Altro che mostro di Loch Ness! In tempi remoti, anche il Piemonte poteva vantare (?) il suo personale drago lacustre. Viveva nel lago d’Orta, che oggi suddivide la provincia di Novara dal Verbano-Cusio Ossola, a ridosso di quel delizioso borgo medievale che è Orta San Giulio. E, se conoscete un po’ i santi medievali, di certo non vi stupirà venire a sapere che se il borgo è stato in grado di prosperare e giungere a noi attraverso i secoli, ciò si deve unicamente a quel sant’uomo che il comune onora al punto tale da volerlo ricordare nel suo toponimo. San Giulio, insomma – che dovremo dunque aggiungere alla quella lunga lista di santi dragonslayer di cui san Giorgio non è che l’esempio più famoso.
Ma chi era questo san Giulio?
A differenza di san Giorgio, non certo un cavaliere: il nostro eroe improvvisato era un umile monachello greco originario dell’isola di Egina, che alla metà del IV secolo aveva deciso di lasciare la sua terra natia per annunciare il Vangelo nel nord Italia, in quel territorio alpino fatto di ripide vette e di valli isolate in cui la Parola di Dio non era ancora riuscita a penetrare capillarmente. In compagnia di suo fratello Giuliano (ché la madre dei due era evidentemente una donna di poca fantasia), Giulio s’era messo in cammino verso l’Italia col beneplacito dell’imperatore Teodosio e aveva dato il via alla sua missione evangelizzatrice – che stava anche andando molto bene, per capirci! Il loro format era vincente: i due fratelli sostavano per qualche tempo in un villaggio, si facevano amica la popolazione autoctona grazie alla loro simpatia e alla generosità con cui davano una mano all’occorrenza dei lavori di ogni giorno; poi, quando ne avevano guadagnato la fiducia, provvedevano a catechizzare gli abitanti, ordinavano loro di abbattere gli idoli pagani e avviavano i lavori di costruzione per un luogo di culto in cui potesse raccogliersi la neonata comunità cristiana. I due santi s’erano prefissi di evangelizzare cento villaggi e costruire cento chiese prima di stabilirsi in un monastero per godersi il meritato riposo della vecchiaia: e destino volle che la loro missione avesse a concludersi proprio su quel piccolo specchio d’acqua che è il lago d’Orta.
Quando lo videro rilucere in lontananza sotto i raggi del sole a mezzogiorno, i due missionari erano arrivati a quota novantotto chiese. Decisero di separarsi, per ottimizzare il tempo a loro disposizione: san Giuliano evangelizzò il paesello di Gozzano (dove infatti ancor oggi riposano le sue spoglie) e san Giulio si fece carico di annunciare il Vangelo agli abitanti di Orta. Fra l’altro, aveva individuato un posticino che, a suo giudizio, sarebbe stato perfetto per edificare la centesima e ultima chiesa di quel progetto missionario: proprio davanti al borgo di Orta, nel mezzo del lago, a circa 400 metri dalla costa, si ergeva un grazioso isolotto disabitato che avrebbe facilmente potuto accogliere un eremo e qualche casetta per gli ospiti. Il posto perfetto in cui godersi la pensione dedicandosi a una vita di contemplazione, pensò san Giulio, cominciando a vagheggiare nella sua mente un progetto architettonico di tutto rispetto.
Ma il suo entusiasmo si scontrò con lo shock della popolazione autoctona. Quando san Giulio espresse il desiderio di costruire una chiesa sull’isolotto e domandò di poter essere accompagnato per fare un primo sopralluogo, i borghigiani gli rivolsero lo sguardo orripilato che normalmente si riserverebbe a un pazzo con la bava alla bocca: spiegarono che nelle acque del lago viveva un drago aggressivo, che uccideva qualsiasi malcapitato gli capitasse a tiro. Persino i barcaioli avevano dovuto abbandonare le loro attività e nessuno osava andare a pesca in quelle acque o vivere troppo vicino alla costa (con grave danno per l’economia locale, come tra l’altro si potrà ben capire): la sola idea di costruire una chiesa su quell’isoletta era una semplice follia suicida!
Ma i santi – si sa – non sono gente che si spaventa facilmente. Fissando a occhi socchiusi l’isoletta, san Giulio stese il suo mantello sulle sponde del lago e invocò l’aiuto del Signore. Ed ecco: miracolosamente, il mantello divenne rigido e cominciò a galleggiare a pelo d’acqua, trasformandosi in una piccola barchetta. Fu proprio a bordo di essa che san Giulio poté veleggiare verso l’isolotto, mentre la gente del posto seguiva la scena orripilata: ma non accade nulla, e anzi, quando san Giulio ebbe raggiunto la sua meta, cominciò a chiamare il drago a gran voce. Non dovette aspettare molto: la superficie dell’acqua si increspò, facendo emergere dalle profondità un terribile serpente lacustre che aprì le sue fauci, già pronto a inghiottire quell’imprudente barcaiolo.
Ma il serpente (è storia nota!) non aveva fatto i conti col potere di un santo in missione per conto di Dio. A differenza del suo collega Giorgio, san Giulio non ebbe neppure bisogno di impugnare una lancia: si limitò a brandire in direzione del drago il crocifisso che portava al collo, invocando l’intervento divino. Sotto gli occhi attoniti degli abitanti di Orta (che seguivano la scena di lontano, assiepati sulla spiaggia del paese), il drago lacustre lanciò un ruggito straziante e poi fu trascinato verso il basso, inghiottito per sempre dalle viscere della terra. Non lo si vide più, e nessuno ebbe più motivo di temere le acque limpide del lago: il dragonslayer evangelizzatore ebbe modo di costruire la sua chiesa e di stabilirsi sull’isolotto che ancor oggi porta il suo nome. È – appunto – l’Isola di San Giulio, un lembo di terra con un perimetro di 650 metri, che oggi ospita una basilica intitolata al santo, nonché un’abbazia benedettina (presso cui esiste anche una foresteria per laici e religiosi che volessero vivere per qualche giorno al fianco delle monache condividendo con loro la loro vita di preghiera, casomai l’idea potesse stuzzicare qualcuno dei miei lettori).
Pensate che questa storia sia solamente una leggenda agiografica come le mille che racconto su questi schermi, e senza alcun fondamento di realtà?
Tsk, uomini di poca fede! Nel lago d’Orta, un drago c’era per davvero! (Ehm).
E infatti, chi volesse visitare l’isoletta di san Giulio avrebbe la non comune chance di ammirare coi suoi occhi una delle vertebre del drago che fu sconfitto dal santo. E, per capirci, il reperto esiste per davvero: è un gigantesco osso vertebrale, quasi un metro, che ancor oggi è in esposizione nella sacrestia della basilica locale. A quanto pare, fu ritrovato nell’anno 1600 in una piccola fenditura sull’isola, a pelo d’acqua; naturalmente, all’epoca tutti pensarono al drago leggendario di cui narravano le cronache e ne fecero omaggio alla chiesa. Oggigiorno, si ipotizza che il reperto possa essere appartenuto a un qualche tetrapode ormai estinto, forse vissuto nel Pleistocene: un fossile di dinosauro, insomma. Che però ancor oggi è custodito tra le mura della chiesa, come sorridente omaggio alla leggenda.
E se adesso sono riuscita a incuriosirvi davvero, vi segnalo anche che un buon momento per verificare con mano queste informazioni potrebbe essere inizio settembre, periodo in cui il comune di Orta organizza ogni anno delle attività per bambini e famiglie durante le quali i piccoletti vengono invitati a pattugliare il lago e l’isolotto alla ricerca di eventuali draghi di ritorno (si sa mai: la prudenza non è mai troppa): pubblicità gratuita e non richiesta, ma alle belle iniziative bisogna pur dare diffusione!
In compenso, un po’ più utilitaristico sarà per me concludere questo post con una comunicazione di servizio: se siete dalle parti di Torino e se l’idea di inerpicarvi in un paesello ad alta quota vi sembra particolarmente seducente, viste le previsioni meteo per la settimana prossima, sappiate che lunedì 12 agosto alle 10:30 mi troverete in quel di Prali, ospite del Tempio Valdese, per un laboratorio didattico per bambini e ragazzi nell’ambito della (bellissima) rassegna di Pralibro (date un’occhiata anche al resto del programma, se vi capitasse di passare da quelle parti, perché merita, ed è un fantastico esempio di come, con un po’ di impegno, si possa trasformare in un polo culturale di tutto rispetto persino un paesello alpino sperso nel nulla a 1450 metri di quota).
Tema del laboratorio? Beh: ma i draghi, evidentemente!
(Partecipazione gratuita ma preiscrizione obbligatoria per ragioni organizzative, direttamente alla libreria di Pralibro mandando un messaggio Whatsapp al numero 3664651692)

ac-comandante
Qui in zona, al confine fra le province di Trieste e Gorizia, sono stati trovati dei fossili di dinosauri, probabilmente anche in epoca meno recente (c’erano molte cave), ma leggende di draghi e mostri simili non sono mai nate.
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Lucia Graziano
🤔
Sicuro sicuro sicuro?
Io non conosco assolutamente quella zona, ma secondo me qualche leggenda di draghi (magari poco nota e ormai dimenticata eh!) c’è per forza. Adesso mi hai fatto venire la curiosità di approfondire 😝
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ac-comandante
Fai pure, di robe da render note ne troveresti. Una mia amica aveva parlato p. es. della leggenda di Via dei Colombi (una viuzza di Trieste che oggi è lunga otto metri, sì, l’avevo misurata), non ti anticipo nulla, ma forse qualcosa online si trova. E sì, è una storia un po’ soprannaturale, ma sempre di esseri umani. Peraltro qualcosa di simile era raccontato anche nell’area istriana, differendo nei particolari.
Se la mia email ti è visibile, posso raccontarti la storiella come la ricordo io (sul filo della memoria, non l’avevo scritta).
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Anonimo
Secondo mia madre il temibile drago infestava il lago D’AORTA.
Annalisa Neviani.
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