Ščedryk: una magia ucraina di fine anno, dietro a “Carol of the Bells”

Nella tragedia, la guerra tra Mosca e Kiev ha quantomeno avuto un effetto collaterale di cui, a tempo debito, l’Ucraina potrà certamente giovarsi: ha acceso i riflettori sulla cultura, la storia e le tradizioni di una nazione che ci è così vicina e così poco nota. In questi mesi, con giusto orgoglio, gli Ucraini hanno sfruttato i social per divulgare ricette, usanze e festività tipiche della loro terra: sicché, probabilmente vi ripeterò cosa ormai nota nel dirvi che Carol of the Bells, il canto natalizio, altro non è che l’adattamento in lingua inglese di una canzone popolare ucraina.

Sono ben conscia del fatto che, con ogni probabilità, la notizia non vi giungerà nuova; ma c’è comunque qualcos’altro di interessante che si può dire riguardo le origini di questa canzone; che, tanto per cominciare, non era originariamente legata al periodo di Natale. Ma le curiosità non finiscono qui: originariamente, il folklore ucraino riteneva che questa canzone avesse poteri magici e fosse capace di donare prosperità e buona sorte a chi la sentiva intonare dentro le mura di casa sua. E, a questo punto, capirete bene che dovevo pur dedicare un approfondimento a questa strana storia!

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La versione originale di Carol of the Bells non potrebbe avere atmosfere meno natalizie. L’intero canto è un susseguirsi di immagini gioiose che annunciano la rinascita della natura a primavera: tutto inizia con una rondine che si posa sul davanzale di un’abitazione di campagna, gorgheggiando per attirare il capofamiglia. Non appena ne ottiene l’attenzione, l’uccellino inizia a cinguettare la buona novella: sarà ora di andare a dare un’occhiata all’ovile, perché le pecore hanno partorito nella notte mettendo al mondo tanti meravigliosi agnellini in buona salute. Il bestiame è perfettamente sano, sottoterra già cominciano a germogliare i semi che porteranno presto raccolti abbondanti e, come se non bastasse, la moglie del contadino è una donna di rara bellezza. Quella che inizia sarà davvero una stagione di prosperità e di gioia!, canta la rondine, allontanandosi dopo aver dato il suo lieto annuncio.

Insomma: non esattamente atmosfere invernali, mettiamola così. In effetti, la canzone (dal titolo Ščedryk; letteralmente, “serata di abbondanza”) veniva tradizionalmente cantata in Ucraina nel primo giorno dell’anno… quando però il primo giorno dell’anno era il 25 marzo, in concomitanza con l’Annunciazione (così come del resto accadeva in molte altre zone d’Europa, Italia inclusa: la consuetudine di far iniziare l’anno il 1° gennaio è relativamente recente, e perlopiù dettata da ragioni di praticità). Ma se immaginiamo un coretto che intona questo canto nei primi giorni di primavera: beh, la scena comincia a sembrarci molto più sensata e festosa. Ed era proprio questo il contesto in cui gli Ucraini cantavano la canzone: il 25 marzo, nel primo giorno dell’anno, le ragazzine percorrevano le vie del loro villaggio (talvolta, indossando suggestivi costumi da rondine) e bussavano di casa in casa per offrire alle famiglie quell’augurio di ricchezza. Non si trattava semplicemente di una esibizione canora come tante: nel folklore locale, si riteneva che lo Ščedryk avesse realmente il potere di portare prosperità e ricchezza sulla casa in cui veniva intonato, come una sorta di incantesimo benaugurale. E infatti, le visite delle giovani cantanti venivano attese con grandi speranze; e quando le ragazzine bussavano alla porta, erano immancabilmente accolte con ampi sorrisi e generose regalie. Vuoi forse non ricompensare colei che, così altruisticamente, viene a regalarti magia e fortuna?

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Nel folklore ucraino, esistevano anche molte altre canzoni che venivano intonate allo scopo: erano genericamente definite shchedrivka, cioè “canzoni benaugurali di fine anno”, tutte accomunate dal loro essere a vario titolo un gioioso auspicio di ricchezza. Ščedryk divenne particolarmente popolare perché, nel 1916, fu adattata per coro a quattro voci da Mykola Leontovich, un compositore così amato in patria da essere venerato come santo martire dalla chiesa ortodossa autocefala (effettivamente, Leontovich fu ucciso nel gennaio 1921 da un agente sovietico sotto copertura, per ragioni che non furono mai chiarite ma che senza dubbio avevano a che fare col marcato nazionalismo del musicista).

“Purtroppo”, capita di leggere su Internet, “non abbiamo modo di sapere quale fosse il testo originale del canto a cui Leontovich si ispirò per comporre Ščedryk”. Non so chi sia il primo ad aver messo in giro questa frottola, ma la notizia è completamente falsa: (per fortuna!), conosciamo alla perfezione il testo originale del canto ucraino. Nel 1916, pochi mesi prima che Leontovich se ne interessasse, fu incluso in Materialy po Narodnoj Slovesnosti Poltavskoj Gubernii, Romenskij Ujezd, una raccolta folkloristica ed etnografica sui costumi contadini dell’oblast’ di Poltava, curata da P.A. Gniedich su incarico della Commissione Archivistica locale. In particolar modo, il testo e la melodia di Ščedryk erano stati raccolti nel 1914 nel villaggio di Basmany, grazie alla collaborazione di un contadino cinquantacinquenne di nome S.N. Potij, che aveva accettato di intonare il canto davanti ai ricercatori che lo intervistavano.

Gli archivisti, diligentemente, trascrissero il testo e annotarono la melodia; e Mykola Leontovich, nel riadattare Ščedryk per coro e orchestra, non apportò il minimo cambiamento (a parte cancellare una strofa, per rendere meno monotona l’enumerazione di ricchezze che venivano augurate). Vale a dire: possiamo affermare con assoluta certezza che la Ščedryk resa celebre dal compositore ucraino contiene ancora il testo e le melodie originali cui un tempo i contadini attribuivano un significato magico; un dettaglio, questo, che tende a entusiasmare molto gli appassionati, giacché esistono scuole di pensiero secondo cui l’intonazione e la ritmicità delle formule magiche era componente essenziale della loro efficacia. Sotto questo punto di vista, una chicca come Ščedryk, di cui si conservano testo e partitura, è davvero una preziosissima perla rara!

E allora, a vantaggio degli appassionati, spendiamo qualche altra parola per dire che Ščedryk suona inconfondibile alle nostre orecchie per il suo ricorso all’emiolia, un mutamento ritmico marcato che nasce dalla ripetizione e dall’alternanza di unità metriche diverse. E, in effetti, qualcuno potrebbe far notare che, dopo una fase introduttiva di tenore narrativo (la rondinella che si posa sulla finestra, l’annuncio della nascita degli agnelli…) la melodia cambia ritmo, diventando più solenne, quando il cantante comincia a intonare gli auguri di ricchezza per l’anno entrante (che erano poi il fulcro di tutto quell’ambaradan, volendo guardare alla cosa sotto il punto di vista di un contadino del passato che ci credeva seriamente). E anche il fatto che venisse ripetuto per due volte il contenuto verbale di questa sezione ritmica è un dettaglio non indifferente, dal punto di vista del pensiero magico: come a dire, “ripetiamo un po’ il concetto per assicurarci che tutto funzioni al meglio!”.

E fu proprio questa particolarità ritmica a determinare la trasformazione di Ščedryk in una canzone natalizia. Il mutamento, in realtà, era iniziato in sordina, e per comprensibili ragioni: quando, nel 1916, Mykola Leontovich aveva portato sugli spalti questa canzone di Capodanno, l’Ucraina aveva cominciato ormai da tempo a festeggiare l’anno nuovo nel primo giorno di gennaio. In virtù di ciò, il canto entrò a buon diritto nel repertorio festivo di molti cori e cominciò a essere intonato nei concerti di Natale; a partire dal 1919, fece echeggiare le sue note anche nei teatri internazionali, grazie a numerosi tour che una corale ucraina compì negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale.

Tra gli spettatori americani che beneficiarono di quei tour c’era anche Peter Wilhousky, giovane studente di Composizione nato negli Stati Uniti da genitori ucraini. La melodia ritmata lo conquistò; e il giovanotto si domandò come avrebbe potuto riuscire un arrangiamento nel quale fossero state incluse anche delle campane. A suo giudizio, sarebbe stato splendido: gli pareva che i loro rintocchi fermi e acuti potessero essere perfetti per accompagnare il ritmo cadenzato della canzone.

E quel pensiero non lo abbandonò più. Nel 1936, ormai divenuto un musicista affermato, Wilhousky acquistò i diritti sulla canzone e le diede un nuovo arrangiamento, più marcatamente natalizio. Ma, soprattutto, le diede un testo apertamente festivo e ricco di richiami religiosi, indubbiamente più vicino ai gusti e alle aspettative del pubblico statunitense. Nasceva così Carols of the Bells, uno dei più popolari canti natalizi del XX secolo… che ha, però, origini ben più antiche. E ben più magiche di quanto immagineremmo!.

E per chi avesse intenzione di rispolverare la tradizione: ecco a voi una reinterpretazione del canto a cura di un’artista ucraina; include una traduzione in lingua inglese (non proprio letterale), seguita dal testo originale. Testo che riporto qui sotto, casomai qualcuno volesse provare a ripetere… l’incantesimo della buona sorte. Avete ancora qualche giorno per mandarlo a memoria!

Shchedryk, shchedryk, shchedrivochka,
Pryletila lastivochka,

Stala sobi shchebetaty,
Hospodaria vyklykaty:
Vyidy, vyidy, hospodariu,
Podyvysia na kosharu,
Tam ovechky pokotylys,
A yahnychky narodylys.
V tebe tovar ves khoroshyi,
Budesh maty mirku hroshei,

V tebe tovar ves khoroshyi,
Budesh maty mirku hroshei,
V tebe zhinka chornobrova,

Khoch ne hroshi, to polova.
V tebe zhinka chornobrova.
Shchedryk, shchedryk, shchedrivochka,
Pryletila lastivochka.

Per approfondire:

  • From Calennig to Kalanda. Begging in the New Year, di Maria Teresa Agozzino (University of California Press, 2001)
  • The Christmas Carol Reader, di William E. Studwell, Frank Hoffmann, e B. Lee Cooper (Taylor & Francis, 2021)

5 risposte a "Ščedryk: una magia ucraina di fine anno, dietro a “Carol of the Bells”"

  1. Fairy Qu33n

    Sinceramente avrei preferito scoprire le tradizioni e la cultura ucraina non in questo modo, cosí come a suotempo scoprii la cucina russa. Nella mia zona piena di gente fredda e diffidente le porte si son aperte a tutti gli ucraini arrivati e questo gesto senza che fosse Natale ma per il resto di coloro che non son ucraini non c’è stata mai alcuna considerazione ( vedi i tanti ragazzi di colore per strada e nei centri d’accoglienza improvvisati). Il colore della pelle ha fatto la differenza. La guerra comunque è sempre una sconfitta a prescindere, mia opinione personale.

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    1. Lucia Graziano

      Ah beh, ci mancherebbe altro, ovvio che avremmo tutti preferito prendere dimestichezza con la Storia russa e ucraina in contesti del tutto diversi. Però, almeno per quanto vedo io, mi pare che in questi mesi gli Ucraini abbiano davvero preso molto sul serio la missione di far conoscere al mondo la loro cultura: e probabilmente fanno bene, e mi fa molto piacere seguirli in questo 🙂

      Per il resto: uhm, non sono così convinta che in questo caso sia stato il colore della pelle, in sé, ad avere un effetto così determinante 🤔 Nel senso: quando qualche decennio fa c’è stato il momento dalla grande immigrazione dall’Albania e dai Balcani (stesso colore di pelle, stessa religione, stessa cultura di fondo), non mi ricordo che la gente avesse proprio fatto a gara ad accoglierli (salvo qualche caso eclatante che pure c’è stato). Secondo me, in questo caso, la vera differenza l’ha fatta una comunicazione di guerra molto efficace che fin dalle primissime ore del conflitto è stata capace di “farci sentire lì” e di darci l’impressione che avremmo potuto esserci noi sotto le bombe (grazie anche alle maggiori possibilità date dai social network etc, ovviamente).

      Secondo me non è stata tanto una questione di colore della pelle, ma proprio di risposta emotiva in generale. Qualcosa di simile, in misura minore, mi pare che fosse successa già qualche mese prima durante la presa di Kabul da parte dei Talebani: lì ci si identificava con la parte debole per altre ragioni, ovviamente, ma per dire…

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  2. Umberta Mesina

    Buon Natale, Lucia! (Anche al consorte, naturalmente.) Ora capisco come mai la Carol of the Bells suoni tutto tranne che inglese e natalizia… Però l’amico Wilhousky doveva avere un carattere ben tetro per mutarla così. L’originale è più cristallino.

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    1. Lucia Graziano

      La versione che ho proposto in fondo al post è anche più cristallina della media, a onor del vero (l’ho scelta perché era quella in cui si sentiva meglio la voce solista, che dal punto di vista “magico” folkloristico è quella che conta :-P). Credo che l’adattamento originale per coro a quattro voci (quello curato nel 1916 dal compositore ucraino) fosse questo, che in effetti è già meno pacato grazie alla presenza delle voci maschili:

      Devo dire che a me piace moltissimo anche la versione americana con le campane: è solenne, potente, è una delle mie canzoni natalizie preferite. A loro modo, tutte e due sono splendide secondo me 🙂

      E buon Natale a te, Umberta (e famiglia, come si suol dire)! 😀

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  3. Elena

    Non sapevo nulla!! E sì è super famosa, c’è anche in quasi ogni film di Natale di produzione statunitense…
    Grazie per questo articolo, grazie davvero perché è una storia importante.
    Mi piace molto sia la versione con solo voce femminile (più dolce) che la versione americana con le voci maschili, più cupa sì ma più solenne.
    Buon anno!

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