La storia di Gwladys e Gwynllyw: seconda parte

Ci eravamo lasciati due giorni fa con la triste storia di santa Gwladys, e adesso ricominciamo da dove ci eravamo salutati.
La giovane principessa Gwladys, bellissima figlia di san Brychan, re di Brycheiniog, era stata brutalmente rapita dal feroce Gwynllwg, malvagio sovrano di un regno confinante. Con la complicità di re Artù (!), il criminale aveva sequestrato la poveretta e se l’era portata a casa, per farla sua.
Riuscirà Gwladys a liberarsi dalle grinfie del suo sequestratore?
Giungerà un miracolo divino a cambiare le sorti dell’infelice fanciulla?
Lo scoprirete solo leggendo, signori e signore, in una nuova puntata di

Ma che sant’uomo!

ovverosia

Tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che men che meno avreste osato chiedere


Di miracoli divini, tanto per cominciare, non se n’era vista l’ombra.
Gwladys non si era liberata; Gwynllwg non si era ravveduto; re Artù non aveva avuto alcun pentimento. La povera fanciulla era finita dritta dritta nel castello del suo sequestratore e ci aveva trascorso mesi tutt’altro che piacevoli.
Gwynllwg, che nel frattempo aveva quantomeno avuto la finezza di sposare Gwladys con regolare matrimonio, era un pazzo, un violento, un assassino. Per di più, era anche pagano e impediva a Gwladys di praticare la sua fede: la poveretta era veramente disperata.

Un giorno Gwladys restò incinta, e pianse calde lacrime al pensiero di aver dato una discendenza a quell’uomo senza cuore.
Un giorno il figlio nacque, e Gwladys si perse negli occhi del bambino pur di ignorare le gesta del marito: che, tanto per festeggiare, aveva pensato bene di fare una scorreria nel Gwent per celebrare il lieto evento.

Raccolti distrutti. Bestiame razziato. Case messe a ferro e fuoco e contadini che scappavano disperati per aver salva la vita. Era in questo modo, che Gwynllwg festeggiava la nascita del primogenito; e Gwladys piangeva silenziosamente, cullando il suo bambino, mentre implorava il Signore Dio di visitare la sua casa e di salvare lei e quel piccolo innocente.

Oh: aveva appena finito di dirlo, e qualcuno bussò alla porta del castello.
Non era Dio in persona, ma era un suo dipendente: nello specifico era Tathyw, l’abate di Caerwent. Che fosse un sant’uomo, tutti lo dicevano; che in quel momento la sua indole fosse assai più vicina a quella di uno stragista, fu evidente a chiunque, quel giorno, ebbe la ventura di incontrarlo.
Buongiorno”, disse Tathyw facendosi largo a gomitate nella sala del trono, fissando re Gwynllwg con l’aria di chi gli sta augurando una diarrea fulminante. “Mi hanno riferito che avete fatto l’ennesima razzia, dalle mie parti”.
Il Gwynllwg sprofondò nella sua poltrona e bevve un lungo sorso di birra, guardando il monaco dall’alto in basso. “Sì, infatti. Hai problemi?”.
“Eccome, se ne ho!” ribatté San Tathyw. “Hai rubato la mia mucca”.
E, per la cronaca: nelle agiografie celtiche, non è mai una buona idea rubare la mucca di un sant’uomo.
Re Gwynllwg, evidentemente, non conosceva quel dettaglio: o, se lo conosceva, era troppo trionfo per badarci. E infatti, di fronte alla rimostranza del religioso, scoppiò a ridergli in faccia.
“Ah sì? E allora?”.
“E allora la rivoglio indietro” replicò Tathyw, imperturbabile.
Senza smettere di ridere, Gwynllwg ordinò alle sue guardie di accompagnare alla porta quel vecchio idiota. San Tathyw non si mosse di un millimetro. “È una gran bella mucca”, comunicò quieto a Gwynllwg, “e non ho nessuna intenzione di perderla”.
Le guardie cominciarono a trascinare via San Tathyw; ma lui riuscì a divincolarsi con qualche gomitata ben assestata. “Il punto è che è una mucca magica”, informò il re come se niente. “Produce abbastanza latte da sfamare tutto il monastero”.
Gwynllwg rise di gusto: “un motivo in più per non restituirtela!”.
“Comprendo perfettamente”, osservò San Tathyw, “ma è anche un motivo in più per non cedertela. E io non me ne vado di qui senza la mia mucca, giusto perché tu ne sia informato”.

Gwynllwg perse la pazienza, ordinò alle sue guardie di sfoderare la spada. San Tathyw non indietreggiò minimamente.
Le guardie avanzarono minacciose verso Tathyw, e l’abate rimase perfettamente immobile.
La lama di una guardia era pericolosamente vicina al collo del religioso, e quello se ne stava fermo lì con aria di educata attesa…
E fu allora che Gwynllwg si alzò in piedi, gridando: “no, fermi tutti! Aspettate un attimo!”.

Le guardie abbassarono le loro spade, e san Tathyw lanciò al re un’occhiata incuriosita.
Cosa diamine stai facendo?!”, gli chiese il re, in tono sconcertato.
Il monaco lo fissò, perplesso. “Aspetto di riavere la mia mucca, come ti ho già detto” ripeté molto cautamente, con l’aria di chi si chiede se il suo interlocutore non sia forse un po’ tocco.
“Ma ti sto per ammazzare!”, ribatté Gwynllwg, sconvolto. “Perché non scappi?”.
“…perché prima voglio indietro la mucca?”.
Gwynllwg aprì la bocca per parlare ma la richiuse senza aver detto niente, troppo sconcertato. “La tua mucca non ti servirà a nulla, se io adesso t’ammazzo!”, replicò basito.
Tathyw fece spallucce: “oh, pazienza… servirà ai monaci che verranno dopo di me, in ogni caso”, osservò molto pacatamente. “E comunque è una questione di principio. Quella è la mia mucca”.
Re Gwynllwg si passò una mano fra i capelli, veramente sconvolto: era la prima volta in tutta la sua vita che qualcuno gli teneva testa. Mai nella sua intera esistenza gli era capitato di fronteggiare qualcuno così insensibile alle minacce.
San Tathyw, con tutta la quiete di questo mondo, continuò a spiegare. “P
eggio ancora: oltre ad essere la mia mucca, la mucca è proprietà del mio monastero. È grazie a lei che riusciamo a sfamarci. Il latte che ci avanza, lo distribuiamo ai poveri. Capisci bene che puoi anche ammazzarmi, ma domattina verrà a bussare alla tua porta l’abate mio successore con la stessa identica richiesta. Noi siamo in tanti e la tua pazienza è limitata: che famo? La chiudiamo qui?”.
Gwynllwg era veramente basito: mai nessuno in tutta la sua vita aveva osato ribattergli in quel mondo. “Ti ho detto di andartene, subito!”, strillò cercando di darsi un tono.
San Tathyw, giusto per chiarire le sue posizioni, si sedette sul pavimento e rimase a guardarlo placidamente.
“Senti un poco”, mormorò Gwynllwg, tradendo un certo nervosismo nella voce: “forse tu non hai capito bene con chi hai a che fare. Io posso ucciderti. L’ultima persona che ha provato a ostacolarmi è stata Re Artù – Re Artù, hai presente? – e anche lui è sceso a più miti consigli. E tu vorresti sfidarmi?”.
“Io non voglio sfidarti; io voglio solo la mia mucca”.
“Ma sei disarmato!”, gridò Gwynllwg, sconvolto. “Come ti passa per la testa di parlarmi in questo modo? Non puoi battermi! Non puoi nemmeno escludere che io ti ammazzi e poi vada a vendicarmi sterminando tutti i tuoi dannati confratelli. Cosa diamine ti dice la testa, abate?”.
“Mi dice di confidare nel Signore”, ribatté Tathyw con molta calma, “e che la mia protesta non sarà inutile. O riavrò indietro la mia mucca, che è esattamente quello a cui aspiro, o protesterò finché tu non mi ammazzerai, e quindi ti renderai conto che non tutti sono disposti a sottomettersi alla tua violenza insensata. Mi sembra già un buon risultato”, osservò pacato, sorridendogli.

Re Gwynllwg era letteralmente sconcertato. Una reazione del genere andava al di là della sua umana comprensione. Aveva passato tutta la sua vita a farsi valere a suon di scudisciate, e a rispettare solo quelli che picchiavano più forte di lui: che qualcuno ignorasse la minaccia di una spada perché confidava nel Signore, e fosse addirittura disposto a morire pur di dargli una lezione… era qualcosa di davvero inverosimile. E peraltro, lo faceva anche sentire parecchio vulnerabile.
“Tu adesso mi spieghi cos’è che ti da tutta questa forza”, ordinò  a san Tathyw accasciandosi debolmente sul suo trono. “Cioè: poi t’ammazzo, chiaramente”, si affrettò a chiarire, precipitoso: “però prima voglio capire cosa ti passa per la testa”.
San Tathyw sorrise, a trentadue denti. In fin dei conti, la mucca non era poi così importante. Lui era venuto lì per altro.

Il campanello d’allarme, per re Gwynllwg, avrebbe dovuto suonare in quel momento: un ribelle lo si ammazza; non ci si cerca il dialogo.
Ma sai com’è, prima di ucciderlo voglio capire cosa pensa…

Il campanello d’allarme avrebbe dovuto trasformarsi in vero e proprio S.O.S. quando san Tathyw tornò al suo monastero portandosi dietro la mucca, sotto gli occhi sconcertati di tutta la corte di re Gwynllwg.
In fin dei conti è stato coraggioso, voglio premiare la sua faccia tosta; e poi magari mi restituirà il favore…

Ormai era evidente a tutti, tranne che al re, che la cosa stava pericolosamente degenerando.
Sì, l’ho invitato a ritornare a corte, ma è solo per dare il contentino a quella bigotta di mia moglie! Tutto sommato, mi ha appena dato un figlio!

Nell’arco di pochi mesi, era chiarissimo e palese che la situazione era del tutto fuori controllo.
E cosa importa se battezzano il bambino: è solo un po’ d’acqua, in fin dei conti non cambia niente! Se basta quello, per accontentare Gwladys…

E fu così che, in un giorno imprecisato del 497, il primogenito di Gwynllwg fu solennemente battezzato.
E fu così che, in un giorno imprecisato di quello stesso anno, Gwladys guardò negli occhi suo marito… e per la prima volta in tutta la sua vita, gli sorrise con una punta di speranza.
E fu così che Gwynllwg, distratto da tutti quegli eventi, smise di cercare scuse valide per giustificare le sue azioni.

San Tathyw tornò al castello ogni giorno, tutti i giorni, per anni, e divenne il maestro dell’erede al trono.
Santa Gwladys restò accanto a suo marito: sorridendogli, pregando, accompagnandolo nella sua lenta evoluzione. Inaspettatamente, un giorno scoprì addirittura di essersene innamorata.
E Gwynllwg? Ormai, aveva già perso la battaglia. Ci vollero anni, e gli va concesso che lottò con tutte le sue forze: ma alla fine, provato su più fronti, anche lui si arrese. In un giorno di primavera, sotto gl’occhi commossi di sua moglie, il prode re Gwynllwg chiese d’esser battezzato.

La regina morì qualche anno dopo – anziana, soddisfatta; serena, finalmente. La si ricordava il 29 marzo, giorno in cui ricorreva appunto la festa di santa Gwladys… e di san Gwynllwg del Galles, suo amatissimo e diletto sposo.

5 risposte a "La storia di Gwladys e Gwynllyw: seconda parte"

  1. Lucyette

    No… ma di qualcun altro che era lì nei dintorni ;-)Beh… se ci pensi, anche Sant'Agostino (per citare l'esempio più famoso) ha avuto una vita molto burrascosa, prima di convertirsi… se è diventato Santo lui, perché non anche Gwynllwg? 😀 :-DIn compenso, alla faccia dell' "avvicente", trovo che questo post mi sia venuto fuori noiosissimo: l'avrei anche riscritto da capo, ma volevo concludere la storia in tempo utile per poter fare un altro post Venerdì Santo. Scusate: è noioso da morire, me ne rendo conto :-S

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  2. utente anonimo

    no no, è davvero molto bello come racconti, tutt'altro che noioso!anzi, aspetto curioso di sapere chi è la prossima canaglia che si è poi convertito :)comunque mi veniva in mente che a fianco di un grande uomo c'e sempre una grande donna, mamma Monica per Agostino e Gwladys per questo (ma che fatica con i nomi…)Diego

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  3. Lucyette

    Diego, e tu pensa che alla fine avevo rinunciato a fare il copia-incolla (con tre nomi che ritornavano continuamente, era più la fatica che altro). Insomma, mi son messa a scrivere tutti quanti i nomi a mano… e alla fine, ricontrollando il testo prima di postarlo, avevo potuto osservare qualcosa come sette diverse varianti :-PE poi ce la prendiamo con gli amanuensi che facevano gli errori di scrittura… ;-)Quanto al resto… è proprio vero: una grande donna, al fianco di un grande uomo, può portare veramente a grandi risultati… ;-)Marinz: alla mail ho letto e ti ho risposto, grazie mille e duemila ancora!E per il resto… sì, forse i campanelli d'allarme erano l'unica cosa vagamente decente di 'sto post, a ben vedere

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