La sanguinolenta estrazione del molare di santa Patrizia
Regà: ‘sta storia fa talmente senso che non so come raccontarla in modo delicato, quindi ho deciso che non mi ci sforzerò nemmeno e la racconterò come viene viene.
Read More…Storia e Folklore
Regà: ‘sta storia fa talmente senso che non so come raccontarla in modo delicato, quindi ho deciso che non mi ci sforzerò nemmeno e la racconterò come viene viene.
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Nei secoli passati, questi momenti di Carnevale collettivo avevano probabilmente lo scopo di dare momentaneamente una valvola di sfogo a una popolazione che, per il resto dell’anno, viveva irregimentata in regole comportamentali severissime. E davvero si ha l’impressione che avessero questa funzione le licenziose feste popolari, all’inizio dell’autunno, si tenevano dal Nord al Sud dell’Europa…
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È una storia così perfetta che la si potrebbe tranquillamente prendere per la sceneggiatura di un film di Hollywood. E in effetti già questo è un elemento che tendenzialmente basta a far suonare il campanello d’allarme nella testa dei ricercatori.
Però, quando una storiella ha una trama così bel riuscita vale la pena di raccontarla in ogni caso!
La domanda non è banale, perché riduttivamente si potrebbe dire: certo che la gente mangiava funghi!
Però c’era un problema grosso come una casa: nessuno aveva idea di come distinguere i funghi commestibili da quelli velenosi.
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Santi strani e dove trovarli: lo conoscevate il mago che abbandonò le arti occulte quando si rese conto che i suoi malefici non avevano presa sui cristiani, protetti evidentemente da un potere ben più grande?
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Conoscevate già questa usanza inglese? Da tradizione, le more possono essere mangiate solo dalla festa di san Michele arcangelo alla festa di san Michele arcangelo.
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Mago Merlino come credo non l’abbiate mai visto, all’apice della sua umana debolezza, così come appare nel testo medievale del Lancillotto-Graal e così come vi viene presentato oggi in un agevole sunto di trenta pagine, diviso in dieci capi, con glosse.
Spero che abbiate un po’ di tempo libero.
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“Una primavera precoce, con la freschezza dell’aria che conserva ancora un sentore di neve. Ma una primavera a cui non seguirà l’estate”.
Così, nel 1971, Henri-Irénée Marrou definiva la breve esperienza poetica dei trovatori occitani che per primi cantarono l’amor cortese.
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A leggere i testi d’epoca, sembra un dato di fatto: nel Medioevo, le isole britanniche erano piene di fate lussuriose che non vedevano l’ora di poter sedurre un bel maschione.
“Ci sarà stata la coda”, penserete probabilmente: “chi è che non vuole andare a letto con una fata?”.
Beh, in realtà bisognerebbe fare una attenta valutazione sul rapporto rischi/benefici: concedersi a una fata poteva essere piacevole e conveniente… ma era una attività non scevra di controindicazioni.
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Secondo Henri-Irénée Marrou, “forse non si possono comprendere i trovatori se non si sono scoperti e amati a sedici anni”: il periodo migliore in assoluto, secondo lui, per rispecchiarsi in quei versi che cantano un amore così particolare, così simile “alla timidezza di un amore adolescente, ancora casto eppure già ardente”.
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