La gonna preferita dalle suffragette

Niente panico, lettori maschi: non ho intenzione di trasformare questo blog in una specie di saggio a puntate di Storia della Moda. Eppure, l’argomento è interessante, di per sé: a suo modo, la scelta degli abiti da indossare la dice lunga su una persona, su un contesto storico, su una intera civiltà…
Per cui, spero mi consentirete ancora questo articolo a tema, per “onorare” a mio modo la giornata della donna parlando e sparlando di… la gonna più amata dalle suffragette.

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Come dite? Le sufragette c’avevano di meglio da pensare, che non alle gonne?
Beh, ‘nsomma, mica vero. La scelta di un abito da indossare o di un certo trend da lanciare nel mercato della moda non è mai casuale e priva di significato. Quella frase proverbiale ma ormai priva di senso – “chi è che porta i pantaloni in questa casa?!”, – all’epoca delle suffragette aveva un significato vero, così come poteva assumere una valenza politico-ideologica anche solo la scelta dell’abito da infilarsi quella mattina.

Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molte donne ritengono che l’ammontare dei loro diritti civili sia inversamente proporzionale alla quantità di pelle scoperta, le suffragette ritennero loro dovere primario abbandonare le vaporose crinoline per sfoggiare abiti che permettessero loro di apparire più liberamente “donne”.
Per quella infelice distorsione del pensiero per cui molti uomini ritengono che l’onorevolezza di una donna sia direttamente proporzionale alla sciatteria con cui la signora si veste, la società perse pure tempo a star dietro ai guizzi estetici delle femministe, trasformando una normale moda passeggera in una specie di affar di Stato.

Avete mai sentito parlare, signori, della “hobble skirt”?

Hobble Skirt 1

La hobble skirt è ‘sta roba qua, ed è indubbiamente una delle invenzioni più orride e importabili nel campo della moda recente.
Non è chiaro chi sia stato il genio del male a inventare questo bizzarro arnese, ma lo stilista parigino Paul Poiret ebbe il coraggio di accollarsene la paternità (…anche se, probabilmente, l’idea iniziale non fu realmente sua). Una diceria, probabilmente non del tutto priva di attendibilità, attribuiva addirittura la nascita della “hobble skirt” a uno dei primi voli aerei dei fratelli Wright, e in particolar modo a un volo del settembre 1908 che vide per la prima volta una passeggera di sesso femminile ospite di un aeroplano. Alla signorina Edith Berg – prima donna in assoluto a sfidare la forza di gravità – era stato chiesto, in via precauzionale, di stringere con un elastico, poco al di sotto delle ginocchia, la sua ampia gonna inizio ‘900 tutta stoffa e crinoline, per evitare possibili incidenti in cui il tessuto, mosso dal vento, si impigliava per disgrazia in qualche ingranaggio del motore.

Volo Edith Berg Hobble Skirt
Edith Berg e Wilbur Wright nel primo volo aereo con le quote rosa della Storia.

La fotografia della signorina Berg pronta per il volo ebbe ampia diffusione, e forse non è un caso che, da lì a pochi mesi, abbia cominciato a impazzare sulle passerelle un originalissimo modello di gonna che, abbandonati gli spessori delle crinoline ottocentesche, scendeva morbido sui fianchi… per poi stringersi ai polpacci.

Lo stile poteva piacere o non piacere; certi modelli sono anche carini, a guardarli astrattamente. Di sicuro, piacque moltissimo alle suffragette e alle femministe in generale, che, probabilmente, vedevano in quell’estroso capo di abbigliamento un rivoluzionario riappropriarsi delle forme femminili. Abbasso le sottogonne e gli scomodi corsetti; viva le gonne che, enfatizzando i fianchi e stringendosi alle caviglie, esaltano le naturali curve del corpo femminile.

The Woman's Magazine Febbraio 1914
Febbraio 1914: tre modelli di “hobble skirt” dalla pubblicazione per signore “The Woman’s Magazine”

Ovviamente non è che tutte le femministe di inizio secolo andassero in giro conciate così (ci mancherebbe altro); però, questa tipologia di gonna ebbe dirompente diffusione proprio perché chi sceglieva di indossarlo lo faceva come in una tacita ribellione al mondo maschilista e patriarcale. E che questa moda fosse strettissimamente legata al movimento di rivendicazione dei diritti femminili lo confermano non solo alcune vignette satiriche che associano esplicitamente questa mise alle campagne delle suffraggette:

LadyButchers

ma anche il livore a tratti velenoso con cui il resto del mondo accolse questa estrosa bizzarria muliebre.

Chi si sente sola adesso

Il fatto è che ‘ste gonne, obiettivamente, erano ridicole per davvero: non tanto per l’estetica in sé, ma per l’assurda scomodità di doversele portare appresso. Adatte, tutt’al più, a una damina da salotto che riceve le sue amiche per un tè e non si schioda dal sofà per tutto il pomeriggio, queste gonne erano drammaticamente poco consone allo stile di vita di una giovane laboriosa e in movimento, e che per di più faceva di questo attivismo la sua ragion d’essere. L’esistenza delle hobble skirts l’ho scoperta leggendo il libro Fashion Victims di cui vi dicevo la volta scorsa, perché ‘ste gonne, oltretutto, erano dannatamente pericolose, porca la miseria. Limitando per ovvie ragioni la capacità di movimento, rendevano le donne vittime di continui incidenti, più o meno gravi. Se già non è bello slogarti una caviglia perché ti sei inciampata a causa della gonna troppo stretta, ancor meno bello è cadere accidentalmente in acqua e affogare perché non sei in grado di muovere le gambe (morì così, a New York, nel 1911, la povera Ida Goyette, di soli diciotto anni). Iddio non volesse, poi, che una dama così agghindata dovesse mai fuggire a gambe levate da un qualsivoglia tipo di pericolo: quella povera gentildonna che, nel settembre 1910, morì travolta da un cavallo scosso all’ippodromo di Chantilly, molto probabilmente avrebbe fatto in tempo a scansarsi, se non fosse stato per quella gonna così maledettamente stretta. Per non parlare poi di come questo stile limitasse seriamente le donne nella loro vita di ogni giorno: avete presente i nostri tram raso terra, che accostano direttamente a filo del marciapiede per azzerare le barriere architettoniche? Ecco, benissimo: la città di New York li inventò nel 1910 proprio per… agevolare la viabilità urbana delle tante donne all’ultimo grido, che, pur di mostrarsi indipendenti e arrivate, si imbaccucavano in stilosissimi “abiti denuncia” che rendevano complicato anche solo salire su un tram.

Hobble Skirt Car

Era ovviamente una situazione paradossale, che costringeva le femministe a esporre il fianco a critiche talvolta impietose ma globalmente vere, come nel caso di una vignetta satirica che, con delizioso umorismo tranchant, ironizza sui “grandi passi” compiuti dalla donna verso la sua emancipazione.

GrandiPassiAvanti Hobble Skirt

Il 12 giugno 1910, un editorialista del New York Times osservava (e mica a torto!) che “se una donna ambisce a correre per la carica di governatore, dovrebbe quantomeno essere in grado di correre anche dietro al tram”, e domandava provocatoriamente: queste donne che lottano con tanto entusiasmo per essere legalmente libere, come possono poi accettare di essere incatenate sartorialmente?

HobbleSkirtPostcard

L’epilogo di questa moda assurda? Dovuto non tanto a un acuirsi del buon senso, quanto più causata dagli stravolgimenti bellici. Con il 1914, le hobble skirts spariscono improvvisamente con la stessa rapidità con cui sono venute. Troppo dolorosi e troppo ravvicinati i lutti, per far venire voglia di sfoggiare vestiti così seducentemente estrosi; troppo dura e piena di impegni la vita quotidiana delle donne sole con i loro capofamiglia al fronte, per lasciare spazio a questi strani grilli per la testa.

Eppure, se non fosse stato per questo evento oggettivamente dirompente e imprevedibile, chissà per quanto ancora questa moda avrebbe imperversato!

Patria e religione

“Indovinate qual è la testata che ha dedicato maggior spazio alla mostra?”, chiedo gongolante.
“Il bollettino diocesano”, fanno loro, con l’aria di chi sotto sotto pensa ‘ma chi vuoi che ti si fili’.
Radio Radicale”.

E, signori ve lo assicuro, è andata proprio così.
Vabbeh che coi tempi che corrono uno non riesce manco più a stupirsi, ma tant’è: quando lavori su cose di Chiesa, e la testata che dedica maggior copertura al tuo lavoro è Radio Radicale (!), parlandone pure bene (!!)… il dubbio ti viene: o hai creato ‘na roba blasfema e anti-cristiana, o hai fatto un lavoro oggettivamente buono al di là di ogni giudizio di merito.

Quale sarà la verità?
Siccome il lavoro non l’ho fatto da sola (anzi), amo pensare che la verità sia la seconda: e cioè, che la mostra che abbiamo recentemente inaugurato al Vittoriano meriti, oggettivamente, di esser visitata.

***

messa-in-trincea-foto-carlo-balellicollezione-famiglia-balelli-1Ricordate quando nei mesi scorsi, scusandomi per le mie prolungate assenze internettiane, promettevo “eh, però non aggiorno il blog perché faccio cose e vedo gente, magari in futuro alcune delle cose che faccio potreste anche apprezzarle voi?”.
Ecco, questa è una di quelle cose.
Se siete Romani, o avete intenzione di fare una gita a Roma, oppure vivete da tutt’altra parte ma nutrite un forte interesse per la Storia della Chiesa (e/o della prima guerra mondiale), provate a dare un’occhiata alla mostra “Patria e Religione. Religiosi e religiose italiani nella prima guerra mondiale”, ospitata dal Museo Centrale del Risorgimento di Roma (al Vittoriano, appunto) fino al 5 febbraio 2017.

È già da un po’ di tempo che l’Istituto per la Storia del Risorgimento, a Roma, si interessa al tema della prima guerra mondiale. Per chi si domandasse, giustamente, che c’azzecchi la prima guerra mondiale con la storia del Risorgimento, bisognerà forse ricordare che l’Istituto promuove gli studi sulla storia d’Italia dal periodo dell’unificazione sino al termine della prima guerra mondiale: ecco perché, nel corso degli ultimi due-tre anni, ha portato avanti iniziative di tutto rispetto che hanno tentato di rileggere criticamente la storia della Grande Guerra, o di approfondirne le premesse, o di esplorare aspetti specifici che non sono ancora stati studiati a sufficienza.

Uno di questi aspetti – indovinate un po’ – riguarda proprio i rapporti tra i religiosi (e le religiose) italiani e la madrepatria, negli anni del conflitto.

fotografia-guerraMi direte che ci sono un mucchio di studi dedicati ai cappellani militari della Grande Guerra, e in effetti è vero: ma tutti gli altri? Tutti i numerosissimi religiosi (frati, seminaristi, monaci) che, non essendo (ancora) sacerdoti, sono stati chiamati alle armi… e costretti a imbracciare le armi per davvero, impossibilitati a “riciclarsi” come “semplici” sacerdoti in trincea?
Riuscite a immaginare lo strazio che doveva provare – che so – un ragazzo che aveva deciso di farsi monaco di clausura, e che improvvisamente si trovava catapultato in mezzo all’inferno delle trincee? Costretto a vivere in un ambiente che decisamente non era un convento, costretto a lottare per vivere, costretto a uccidere per sopravvivere? Costretto addirittura a uccidere a sangue freddo i suoi stessi confratelli di un’altra nazionalità, se solo avesse dovuto intravvederli oltre la linea del fronte?

Fu, per tanti, uno strazio enorme, fonte di crisi spirituali mica da ridere.
Eppure fu uno strazio con cui dovettero convivere tanti, ma proprio tanti, tantissimi religiosi: oltre alle gesta dei cappellani militari, c’è molto altro che dovrebbe essere studiato.

foto-inizio-paginaCosì come dovrebbe essere studiato l’enorme apporto fornito dalle suore nel corso della Grande Guerra. A differenza dei religiosi arruolati dell’esercito, di cui quantomeno possiamo conoscere il numero esatto (9400 e rotti), non siamo nemmeno in grado di stabilire quante religiose siano state impegnate nel corso del conflitto, nel ruolo infermiera per i soldati feriti.
Poco ma sicuro, siamo comunque di fronte a numeri immensi: basti pensare che sole Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli impiegarono circa 800 consorelle (!) a questo scopo. Figuriamoci dovessimo fare un calcolo complessivo di tutti gli ordini femminili che diedero il loro aiuto alla patria…

: ci sarebbe davvero tanto da scrivere e da approfondire, sul ruolo dei religiosi e delle religiose italiani nella prima guerra mondiale.
E non è nemmeno escluso che lo si faccia per davvero in futuro: quindi, stay tuned!, come si suol dire.

ricordino-religioso-mortoPer adesso, se passate da Roma da qui a inizio febbraio, prendete in considerazione l’idea di fare un salto al Museo del Risorgimento. Il costo del biglietto è insolitamente basso (lo specifico, perché è decisamente in controtendenza rispetto a quello di altri musei romani), e le agevolazioni sono numerose.
La mostra, curata da don Giancarlo Rocca, paolino, con l’appoggio del Coordinamento Storici Religiosi, è bellina, secondo me. E non lo dico solo perché anche io, in qualche modo, collateralmente, ci ho messo mano, ma perché è bellina proprio, dai. Espone solamente fotografie e documenti (che ben si accompagnano però all’esposizione “fissa” del Museo del Risorgimento), ma è bellina proprio. È ben riuscita. Si fa guardare e soprattutto insegna: insegna tanto.
E poi, se ne parla bene persino Radio Radicale

Peraltro, lì a due passi (nell’Ala Brasini del Vittoriano) sarà in corso, più o meno in contemporanea con la nostra, una di quelle mega-mostre acchiappa-pubblico dedicata a Star Wars.
Eddai: non ci credo che non vi interessa manco Star Wars. Star Wars tira un sacco.
E, beh, se dopo una passeggiata tra i modellini di Darth Vater e Yoda voleste fare una rapida incursione tra le trincee della Grande Guerra… il nostro lavoro è lì. Bellino bellino. Vi aspetta!

[Pillole di Storia] Lo scudo celeste di nonno Michele

Come forse potrebbe aver intuito qualche mente particolarmente arguta, ho recentemente traslocato.
Nel tentativo di spendere il meno possibile, mi sono procurata i mobili nuovi… non all’Ikea, come farebbe una persona sana di mente, ma bensì nella soffitta della casa di campagna.
Ebbene sì: nella vecchia casa di campagna che, ancora oggi, ospita parte della famiglia di mio padre, si sono accatastati, col passar delle generazioni, alcuni mobili smessi-ma-non-troppo, caduti nel dimenticatoio alla morte del legittimo proprietario o smontati e portati in cantina a seguito di un qualche trasloco. Tutta roba che non si usava più, ma che, tutto sommato, spiaceva buttar via, “perché, in fin dei conti, potrebbe sempre tornare utile in un domani…”.
I sostenitori del declutter staranno avendo la pelle d’oca, ma, grazie a un secolo di accumulo compulsivo da parte dei miei antenati, la sottoscritta è riuscita a mettere assieme un salotto shabby chic praticamente a costo zero.

Rilascio queste dichiarazioni perché vi immagino maniacalmente interessati al mio salotto?
No, ovviamente no: il punto è che, nei mesi scorsi, mio padre si è immerso nella polvere secolare della proverbiale vecchia soffitta della casa di campagna, per vedere cosa se ne poteva cavare…
…e, oltre ai mobiletti, ha trovato un tot. di altre cose interessanti.
Ad esempio, ha trovato un piccolo sacchettino di tela contenente alcuni affascinanti reperti storici… tipo questo, per dirne una.

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E fin lì, niente di strano. Per chi ha un minimo di dimestichezza coi nostri album di famiglia, non è stato difficile riconoscere in questa fotografia il volto di Nonno Michele, il padre del mio nonno paterno.

È stato un po’ più interessante, semmai, indagare sulle origini del reperto numero 2: un ovale di tela zozzo di polvere da far schifo, che, tornando a Torino dalla casa di campagna, mio padre ha lasciato scivolare sulla mia scrivania, commentando “tiè! Questo è pane per i tuoi denti”.

Dopo un colpo di spugna per togliere a ‘sto coso un secolo di incostrazioni di sporco, è stato infatti evidente a tutti che l’aggeggio misterioso aveva tutti i requisiti per solleticare il mio interesse. Era dichiaratamente una roba di Chiesa,

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che conteneva al suo interno un misterioso foglietto.

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Tale foglietto – e la cosa assumeva contorni sempre più chiesastici man mano che proseguivo la mia piccola indagine – era un foglietto di carta sottile ripetutamente piegato su se stesso

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che per miracolo è rimasto intatto attraverso i decenni, e si è presentato a me così.

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…okay, dunque: si trattava di uno scapolare del Sacro Cuore che, evidentemente, qualche mio antenato da parte paterna doveva aver posseduto (…e usato a lungo in condizioni molto disagevoli, vista l’usura della stoffa).
Vabbeh: piccola chicca di storia familiare, evidentemente la mia famiglia è sempre stata molto devota… ma, onestamente, mi sfuggiva il perché della collocazione di questo oggetto. Era stato recuperato in quel sacchettino di tela contenente le foto del mio bisnonno con la divisa da militare e alcuni altri cimeli risalenti al suo servizio durante la grande guerra… va bene tutto, ma che c’azzecca con questi oggetti uno scapolare del Sacro Cuore?

A un certo punto, sono stata tentata dal desistere, ripetendomi “e che vuoi che c’azzecchi? È finito casualmente nello stesso sacchettino!”, e dandomi da sola della cretina per la mia fissazione da accademica intellettualoide: il fatto che ci debba necessariamente essere un vincolo storico fra i documenti che vengono reperiti assieme, è una cosa che studi sui libri di scuola, ma mica vuol dire che sia un legge universale che vale anche per le soffitte delle case di campagna immerse nel caos…

…e poi, ho dato ancora un’occhiata al retro dello scapolare.

La stoffa era lercia oltre ogni dire, sporca di cose che non riuscivo nemmeno a identificare e probabilmente era meglio così; però, sotto a quel mantello di zozzure, si riusciva vagamente a intravvedere una scritta a stampa.
Non so cosa riusciate a leggere voi da una fotografia, ma io ho azzardato. “Guardate che, secondo me, qui dietro c’è scritto FERMATI”, ho comunicato a mamma e papà.

Fermati?

Chi o che cosa dovrebbe essere bloccato da uno scapolare del Sacro Cuore?
Il diavolo, la tentazione, il peccato, la cattiva morte, ma non mi sembra comunque una buona ragione per deturpare uno scapolare scrivendoci sopra un “FERMATI” a scritte cubitali…
…poi, ho pensato a dove sta fisicamente uno scapolare quando viene indossato, nascosto sotto i vestiti… e ho fatto un sorriso a trentadue denti.
Serviva a fermare i proiettili!

Rapida ricerca su Google (e poi, con calma, in biblioteca), e ho avuto conferma: quello che tenevo fra le mani era effettivamente un oggetto devozionale molto diffuso fra i soldati al fronte durante il primo conflitto mondiale. Perfetto “per le persone che non hanno agio di pregare lungamente”, come era specificato sul foglietto consunto che mi son trovata fra le mani, lo scapolare del Sacro Cuore – più propriamente detto “scudo del Sacro Cuore”, in questa forma specifica – era una devozione che aveva goduto di notevolissima diffusione durante gli anni della prima guerra mondiale.

Non parlerò della devozione al Sacro Cuore in sé: sarebbe inutile e superfluo; se ne è già parlato a lungo, online, in questi ultimi giorni. Mi limiterò a dire che, nonostante gli sforzi delle alte gerarchie ecclesiastiche (e anche di alcuni ordini religiosi decisamente “virili”, come ad esempio i Gesuiti), la devozione al Sacro Cuore è stata a lungo percepita come un qualcosa da donnicciole.
Cuoricini, Madonne, angioletti, Gesù Bambini: storicamente, devozioni di questo tipo sono spesso state considerate “roba da donne”, più in sintonia con l’emotività femminile che con la vita di fede di un uomo adulto. Del resto, cosa ci fa un uomo tutto d’un pezzo con un cuoricino addosso?, maddai! Che sia il cuore di Gesù oppure quello di Gertrude che ti aspetta a casa, comunque un vero macho non si farebbe mai vedere in giro con una roba del genere. È pieno il mondo di devozioni affascinanti: ‘ste robe di cuoricini lasciamole alle donne.

Gradualmente, in quei decenni a cavallo fra Ottocento e Novecento, però, cambia qualcosa. Un po’ dappertutto, e in maniera molto ecumenica (nel senso che questa metamorfosi riguarda sia i Cattolici che i Protestanti), i fedeli di sesso maschile cominciano pian piano ad appropriarsi di devozioni che, fino a qualche tempo prima, erano state ingiustamente relegate all’universo muliebre. Si tratta soprattutto di certi culti mariani, e, in maniera forse ancor più eclatante, della devozione al Sacro Cuore di Gesù. Proprio quest’ultima immagine, infatti, diventa praticamente un must in tutte le sacche dei militari cattolici impegnati al fronte durante la prima guerra mondiale.
Perché proprio il Sacro Cuore? Beh, per varie ragioni: forse, perché erano promesse indulgenze importanti (e preziosissime, per chi ogni giorno rischia la vita!) a chi seguiva questa devozione. Forse, perché un “permesso speciale” di papa Pio IX aveva reso benedetti ipso facto tutti gli scudi del Sacro Cuore realizzati in giro per il mondo (ovverosia: non serviva un cappellano per benedire quel piccolo ovale di stoffa che portavi al petto: teoricamente potevi cucirtelo anche da solo, la notte, in trincea).
O forse, più probabilmente, perché il diciottenne che rischia la vita al fronte in una guerra senza precedenti, trova conforto nell’ammettere a se stesso che, , ha il cuore straziato dall’orrore e dal terrore… e che non c’è niente di cui vergognarsi, sai? Del resto, anche Gesù soffriva.

FERMATI!
Il cuore di Gesù è con me!

Recitavano così, gli scudi del Sacro Cuore che i soldati portavano al petto durante quella guerra terribile scatenatasi cent’anni fa – e quel “fermati!”, inizialmente rivolto proprio ai peccati e alla tentazione, assumeva una duplice (e commovente) valenza, nella mente di quei soldati che lo indossavano.
Non solo preghiera silenziosa per chi non ha il tempo e la fermezza di pregare diversamente; non solo protezione contro la cattiva morte e contro il demonio: lo scudo del Sacro Cuore, appuntato al petto dei soldati prima di sfidare la mitragliatrice nemica, diventava anche una sorta di protezione celeste per chi supplicava il Signore di poter avere salva la vita.

***

Il mio nonno Michele?
Lui, fortunatamente, è sopravvissuto, ed è tornato a casa.

Babbo Natale, l’anima del commercio

E un giorno si festeggiò il capodanno del nuovo secolo; e, una manciata d’anni più tardi, scoppiò la prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti, entrati in guerra, andarono incontro a morte e disagi vari… ma anche a un’improvvisa espansione del mercato estero.
Poi si siglò la pace, tutto ritornò quietamente come prima… e gli Stati Uniti, che non potevano più basare la loro economia sulla produzione di mitragliatrici, cercarono un qualche modo di tenere alte le compravendite.
Compravendite di qualsiasi cosa, eh; mica solo di armamentario bellico. Basta che fosse.

Il Natale del consumismo, se vogliamo, nasce proprio in quel periodo. Nasce in quel ventennio compreso fra le due guerre mondiali, quando la classe media cominciava ad essere nella condizione di potersi concedere qualche spesa extra, una volta l’anno… e quando le aziende produttrici avevano capito come spennare i propri polli.
Commercianti e agenzie pubblicitarie, da una parte all’altra degli Stati Uniti, cominciano a sfruttare le varie feste del calendario per aumentare la vendita interna in tempo di pace. San Valentino, 4 luglio, Thanksgiving Day: niente scampa a questo processo. Ma il Natale, ovviamente, si prestava di per sé ad essere una festa “ad alto tasso di commercializzazione”: d’altro canto, non era sempre stata tradizione fare regali ai propri figli, nel mese di dicembre?
Poco importa che, una volta, i regali di Natale fossero perlopiù costituiti da dolci e frutta secca: roba da mangiare, insomma. Basta fare un po’ di pubblicità, basta insistere per qualche anno, e vedrai che passerà il messaggio che si può e si deve regalare anche oggettistica, per Natale!

Sì, insomma: giocattoli, vestiti, gioielli, accessori per la casa… tutte cose il cui acquisto non è strettamente necessario, ma fa bene all’economia, e quindi “zitto e compra”.
Arrivano gli anni della crisi e della grande depressione, e il messaggio (rivolto ovviamente a chi non è proprio con le pezze ai piedi) diventa ancora più pressante. Comprate, comprate: l’economia ne ha un gran bisogno!
Insomma: tutti i pubblicitari degli States cercano disperatamente di esortare gli Americani a fare acquisti, sotto Natale… e quale testimonial migliore potevano desiderare, se non Babbo Natale?

Come dicevo ieri, non è certo stata la Coca Cola ad assumere Santa Claus come “testimonial” per la sua bibita. Negli anni Venti e Trenta, Babbo Natale aveva unito la sua immagine a quella di svariate aziende, a scopo pubblicitario. Vi copio qui una breve selezione di pubblicità dei primissimi anni Venti, giusto per dimostrare con chiarezza che Babbo Natale non è stato “inventato” dalla Coca Cola proprio per niente – ripeto ancora una volta: la leggenda metropolitana della Coke che “crea” Babbo Natale NON ha niente a che vedere con la realtà.Babbo Natale pubblicità 7

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Negli anni Venti e Trenta, negozi e grandi magazzini erano pieni di figuranti di Babbo Natale, appositamente istruiti in vere e proprie scuole di formazione che si moltiplicavano, in quegli anni. Parlavano con i bambini che si mettevano in fila aspettando il loro turno, dispensavano saggi consigli; promettevano ad alta voce questo o quel giocattolo, badando bene a farsi sentire dai genitori lì vicini. Ad ogni angolo della strada, un omone vestito da Santa Claus suonava la campanella augurando buon Natale ai passanti: nel 1949, questi figuranti erano diventati così numerosi che il Consiglio Comunale della città di Boston aveva chiesto al sindaco di permettere un solo Babbo nella città, perché “ci sono Santa in ogni angolo, e i bambini cominciano ad essere confusi”.

Nel 1945, insomma, quando l’America cominciava a influenzare con una certa “prepotenza” gli usi e costumi dei vari Paesi europei, il personaggio di Babbo Natale era già legato a doppio filo a quel concetto di “Natale consumista” che in quegli anni stava emergendo.
Ma in fin dei conti, forse, un personaggio come Babbo Natale, nato nell’America della rivoluzione industriale e arrivato a maturazione nei primi anni del Novecento, non poteva nemmeno uscir fuori in maniera tanto diversa.
Forse il suo era un percorso inevitabile: voi che dite?

[Pillole di Storia] Il Governo ci chiede di fare shopping per Natale

L’idea di base era quella di vietare per legge i regali di Natale. O meglio: di incentivarli eccome, a patto che i regali rientrassero nelle tipologie di dono consigliate dal Governo.
Le tipologie di dono consigliate dal Governo erano, per la cronaca, i buoni del tesoro.

Non me ne intendo di economia, ma mi pare una cosa comprensibile: si era nel 1918, e gli Stati Uniti stavano cominciando a sentire il peso del prolungato impegno nella guerra mondiale. Si erano chiesti sacrifici a tutti i cittadini: c’erano stati i giorni-in-cui-non-si-mangia-carne, quelli-in-cui-non-si-mangia-il-pane; c’era stato un calo del benessere, c’erano stati i primi lutti fra le famiglie… e la gente aveva affrontato tutto con gran filosofia. Si trattava palesemente di una situazione di emergenza, si trattava ormai di stringere i denti per lo sprint finale; e se il Governo chiedeva di fare qualcosa – beh – la si faceva punto e basta.
Ma la richiesta di far trovare sotto l’albero, la mattina di Natale, tanti bellissimi buoni del tesoro da consegnare nelle mani dei bimbi di sei anni… beh: quella, era stata semplicemente troppo.

Troppo per i genitori, troppo per i civili in genere; troppo – insopportabilmente troppo – per tutti i negozianti. Che infatti avevano dato origine a una protesta di massa, e avevano ottenuto di far virare il regolamento verso una linea più moderata. Onde evitare lo spreco di risorse umane nella produzione di inutili cianfrusaglie, si era imposto ai cittadini di fare regali di Natale che fossero anche utili. Dunque, sì ai vestiti, ai cesti di cibarie, e così via dicendo; no alla chincaglieria inutile, con l’unica eccezione dei giocatoli da regalare ai più piccini.
Sembrava, in effetti, una buona soluzione: l’economia continuava a girare, ma si evitava che intere fabbriche (ri)cominciassero a produrre soprammobili, invece di palle da cannone.

Sennonché, c’era un secondo problema: avete presente la ressa nei centri commerciali attorno al 20 di dicembre? Con tutti i ritardatari che si affrettano a mettere nel carrello un pacchettino da regalare di lì a poco?

Una bolgia del genere ha ben due conseguenze:
1) induce i commercianti ad assumere commessi stagionali (sottraendoli alla fabbrica che produce palle da cannone);
2) provoca un vero ingorgo nel sistema dei trasporti, fra pacchi regalo che vengon spediti per posta e nuovi stock di materiale che vanno trasportati urgentemente dai magazzini alle vetrine.

Se ne discusse a lungo, eh. Non sto scherzando.
I quotidiani dell’epoca lo chiamavano “il caso Santa Claus”; e la problematica angosciò i politici per gran parte dell’estate.
E poi, improvvisamente, qualcuno ebbe l’idea.

Per evitare questi problemi, si poteva semplicemente far così: imporre alla nazione di diluire lo shopping natalizio nei mesi di settembre, ottobre, e novembre. Fate pure i vostri regali, ma acquistateli in anticipo: si evita la ressa dell’ultimo secondo, e si evita di creare disservizi ai trasporti. Lo shopping di massa non sparisce, ma si fa più fluido e controllato.

Ed è così che – mentre la guerra imperversava – sui muri delle città statunitensi apparivano (e giuro che non è una bufala) dei poster come questo.

E voi?
Cosa mi raccontate?
Li avete già comprati, i regali di Natale?

[Pillole di Storia] Se il prete fa da batacchio vivente alle campane

Sembra inverosimile, ma disgraziatamente è tutto vero. Potete controllare su un tot. di libri o anche sui giornali in questione, se proprio vi interessa.
Quello che segue, è un gustoso aneddoto che si racconta spesso fra gli appassionati di Storia, o di (pseudo-)giornalismo. D’ora in poi, probabilmente, si racconterà anche fra i lettori del mio blog.

Dunque. Siamo nel 1914, in Belgio. Dopo lungo combattimento, il cannoneggiamento dell’esercito tedesco riesce a sfondare il fronte belga. È il 9 ottobre 1914 – e la città di Anversa, dopo lunga resistenza, cade.
In un battibaleno, la notizia raggiunge Berlino: le agenzie di stampa divulgano la notizia in tutta la Germania, e il Kölnische Zeitung decide di annunciare la vittoria in questi termini: Dopo l’annuncio della caduta di Anversa, le campane hanno suonato a festa.
Le campane di Colonia, ovviamente – era all’epoca pratica comune, festeggiare una vittoria col suono delle campane.

Il lancio d’agenzia raggiunge il parigino Le Matin, che raccoglie la notizia riportata dal Kölnische Zeitung e la distorce (forse intenzionalmente, a fine propagandistici). Secondo il Kölnische Zeitung, si legge in Francia, il clero di Anversa è stato costretto a suonare le campane a festa, dopo la caduta della città.

La notizia sconvolgente oltrepassa la Manica e arriva fino al London Times, che ritiene, a scopi propagandistici, di ricamarci un poco sopra. Secondo Le Matin e fonti di Colonia, i sacerdoti di Anversa che si sono rifiutati di suonare le campane sono stati rimossi.

In Italia, non siam da meno: il Correre della Sera, rifacendosi al lancio del quotidiano londinese, decide di rincarar la dose, ché l’esagerazione non fa mai male. Secondo notizie che il Times ha avuto da Colonia via Parigi, gli sfortunati preti che si rifiutarono di far suonare le campane delle chiese, furono condannati ai lavori forzati.

Nell’arco di una giornata, la notizia ha fatto il giro d’Europa, suscitando lo sdegno di tutta la Triplice Intesa. E siccome l’esecrazione paga, Le Matin decide di darci dentro: informazioni che il Corriere della Sera ha ricevuto da Colonia via Londra, annuncia trionfalmente, confermano che i barbari conquistatori di Anversa hanno punito gli sfortunati preti belgi per il loro rifiuto di far suonare le campane delle chiese, appendendoli alle campane stesse, con la testa in giù, come batacchi viventi.

Vi giuro.
Non sto scherzando.

Grazie al cielo, il prete-batacchio non ha avuto ulteriori evoluzioni, e la storiella è morta lì.
Ma questa storiella è stata creduta vera da migliaia di persone, fino a quando gli storici non sono riusciti, con molta calma, a ricostruire la vicenda tragicomica.

Pura propaganda? Banale incompetenza? Colpevole mancanza di controllo sulle fonti?
Probabilmente, un mix delle tre cose.
E comunque, per decenni, mezza Europa è stata atterrita dalla drammatica immagine del prete-batacchio, nelle crudeli mani del barbarico invasore.
Magari, da qualche parte, c’è qualcuno che ci crede ancora adesso