Se questa storia non fosse (all’incirca) vera, sembrerebbe un esempio perfetto di quelle cautionary tales con cui le mamme ama(va)no terrorizzare le figliolette al momento della buonanotte. Una di quelle storie, insomma, che spaventano per trasmettere insegnamenti morali per la vita: tipo – tanto per dirne una – “mai insultare una strega, per l’amor del cielo”.
E invece, proprio di questa colpa si macchiò un giorno Ann Hall, una ragazzina poco più adolescente che lavorava come domestica in una casa signorile di Chipping Warden, non lontano da Oxford. E che senza dubbio non aveva avuto da piccina la fortuna di avere una mamma sufficientemente accorta da insegnare alla bimba le cose del mondo; o forse chi lo sa: magari ce l’aveva anche avuta, ma, sfrontata, aveva sempre rifiutato di dare peso alle sue parole.
Certo è che, in un momento imprecisato degli anni ’30 dell’Ottocento, Ann sentì suonare la campana della porta di servizio della casa per cui lavorava. Andò ad aprire, e si trovò di fronte a una donna gitana che era nota nella zona per essere una strega: si mormorava che sapesse leggere il futuro della gente e che le ragazzine fossero disposte a investire bei denari, pur di ricevere da lei una predizione su quanto le avrebbe attese.
Ma non certo Ann, signori miei! Molto più intelligente delle sue coetanee (o così almeno lei amava credere), e dunque scettica di fronte agli improbabili poteri sovrannaturali della veggente, Ann rifiutò con decisione di farla entrare in casa: nessuno, all’interno di quello stabile onorevole, aveva intenzione di dare ascolto alle baggianate di quella ciarlatana, che anzi avrebbe fatto bene ad andarsene e non farsi mai più vedere da quelle parti!
Ma come ben sanno tutti i lettori di libri di fiabe, non è mai una buona idea trattare una strega in questo modo. La veggente assottigliò lo sguardo e sibilò in direzione di Ann: “ah sì? Beh: una previsione sul tuo futuro io te la farò comunque, e gratis, in cambio di così tanta gentilezza. Entro due mesi avrai perso il lavoro, entro tre mesi sarai sposata, e presto capirai che hai ben poco da sentirti superiore agli altri su queste cose”.
Se v’è mai capitato di leggere qualche libro di fiabe, non dovreste nemmeno aver bisogno di me per intuire come andò a finire: entro due mesi da quel giorno, Ann era licenziata in tronco, ed entro tre mesi si ritrovava con una fede al dito. Ed è a questo punto che si inserisce il secondo insegnamento della cautionary tale: “per l’amor del cielo, comportatevi come giovani dabbene e non concedetevi al primo uomo che vi fa perdere la testa, perché potreste poi scoprirvi a pentirvi amaramente di quella leggerezza”.
È difficile dire con quale grado di convincimento Ann sia andata in sposa a suo marito Thomas. Vien da pensare che il grande passo sia stato affrettato dall’evidenza per cui il loro fu un matrimonio riparatore: Ann era già incinta, quando andò all’altare; e incinta di un uomo che conosceva a malapena. Chissà se nella velocità con cui si gettò tra le sue braccia pesò la sua delicata situazione economica (forse era già consapevole d’essere a un passo dal licenziamento?). O chissà che la ragazza non sia stata influenzata dalla profezia stessa della gitana. In fin dei conti, la veggente le aveva preannunciato un matrimonio di lì a tre mesi: abbastanza per far balzare il cuore in petto a qualsiasi ragazza in età da marito, soprattutto se sola e priva di corteggiatore. “Mio Dio!”, potrebbe aver pensato Ann: “sto per incontrare l’uomo della mia vita e sarà un colpo di fulmine travolgente, proprio come nei romanzi!”. Sennonché, la sua storia non era destinata a diventare un romanzo rosa, bensì (appunto) una cautionary tale. E Ann, andata in sposa in quattro e quattr’otto al fabbro del paese per nascondere l’infamia di una gravidanza che sarebbe stato difficile celare a lungo, dovette scoprire a sue spese che non tutti i colpi di fulmine conducono a matrimoni felici.
Entro il novembre 1838, la giovane famiglia Hall (ormai arricchitasi di una neonata di pochi mesi) s’era trasferita in un piccolo cottage nel villaggio di Little Tew, subaffittando alcune camere alla donna che già vi si risiedeva da diversi anni. Costei era un’anziana vedova che era stata ben lieta di aprire le porte di casa a una famiglia giovane capace d’assicurarle un po’ di compagnia e, soprattutto, quattro braccia robuste a cui delegare i lavori domestici più faticosi. Certo è che la povera donna dovette presto pentirsi della sua scelta: ché nell’accogliere in casa quei coinquilini, di certo non immaginava di vedersi rovinare la sua quiete domestica dalla presenza infestante di un’entità malevola che urlava a squarciagola, metteva tutto a soqquadro e la teneva sveglia a ogni ora del giorno e della notte.
No, non la neonata: il fantasma.
Sì, perché da qualche tempo Ann era perseguitata da un fantasma molesto che le andava appresso ovunque lei riparasse.
La persecuzione s’era annunciata, in sordina, provocando in Ann inspiegabili crisi di pianto e violenti attacchi d’ansia (se non fosse malcostume appioppare diagnosi a posteriori a personaggi storici del passato, verrebbe quasi inevitabile tirare in ballo la depressione post partum). Ben presto, Ann cominciò ad avere convulsioni: un sintomo che nell’Inghilterra dell’epoca era spesso associato alle maledizioni delle streghe, e quindi riportò immediatamente alla memoria l’incontro finito male con la veggente di qualche tempo prima. Ma ahinoi: per lo sconforto collettivo, i dolori di Ann non finirono qui, anzi cominciarono presto a estendersi a tutti gli inquilini della casa in cui viveva. Entro il novembre 1838, era evidente a tutti che qualcosa di drammaticamente sbagliato aleggiava nelle stanze di quel cottage: spesso si udiva nottetempo il rumore sinistro di un artiglio che graffiava le pareti; e fischi sibilanti svegliavano di soprassalto gli inquilini facendoli sussultare nei loro letti. Di lì a poche settimane, a questi rumori già inquietanti cominciarono ad aggiungersi gemiti strazianti e urla a squarciagola che potevano spezzare la quiete della casa a ogni ora del giorno e della notte. Era chiaro che qualcosa di strano stava accadendo tra le quattro mura di quel cottage: e fu a quel punto che i proprietari del locale decisero (per nostra fortuna) di prendere la situazione in mano.
Se la vedova che aveva subaffittato i locali abitava nel cottage da tempo immemorabile, l’edificio apparteneva materialmente all’Exeter College, uno dei più antichi collegi universitari che compongono l’Università di Oxford. Comprensibilmente incuriosito dalle strane voci che avevano cominciato a circolare circa un’infestazione fantasmatica all’interno di un edificio di proprietà del collegio, il rettore dell’Exeter College diede ordine ai suoi sottoposti di seguire la vicenda con particolare cura, tenendo traccia di tutti i suoi sviluppi. Una fortuna non da poco, per noi posteri: ché l’interesse di questi illustri personaggi finì col consegnare alla Storia il resoconto dettagliato di una vicenda minuta e quotidiana che, diversamente, sarebbe stata destinata a scomparire nell’oblio dei secoli. E invece, grazie al loro sforzo e all’attenzione pubblica che conseguentemente si levò attorno a questa vicenda, la strana storia del fantasma di Little Tew ha avuto modo di giungere fino a noi – e di parlarci di vicissitudini che sono ben più interessanti rispetto alle banali ghost stories che conosciamo tutti.
***
A raccontare questa storia nel suo Cursed Britain è Thomas Waters, il cui lavoro di ricerca storica ha sempre avuto un focus sul contraccolpo psicologico provocato dalla convinzione che la magia esista davvero. E, effettivamente, non credo ci vada poi questo gran psicologo per rendersi conto che, nelle vicende di Little Tew, il fantasma molesto e le sue sfortunate vittime avevano – come dire – un profilo psicologico interessante.
Interessante, per esempio, era la curiosa ossessione con cui il fantasma si ostinava a sfilare dal dito di Ann la sua fede nuziale e a nasconderla nei punti più improbabili della casa. A un certo punto, Ann aveva addirittura provato a far passare attorno all’anello un filo robusto che aveva provveduto a legarsi al dito, sperando che quell’antifurto fai-da-te potesse dissuadere lo spettro: ma i fantasmi non si lasciano intimorire per così poco, e non c’era verso per la giovane sposa di tenersi indosso il simbolo stesso del suo matrimonio.
Sol per quello, il fantasma le impediva pure di dividere il letto coniugale con suo marito. Nelle notti in cui Thomas e Ann provavano a coricarsi l’uno vicino all’altro, le urla del fantasma diventavano così violente, gli strepiti e i graffi al muro così insostenibili, che la coppia si vedeva costretta a separarsi, col marito che andava a dormire nel letto degli ospiti. Solo a quel punto le urla cessavano e la quiete tornava a scendere sul cottage: e così, gli inquilini esausti potevano finalmente godere di qualche ora di riposo.
In un momento indeterminato dell’inverno 1838, qualcuno prescrisse ad Ann delle medicine di cui le fonti non indicano la natura. Visto il contesto di disagio che traspare da questa storia, con una giovane puerpera angustiata (oltre che da un fantasma molesto) da crisi di pianto e angoscia costante, ma per il resto in buona salute fisica, è quasi inevitabile che il pensiero ci corra a quei calmanti tipo il laudano, che all’epoca andavano tanto di moda per sedare le afflizioni delle donne “isteriche”. Una supposizione, certo, e forse condizionata dal modo in cui noi contemporanei guardiamo alla condizione femminile del passato: certo è che anche il fantasma di Litte Tew sembrava osservare con occhio critico la somministrazione di quel balsamo, visto che, ogni volta che la povera Ann cercava di prendere in mano la medicina per assumerla come da prescrizione medica, una insostenibile forza la costringeva piuttosto a scagliare contro il muro la boccetta, riducendola in frantumi.
Curiosamente (e purtroppo indistintamente, nel senso che le fonti d’epoca non forniscono dettagli più specifici sulla questione), il fantasma sembrava addirittura far proseliti. A che proposito? Non lo sappiamo: eppure, «quello che turbava seriamente un quotidiano locale, l’Oxford Chronicle, era il ‘numero di persone che sono persuase della veridicità di queste affermazioni’».
Quali? Forse, banalmente, quelle che venivano fatte da Ann a proposito dell’autenticità delle sue esperienze di persecuzione; o forse c’era qualcosa di più? Certo è che (lo riportano i giornali stessi) il fantasma interloquiva spesso con chi faceva visita al cottage, sbeffeggiava gli esorcisti che venivano convocati per cacciarlo, pronunciava frasi blasfeme per turbare le coscienze. E certo è che (traspare tra le righe degli articoli, crescentemente allarmati), «il fantasma di Little Tew, a quanto pare, stava corrompendo le menti degli umili abitanti del villaggio. Le povere masse dell’Oxfordshire (facilmente influenzabili, prone alla rivolta sociale) sembravano subire la seduzione di idee selvagge». Forse così selvagge da non poter nemmeno essere scritte su carta stampata, per scongiurare il rischio di dar loro diffusione ancor maggiore.
E fu così che l’attenzione sui fatti di Little Tew crebbe ulteriormente, assumendo i contorni di una questione di interesse pubblico. Poiché (con buona pace delle povere masse suggestionabili e ormai divenute succubi dello “spettro”), gli intellettuali d’un certo rango erano unanimi nel dire che quella ordita da Ann Hall doveva essere un’impostura, furono convocati a Little Tew alcuni ventriloqui professionisti, nella speranza che almeno uno di loro potesse confermare che la donna conosceva i loro stessi trucchi e per loro tramite riusciva a “far parlare” il fantasma. Molti professionisti visitarono il cottage, ma nessuno si sentì in grado di affermare con certezza che quella di Ann era un’impostura; per contro, nessuno dei religiosi che si addentrò nella casa si sentì di affermare il contrario, parlando cioè di una presenza demoniaca reale.
Andò a finire che, non sorprendentemente, quella povera disgraziata della vedova che aveva avuto la sfortunata idea di prendersi in casa Thomas e Ann ritornò rattamente sulle sue decisioni e pensò bene di stracciare il contratto di subaffitto. I due sposi furono costretti a cambiare casa (e a spostarsi in un villaggio a qualche chilometro di distanza, visto che ormai la loro fama nel paesello aveva reso loro difficile trovare un altro appartamento in cui vivere). Da quel momento in poi, si rarefanno le informazioni in nostro possesso sul prosieguo di questa strana storia: sappiamo però che un prosieguo ci fu, nel senso che il fantasma seguì Ann anche nella nuova casa e di lì a poco cominciò a prendere di mira anche suo marito, per esempio nascondendogli gli oggetti di lavoro.
Solo «mezzo secolo più tardi la verità finalmente emerse», scrive Thomas Waters a conclusione di questa storia. «Il reverendo Edward Marshall, parroco della vicina parrocchia di Sandford St Martin, rese pubblico che Ann Hall gli aveva a un certo punto ‘confessato il suo inganno’. La locandiera del villaggio ‘pagava settimanalmente un tot. per il fantasma e per ognuno dei suoi seguaci, allo scopo di far proseguire la farsa’ – presumibilmente perché la storia del cottage infestato le procurava soldi facili grazie a curiosi che visitavano il paesello per saggiare di persona questa strana storia».
Insomma, da questa vicenda di fantasmi «Ann guadagnò quelle monete in più di cui aveva sicuramente bisogno. Ma potrebbe aver ottenuto anche qualcos’altro». Come fa notare Waters, «Ann era chiaramente una donna in difficoltà, se non proprio una donna disturbata. Decadi più tardi, un vicino di casa dichiarò a un folklorista del luogo che, per quanto fosse una persona ammodo, Ann Hall ‘era sempre stata molto strana’. Ma le nostre riflessioni non possono finire qui. La persecuzione fantasmatica di cui Ann era vittima aveva un filo conduttore estremamente razionale (sebbene forse inconscio)». Non solo la maledizione della gitana le aveva permesso di giustificare il suo improvviso licenziamento e aveva fatto apparire il suo matrimonio affrettato come un evento ineluttabile già scritto per lei negli astri, a cui era impossibile sottrarsi; in maniera ancor più strategica, il fantasma persecutore fu evidentemente il modo che Ann scelse di adottare per «protestare indirettamente circa la sua vita coniugale. Non a caso il ‘fantasma’ nascondeva la sua fede nuziale e le impediva di condividere lo stesso letto col marito. Ann viveva in un’epoca e in un contesto sociale in cui le donne come lei avevano ben poca scelta: una ragazza proveniente dalla classe operaia e cresciuta in un ambiente rurale non poteva certo aspirare al divorzio; e, in ogni caso, lei non sarebbe comunque stata nelle condizioni economiche di potersi permettere di vivere da sola. Se Ann era fondamentalmente infelice, non c’erano poi molte cose che lei potesse dire o fare apertamente a proposito. Ma poteva parlare, e agire, dietro lo schermo della stregoneria e della possessione spiritica»; certo «c’erano rischi, per chi decideva di far sentire la sua voce attraverso il dominio instabile e imprevedibile della magia. E tuttavia, per persone marginalizzate come Ann Hall, le streghe e i fantasmi potevano mostrarsi stranamente utili, di tanto in tanto».
Per approfondire:
Thomas Waters, Cursed Britain. A History of Witchcraft and Black Magic in Modern Times (Yale University Press, 2019)
ac-comandante
Lucia, hai ricevuto la mia email? Potrebbe essere stata presa come spam, dato che non te ne ho mai inviata nessuna.
Continuo a chiedermi come mai questo genere di storie siano così comuni nel mondo anglofono.
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ac-comandante
@Lucia
Ti ho mandato una mail con gli argomenti delle cinque storie che ho recuperato… dimmi se c’è qualcuna che ti interessa (la casella d’origine è quella dichiarata qui). C’è anche una storia di fantasmi, illustre, però: nientemeno che Massimilano d’Asburgo a Miramare! 😉
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