San Viano e il suo miracolo del cavolo

Immaginate la scena.
È un pomeriggio come tanti nel dopoguerra, in un piccolo paesino a contadino incastonato tra le Alpi Apuane. I boomers di oggi sono bimbetti pieni di allegria che al suono della campanella si riversano sulla strada nei loro bei grembiulini neri; e con occhietti curiosi si assiepano attorno a un cantastorie che li guarda a uno a uno, sorride. E poi inizia a raccontare.

«Beh, state a sentire! Siete sempre curiosi, volete sapere tante cose: io conterò qualcosa di san Viano».

Immaginiamo degli “oohh” stupiti da parte di quel piccolo pubblico, bimbi che si siedono a terra e tirano fuori la merendina per mettersi ad ascoltare. E il cantastorie che, in effetti, racconta:

«Siccome era un santo – ma non lo era ancora allora, è diventato santo dopo – gli venne in mente di fare penitenza. Allora è partito ed è venuto in cima a queste montagne, lassù dove anche voialtri sapete che è stato a far penitenza, perché ci hanno fatto la chiesa».

Testolini che annuiscono, capini che si girano a guardare l’Eremo di San Viano in lontananza.

«Un giorno, i nostri pastori erano alle pecore lassù in quella penna, e videro quest’uomo. Era steso lassù al sole. E “chi sarà mai?”, dicevano loro, i pastorelli, questi ragazzi. Chi diceva “sarà un ladro?”, altri dicevano “sarà un bandito?”: insomma, non sapevano chi era. E l’altro giorno, lo stesso: rivedevano quest’uomo, sempre lì, o un po’ più in qua o un po’ più in là, ma sempre attorno a quella penna. I ragazzi erano dispettosi, un po’ come siete voialtri. Dispettosi non bisogna essere, eh! E quelli che hanno fatto? Hanno preso un sasso per uno: e tum!, tira a quest’uomo. Tira due, tira tre sassate!»

Se i bimbetti erano dispettosi per davvero, può anche darsi che a questo punto qualcuno di loro si metta a ridere, immaginando le prodezze dei pastorelli suoi coetanei. A voler essere ottimisti, potremmo forse immaginare anche qualche faccino più sensibile che sgrana gli occhi spaventato.

«E quest’uomo, cosa ha fatto? S’è chinato, ha raccattato quei sassi che gli avevano tirati e li ha ritirati dietro a loro, ed erano pezzi di pane!»

Occhietti sgranati, “ooohh” di sorpresa, e il cantastorie sintetizza tutto con un bel:

«Pota! I ragazzi non hanno saputo come capirla: “come sarà mai, che noi gli abbiamo tirato delle sassate e lui tira del pane?”. E allora sono andati a casa, sono andati, l’hanno detto ai loro, al babbo e alla mamma. E il babbo e la mamma non ci hanno neanche creduto, capirete: “è possibile??” e tutte quelle cose lì che dicono i grandi. E allora il giorno dopo son voluti andare a vedere. Sono andati là e anche loro hanno visto quest’uomo, quest’ometto, che stava lì al sole e mangiava dei cavoli. Aveva un mucchio di cavoli, e mangiava dei cavoli. “E che sarà mai?”: non sapevano neanche loro cosa dirsi, ma non hanno avuto il coraggio di avvicinarsi, non sapevano chi era. Sicché, questi pastori, da quando avevano scoperto quest’uomo, tutti i giorni stavano lì a guardarlo».

Povero Viano, per inciso. Chissà se qualcuno degli adulti presenti alla recita aveva già avuto modo di leggere Il Grande Fratello.

«Un giorno però non l’hanno più visto. “Come sarà mai?!”. Si sono fatti coraggio, si sono messi a girare ladalì un po’ intorno a dove lo vedevano sempre, là sotto alla penna dove vedete che adesso c’è la chiesa, e alla fine hanno trovato l’ometto. Era morto!».

Abbandoniamo i bimbetti al loro destino e alla loro ridda di “e poi??” (perché la storia, ovviamente, non finisce qui. E un tempo ogni bambino sapeva bene che, dopo la vita e la morte di un santo, arriva sempre la parte più ghiotta: cioè quella dei miracoli). Soffermiamoci piuttosto sul dettaglio per cui la scenetta che vi ho appena descritto ha avuto luogo per davvero: il cantastorie si chiamava Egidio Coltelli, e la sua favoletta è stata trascritta da Georg Fausch, uno studioso lì presente per raccogliere materiale da includere in un saggio dedicato a Testi dialettali e tradizioni popolari della Garfagnana. Il saggio di Fausch vide la luce nel 1962; in compenso, era il 1957 quando il cantastorie intratteneva (in dialetto locale) i bambini di Vagli Sopra, un piccolo comune della Garfagnana al di sopra del lago di Vagli.

Mi è piaciuta l’idea di riproporre sul mio blog questa paginetta di vita quotidiana (col cantastorie, i bambini, le fiabe edificanti… che tenerezza!). E mi è piaciuta l’idea di riproporla per introdurre il personaggio di cui vorrei parlare oggi: san Viano, per l’appunto. Il mite ometto che passava la vita a mangiare cavoli stalkerato dai pastori.

***

Il martirologio lo ricorda il 22 maggio, anche se da tempo la popolazione di Vagli ha preso l’abitudine di festeggiare il suo patrono in due date diverse, più strettamente legate al calendario pastorale. La prima ricorrenza cade nella seconda domenica del mese di giugno, data in cui la statua lignea di san Viano viene tolta dalla chiesa a lui dedicata e trasportata in processione fino a Campocatino, un villaggio pastorale costellato di tante piccole casette in pietra dove i pastori trovavano riparo nei mesi estivi, quando il bestiame era al pascolo.
Simbolicamente, san Viano sarebbe rimasto in mezzo ai suoi figli fino a che i pastori non avessero fatto ritorno a valle: cosa che accadeva tradizionalmente nella seconda domenica di settembre, quando anche la statua del santo ritornava all’interno del suo eremo. Che è una chiesa rupestre seminascosta in un anfratto del monte Roccandagia, a circa 1090 metri sul livello del mare: proprio lì, secondo la tradizione, san Viano aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita.

Verrebbe da chiedersi per quale ragione un uomo sano di mente debba andare a infognarsi in un posto così scomodo e infognato tra le rocce, con tutti i luoghi (pur isolati) che ci sono in giro per il vasto mondo. A motivare la scelta di Viano, ci pensa la leggenda agiografica, che nella versione originale include qualche dettaglio in più rispetto a quelli raccontati dal cantastorie: il nostro amico dovette prudentemente ritenere che non fosse il caso di spiegare ai bimbi che, sotto sotto, il povero Viano stava scappando via da una moglie insopportabile – avida, petulante e anche vagamente anticristiana.

A quanto pare, delle faide tra famiglie rivali avevano costretto la coppia ad abbandonare i loro poderi in Emilia per trasferirsi in un luogo remoto dove i loro nemici non li avrebbero mai trovati. Il luogo prescelto era stato per l’appunto Vagli, quel villaggetto sperso nel nulla: ma se Viano era riuscito di buon grado ad adattarsi alla nuova vita, lavorando come apprendista presso i contadini della zona e vivendo lieto di quel poco che il suo nuovo impiego poteva offrirgli, la moglie aveva faticato molto di più a scendere a patti con le ristrettezze in cui d’un tratto si trovava immersa. Addirittura, contestava a Viano tutti i piccoli atti carità che il marito faceva a vantaggio dei poveri, argomentando che, se in tutta Vagli c’era una famiglia povera, quella era sicuramente la loro, quindi non era il caso di scialare. E insomma, a un certo punto il nostro amico si scocciò, mollò la moglie al suo destino lasciandole tutti i soldi e scappò via fortissimo, andandosi a rifugiare nel posto più irraggiungibile che avesse trovato nei paraggi. E cioè, appunto, quella piccola spelonca tra le rocce del Roccandagia nella quale adesso si trova il suo eremo: lì, il nostro amico visse in santità fino alla fine dei suoi giorni… non senza doversi confrontare con qualche problema logistico.

Tipo che in ‘sto posto sperso in mezzo al nulla non c’era né da bere né tantomeno da mangiare, e la vocazione all’eremitaggio è una bella cosa finché non diventa sinonimo di suicidio annunciato.
Ma, naturalmente, i veri santi non si lasciano frenare da questi problemi: il nostro Viano si raccolse in preghiera e recitò un Pater Noster. Non aveva ancora finito di pronunciare “amen”, che tutt’intorno a lui fiorirono a centinaia degli stupendi cavoli selvatici, che ricoprirono a vista d’occhio le rocce brulle che circondavano la grotta. E quando Viano, stupito per il prodigio che prendeva corpo sotto i suoi occhi, s’appoggiò alla roccia per reggersi sopraffatto dallo stupore, ecco che un altro miracolo ancor più eclatante prese corpo sotto le sue dita. Là dove l’indice, il medio e l’anulare del santo avevano sfiorato la dura roccia, essa si bucò facendo zampillare tre piccole sorgenti di squisita acqua freschissima. E così – mangiando di quei cavoli e bevendo di quell’acqua prodigiosa – Viano poté vivere felice all’interno della sua spelonca, trasformandosi in una via di mezzo tra il santo e lo yeti: durante l’inverno, la neve ricopriva interamente la sua grotta, murandolo vivo all’interno. Ma ogni anno, a primavera, il nostro Viano usciva come se niente fosse, quando il sole scioglieva i ghiacci: aveva vissuto dei suoi cavoli e della sua acqua fresca, comodamente consegnatigli a domicilio dalla provvidenza celeste, in un Glovo ante litteram.

La grotta in cui visse il nostro amico esiste ancora: è per l’appunto l’eremo di san Viano, ancor oggi visitabile nel periodo estivo grazie ad alcuni volontari che ne garantiscono l’accesso e raggiungibile dalla valle con una passeggiata a piedi di circa 3 chilometri (ma belli ripidi, eh!).

E, in effetti, i cavoli abbondano tutt’attorno al santuario: si tratta di cavolo comune selvatico, quello che che la scienza ha denominato Brassica Montana Pourret e che il linguaggio colloquiale – non a caso – chiama cavoli di san Viano. La Brassica Montana cresce in abbondanza sulle Alpi Apuane, e il monte Roccandagia ne è letteralmente invaso: e questo dettaglio poteva forse passare inosservato, ai fantasiosi agiografi del Medioevo?

Commentando questa storia ne La leggenda di S. Viano in Garfagnana ed i santuari di “abri” nella Liguria etnica del Levante, Augusto Ambrosi fa notare che la vicenda dell’eremita di Vagli si situa nell’ambito di un corpus agiografico legato a quei luoghi di culto che lo studioso definisce appunto “santuari di abri”. Abri, nella lingua della Lunigiana (e zone circostanti), erano quei piccoli rifugi entro cui i pastori agli alpeggi cercavano riparo per se stessi, per le loro bestie (o per i loro attrezzi da lavoro). Quasi sempre venivano creati a partire da piccoli anfratti nella roccia a cui bastava aggiungere qualche tettoia o qualche staccionata in legno per trasformarli in ripari tutto sommato confortevoli.

Effettivamente, ci sono ottime probabilità che la spelonca in cui sorge l’eremo di san Viano fosse originariamente un rifugio di questo tipo; e Augusto Ambrosi ha censito molti luoghi di culto con caratteristiche simili: alcuni decisamente piccoli, molti non più esistenti; altri, invece, un po’ più noti. Per esempio, è il caso del santuario di Calomini nella bassa Garfagnana; del santuario di Bismantova nell’Appennino Reggiano e della chiesa di Madonna Vecchia nella valle del Lucido. Quasi sempre questi santuari hanno una genesi che ruota attorno a una sorgente miracolosa e alla “anomala” presenza di piante commestibili in una zona altrimenti brulla: un topos che «attinge le sue origini ad uno dei cicli leggendari più arcaici, cioè quello stadio che in tutte le culture primitive contempla la genesi della pianta alimentare come dono dovuto all’intervento divino».

Ironicamente, il cavolo di san Viano non è l’unica pianta a crescere in abbondanza vicino all’eremo del santo. Vi si trova in quantità considerevoli anche il Ginepro sabina, una pianta dalle proprietà così interessanti da esser stata ribattezzata Cipresso dei maghi nel linguaggio colloquiale. Ma i maghi sono persone di cui è meglio non fidarsi troppo e infatti il Ginepro sabina è fortemente tossico, tanto che un tempo era considerata la scelta d’elezione per le donne incinte che volevano porre fine alla gravidanza.

Non sorprende sottolineare che questa pianticella (pur presente in abbondanza, e in una zona così brulla!), non fu mai associata a un miracolo del santo. E nemmeno a un inganno demoniaco, sol per quello: Viano, nella sua semplicità, si accontenta del suo miracolo del cavolo. E tanto gli basti.


Per approfondire:

  • Augusto C. Ambrosi, La leggenda di S. Viano in Garfagnana e i Santuari di «abri» nella Liguria etnica del Levante, in: Miscellanea di Studi in onore e memoria di U. Formentini (Memorie della Accademia Lunigianese Giovanni Capellini di Scienze e Lettere, 1961)
  • Natale Benazzi, Guida ai miracoli d’Italia. Da Nord a Sud, alla scoperta dei luoghi e dei protagonisti dei miracoli del nostro Paese (Rizzoli, 2021)

Immagine di copertina:

Andrea D’Angiolo, Casa di campagna a Campocatino – Vagli Sotto (LU) (Flickr)

5 risposte a "San Viano e il suo miracolo del cavolo"

  1. Avatar di ac-comandante

    ac-comandante

    Questa brassicacea è commestibile? C’è anche un di più: le brassicacee sono in gran parte “autunno-vernine”, quindi trovare qualcosa di mangiabile quando non c’è altro è di suo un mezzo miracolo!

    Quel ginepro sabina ha delle descrizioni che si potrebbero attagliare a degli aggessivi da guerra chimica: nefrotossico, irritante, vescicante (mi ricorda l’iprite), i sintomi di avvelenamento sarebbero diarrea, vomito, coliche, tachicardia, difficoltà respiratorie, crampi, paralisi, coma e morte (qui mi ricorda i “gas” nervini, le virgolette servono perchè quegli aggressivi sono o liquidi o addirittura solidi microcristallini). La natura sa essere più violenta dell’uomo, se ci si mette.

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Sì, sì, pare che sia commestibile!

      Piuttosto amara a quanto leggo (quindi nell’immaginario probabilmente si accompagnava bene all’idea di cibo da penitenza per un monaco asceta), però sì, commestibile. Davvero una manna dal cielo, o meglio dalle rocce in questo caso 🙂

      Per il ginepro sabina… ecco sì, capisco come mai l’abbiano ribattezzato cipresso dei maghi, ma dovevano essere anche maghi belli cattivi tra l’altro eh 😂 Leggevo che in passato veniva usato con una certa frequenza a scopo abortivo, ovviamente con tutti i rischi del caso visto che ha proprietà tossiche niente male. Sì, davvero la natura sa essere più violenta di tanta tecnologia, quando vuole!

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  2. Avatar di vogliadichiacchiere

    vogliadichiacchiere

    Sicura che i ragazzini se ne siano usciti con un “Pota!” . . . Nelle Alpi Apuane?
    “Espressione idiomatica tipica del bergamasco è pòta, dal latino “post ea”, intercalare che significa “dopo ciò”, usato ancora oggi come esclamazione principalmente per esprimere senso di rassegnazione davanti all’inevitabile.”

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Non i ragazzini, ma l’adulto che parlava loro (chissà, magari arrivava da fuori?). Me lo sono chiesto anch’io e la cosa mi ha colpita, ma sì, è proprio scritto nella trascrizione letterale curata dall’etnologo che aveva registrato la storia!

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