La sanguinolenta estrazione del molare di santa Patrizia

Regà: ‘sta storia fa talmente senso che non so come raccontarla in modo delicato, quindi ho deciso che non mi ci sforzerò nemmeno e la racconterò come viene viene.

Leggenda narra di come il cavaliere avesse passato tutta la notte in compagnia di Patrizia. E fin qui, qualcuno potrebbe anche fare un sorrisetto e commentare “complimenti al cavaliere”, se non fosse che santa Patrizia era morta da svariati secoli e il cavaliere aveva trascorso la notte vicino a un cumulo di ossa.
Converrete che la cosa comincia a farsi inquietante, però siamo ancora entro i limiti del normale. Nel Medioevo, era piuttosto comune (!) che i fedeli alla ricerca di un miracolo mettessero in atto la pratica dell’incubatio: trascorrevano cioè la notte all’interno di un luogo sacro, a strettissimo contatto con le reliquie del santo cui intendevano votarsi.
“Strettissimo contatto” vuol dire che, se possibile, si sdraiavano direttamente sulla sua tomba. Se ciò non era possibile, ad esempio perché le reliquie erano contenute in una teca, queste venivano messe a disposizione del fedele che se le teneva vicine vicine per tutta la notte, vegliando in devotissima preghiera.
L’idea di fondo, mutuata dalla cultura classica, era che le chance di veder esaudite le proprie preghiere dovessero aumentare esponenzialmente dopo quella vicinanza prolungata con il corpo santo. E dunque: alla ricerca di chissà quale grazia, un anonimo cavaliere, in un momento imprecisato del Medioevo, passò la notte nel monastero napoletano dei santi Nicandro e Marciano, in incubatio vicino alle reliquie di santa Patrizia. Fin lì, nessun problema (segnalo fra l’altro questo interessantissimo dossier che descrive come la pratica dell’incubatio sia ancora praticata in talune realtà italiane).

Fin lì, ripeto, tutto nella norma.
La cosa francamente anormale avviene all’alba, al termine della notte di incubatio, quando il cavaliere pensa bene di aprire la teca con le reliquie, carezza con venerazione lo scheletro della santa e, soffermando lo sguardo là dove un tempo le rosee labbra della vergine avevano sorriso, ritiene che non ci sarà di certo nulla di male… nel cavarle un dente.
Così, tanto per.
Un bel dente da portarsi a casa, come ricordo di pellegrinaggio.

Il nostro devoto amico ficca dunque le mani nella bocca della santa e inizia a tirare e a tirare (sarà stato armato di tenaglie? Il furto sacro era premeditato?). Fatto sta che il cavaliere infierisce sul corpo della morta finché non riesce a cavarle un molare… col piccolo problema che, con ogni evidenza, il nostro eroe non era un dentista e di certo non aveva la mano delicata. E così, non appena il dente della santa viene estratto, un violentissimo fiotto di sangue schizza fuori da quel teschio.
È un miracolo del cielo, chiaramente, ché mai s’è visto uno scheletro schizzar sangue; un miracolo un po’ alla Tarantino, ché da ‘sto cumulo di ossa il sangue continua a zampillare a fiotti, inzaccherando dente, cavadenti, reliquiario e pavimento della chiesa.

A un certo punto, il nostro dentista abusivo deve arrendersi alla dura verità dei fatti: andando avanti di ‘sto passo, la chiesa sarà allagata da colate di sangue inarrestabile. Non bastano le sue preghiere ad arrestare quel prodigio sanguinolento; serve l’aiuto di qualcun altro. A malincuore, il cavaliere si vede costretto ad avvisare le monache che vivono nel monastero adiacente alla chiesa. Ed ecco le monache giungere, eccole pretendere la restituzione immediata del dente. Ed ecco infine il sanguinamento rallentare e arrestarsi: dopo quell’affronto sacrilego, giustizia era stata fatta.

***

Lo scheletro di santa Patrizia smise dunque di sanguinare. Ma lo fece non prima d’aver permesso alle monache di raccogliere un po’ di quel prezioso sangue, con quale esse ebbero modo di riempire due bei vasi di vetro.
E che conservare il frutto di tale miracolo fosse stata una buona idea, fu cosa che divenne evidente di lì a qualche anno, quando le monache si resero conto che quel sangue ormai secco si liquefaceva, diventava caldo e ribolliva ogni qualvolta che gli veniva avvicinato il dente che era stato la causa di tutto ‘sto macello.

In che epoca si svolgono i fatti narrati?
Difficile a dirsi, ché le fonti storiche sono molto vaghe. Le prime testimonianze sulla liquefazione del sangue di santa Patrizia risalgono alle prime decadi del Cinquecento e collocano la genesi di questo prodigio a un indeterminato Medioevo rimasto senza data, nel quale avrebbe avuto luogo la sfortunata estrazione dentale di cui vi ho detto.
Inizialmente (e cioè nel Cinquecento) il miracolo si verificava, a quanto pare, ogniqualvolta che il dente di santa Patrizia veniva avvicinato alle ampolle contenenti il suo sangue. Col passar degli anni, il miracolo parve mutare forma: se prima era sufficiente accostare il dente alla caraffa di sangue perché il prodigio si manifestasse, santa Patrizia decise col passar dei secoli di diventare un po’ più selettiva nelle sue manifestazioni. Verrebbe da dire che la santa scelse di adottare lo stesso modus operandi di san Gennaro: in fin dei conti, i due erano concittadini. Se il sangue di san Gennaro si scioglie pochi giorni all’anno, in date ben precise del calendario, così prese a fare anche il sangue di santa Patrizia, che cominciò a sciogliersi ogni venerdì santo e ogni 25 agosto, memoria liturgica della santa.

Trascorse qualche altro tempo e (se mi passate la battuta) santa Patrizia dovette decidere che, tutto sommato, non era il caso di dar spettacolo il venerdì santo, ché poi la brava gente si distrae. Sicché, il prodigio della liquefazione del sangue si spostò a un altro giorno (ogni martedì dell’anno), lasciando invece ferma e sempre valida la data del 25 agosto.
E una rapida ricerca su Google basterà per soddisfare la vostra curiosità, mentre io scrivo che, a quanto pare, il prodigio si ripete ancor oggi, e paradossalmente con una frequenza ancor maggiore rispetto a quella con cui si manifesta la liquefazione del sangue di san Gennaro.
Poco nota al di fuori della città che la ospita (ditemi onestamente: voi conoscevate già questa storia?), a Napoli santa Patrizia gode di grande venerazione e pare essere pregata con particolare intensità dalle ragazze in cerca di marito. Inizialmente custoditi nel monastero dei santi Nicandro e Marciano, i suoi resti furono traslati a metà Ottocento nella chiesa di san Gregorio Armeno, dove è possibile ancor oggi “porgere visita” alla santa venerandone le reliquie.

Ecco: se ci andate, magari evitate di cavarle un dente.


Per approfondire: Il segreto di san Gennaro. Storia naturale di un miracolo napoletano di Francesco Paolo de Ceglia, edizioni Einaudi. Perché sì: il libro è dedicato a san Gennaro… ma è pur vero che – come dice ironicamente l’autore – santa Patrizia è decisamente una sua imitatrice!
Disclaimer a margine: l’immagine di copertina è molto adatta al contesto, ma non è la foto della vera reliquia della santa eh!

6 risposte a "La sanguinolenta estrazione del molare di santa Patrizia"

      1. ilnoire

        Prendo nota… Beh in effetti tra apparizioni, levitazioni, fuoco dal nulla, ce ne sarebbe da inventarne di trame. Tolto dal contesto religioso avrebbe comunque un certo effetto; molto gotico.

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  1. Emilia

    Eccome se la conoscevo! O meglio, sapevo del sangue e che era sgorgato dall’estrazione di un molare, ma non che l’operazione fosse avvenuta svariati secoli dopo il transito di santa Patrizia.
    Sono anche stata un paio di volte nella chiesa dove lei è venerata, ma non ho mai osservato da vicino la reliquia del sangue.

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    1. Lucia

      Beh, ma tu con i santi napoletani giochi in casa… 😉

      Ma più che altro: mi sembra di capire che, ad oggi, la liquefazione del sangue sia attesa ogni martedì?! (“Attesa” nel senso che non sempre capita, però in teoria dovrebbe essere un miracolo che si ripete potenzialmente ogni sette giorni).

      E’ vero, che tu sappia? 😐
      Perché se davvero questa liquefazione ha luogo con tanta frequenza, mi stupisce che il fenomeno sia così poco conosciuto. Voglio dire: sulla liquefazione del sangue di san Gennaro ci fanno i titoloni persino i giornali nazionali; questa santa Patrizia invece io l’ho scoperta per caso, e insomma, non mi sembra che sia molto popolare fuori dalla città di Napoli…

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      1. Emilia

        Non saprei dirti più di quanto ho indicato sopra, ma segnalo a te e agli interessati “Urbs Sanguinum”, edizioni Intra Moenia, un libretto su tutti i prodigi di sangue a Napoli.
        Invece ho visto a casa di un prete che conosco, ormai in casa di riposo, il libro citato da te.

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