amore preziosissima, insomma, scritta da Guido II dei conti Guidi di Casentino alla sua adorata moglie, la contessa Imilde. Siamo nel 1017.

Tanto per farvi capire la mia profonda disperazione esistenziale, vi faccio vedere il testo della lettera così come è apparso ai ricercatori di Arezzo. Peraltro, il fatto che io abbia scelto consapevolmente di occuparmi per tutto il resto della mi vita di cosi scritti in questa maniera, dovrebbe dirvi molto sulle mie precarie condizioni di salute mentale.

Mi scuserete se non vi fornisco una trascrizione completa: peraltro, vista la bassa qualità della foto, non sono nemmeno certa di aver capito benissimo tutte le parole.
Ma ho capito perfettamente alcuni concetti base: il signor Guido non riusciva a descrivere a parole il suo dirompente amore per la diletta moglie, e sarebbe stato disposto a attraversare a nuoto il mare pur di tornare a casa a riabbracciarla. Sciaguratamente, il poveretto era bloccato a Pisa e non riusciva a trovare una scorta affidabile con la quale poter fare ritorno in patria: nel frattempo, sperava tanto che il suo trottolino amoroso dudù dadà continuasse a pensarlo e lo attendesse con fedeltà fiduciosa: perché lui la amava proprio tanto, e per lei sarebbe stato disposto a morire, e si ricordava addirittura del profumo del suo amore.
Insomma: arrivata alla penultima riga di questa lettera, era maturata in me la granitica certezza di star leggendo un falso. Siamo ragionevoli: quale individuo di sesso maschile sarebbe mai stato capace di scrivere una roba su ‘sti toni, tutto romantico e dolce e premuroso e carino?
Naaaa!

Poi, ho letto l’ultima riga.

Per tutto questo, moglie carissima, ti esorto fortissimamente a occuparti delle faccende domestiche, e di crescere bene i tuoi figli (sic!), e di raccogliere i frutti delle vendemmie.
Al mio ritorno, constaterò di persona che tu abbia fatto tutto ciò che io confido che tu stia facendo.

E allora sì che mi sono rasserenata. Okay: è indubbiamente un manoscritto autentico!

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