Di come feci amicizia con un interventista della Grande Guerra caduto al fronte

Nella tragedia, c’è un dettaglio che aggiunge a dolore insulto: la trascuratezza. Santo cielo, la trascuratezza.

T’aspetteresti che, se stai scientemente mandando una generazione a morire nella Grande Guerra, tu abbia almeno avuto la premura di coreografare con estrema cura il momento in cui il postino consegna la busta listata a lutto e la vedova realizza di esser divenuta tale, l’anziano padre scopre di aver perso il figlio.
Giuro che non avrei preteso molto; mi rendo conto che una guerra mondiale a inizio ‘900 può esser qualcosa di molto caotico. Ma almeno un poco d’ordine. Un bigliettino scritto a mano. O almeno scritto bene. Dettagli circostanziati, condoglianze che abbiano l’aria d’essere sincere.

Ecco, no.
‘sti dannati bigliettini sono una roba che fa montar la rabbia in cuore a chiunque ne abbia dovuto stringer uno nelle mani. Perché all’inizio erano anche partiti bene, ma da un certo punto in poi sono diventati dei laconici dispacci scritti su pezzi spiegazzati di carta da recupero, coi dati personali del morto aggiunti a penna negli spazi lasciati vuoti da un modello preimpostato. Poi magari quello che ti stava dando la notizia s’accorgeva di aver sbagliato morto, allora tirava una riga sopra ai dati inesatti e correggeva le informazioni al volo prima di imbustare.

Ma veramente: nessuno mai s’è reso conto dell’effetto che fa trovarsi tra le mani una roba simile?
E, fra l’altro, delle false speranze che alimenta? “Dai, in fin dei conti è chiaro che è un errore, forse lui è vivo, è chiaro che qui c’è stato un errore!

(Annuncio di morte di un altro morto, non di quello di cui parlo oggi)

Quante ne ho aperte, di quelle buste; e quante volte mi sono morsa le labbra, pensando che nemmeno una catastrofe mondiale può giustificare tanta leggerezza.
Ma onestamente: la trascuratezza già la conoscevo e ormai ci ero abituata. E ovviamente sapevo con assoluta certezza che lui sarebbe morto (e come non avrei potuto? L’ho saputo fin dal primo istante, ero lì per quello).
Però non sapevo ancora in che modo se ne sarebbe andato. E lo confesso: mentre leggevo il come, poco c’è mancato che quel bigliettino stropicciato iniziasse a tremare anche nelle mie, di mani. Perché c’è solamente una sottile linea di confine tra l’eroismo e l’idiozia ostentata, e il mio buon amico l’aveva oltrepassata con lo stesso slancio con cui gli sarebbe piaciuto sfondar la linea del fronte.

Il 24 maggio 1917, in un giorno in cui avrebbe dovuto esser di riposo, tanto aveva detto e tanto aveva fatto che, di sua propria iniziativa, aveva convinto un manipolo di commilitoni a uscire dalla trincea per andare a recuperare i soldati che erano rimasti feriti nella carica del giorno prima. Mi pare di sentirlo: “coraggio, gente! Magari c’è ancora qualcuno che possiamo salvare!”.

Bravo idiota: non ha salvato nessuno, ha ottenuto di morir male e, se tanto mi dà tanto, ha buone chance di aver mandato a morte anche quelli che sono stati così scemi da seguirlo.

Ne valeva la pena? È morto col sorriso? Fino all’ultimo momento è rimasto fermo nelle sue posizioni, convinto d’aver fatto la scelta giusta? Giuro che pagherei oro per saperlo, e che a distanza di anni ancora me lo chiedo: perché di caduti della Grande Guerra ne ho conosciuti tanti, ma nessuno come lui. Uno come lui, quando lo conosci bene, non puoi dimenticarlo.

***

La prima volta che mi aveva messo a parte delle sue visioni sulla guerra, aveva inanellato una così irricevibile serie di boiate che a un certo punto non ero riuscita a trattenermi. L’avevo detto proprio a voce alta: “ma che sei serio?”.
Silenziosamente, lui aveva sostenuto il mio sguardo con due occhi scuri e profondissimi fatti di inchiostro.
Di soldati caduti al fronte ne avevo conosciuti tanti, ma quella era la prima volta che avevo a che fare con un interventista. O per meglio dire: con un interventista così pazzamente accanito, che delirava di guerra santa e di necessità di combatterla in prima linea per conquistarsi la palma del martirio (?!).

È piuttosto disarmante trovarsi di fronte a uno che ragiona in ‘sta maniera. Ricordo di aver pensato ‘ma questo è matto’; ricordo anche di essermi domandata ‘come si presume che io possa mettere in buona luce ‘sto pazzo furioso affamato di sangue?’.
Poi sono tornata a guardarlo, lasciando perdere lo scatto impostato di uno che deve darsi un tono prima di andare al fronte e cercandolo piuttosto nella foto di classe che lo ritraeva circondato dai ‘suoi’ bimbi, quelli di cui era maestro elementare.

Non è che fosse affamato di sangue: è che ci credeva davvero.
Presente, quelle cartoline romantiche che a un certo punto hanno cominciato a girare da e per il fronte, con smancerie da coppiette innamorate accompagnate da scritte evocative tipo “you’re worth fighting for?”.

Ecco, lui ci credeva davvero.
Nel suo lucido delirio, pensava davvero che valesse la pena dar la sua vita per la mia e per quella di tutti voi che mi leggete e, più in generale, per quella di tutti gli Italiani del futuro a cui lui avrebbe consegnato un mondo migliore.
Non se ne parla molto, ma nei primi anni della Grande Guerra l’interventismo è stata una roba vera e potente, capace di infiammare i cuori di molta più gente di quanto saremmo portati a pensare. Del resto, lui era già morto da un pezzo quando si cominciò a parlare apertamente di “inutile strage”.
Lui era convinto, davvero convinto, che immolarsi al fronte fosse un preciso dovere: morale, virile, cristiano. In ogni donna, in ogni anziano, in ognuno dei suoi scolari vedeva un indifeso da proteggere dalle orde crudeli dei barbari.

Un pazzo, eh. Un pazzo così pazzo che, giuro, è stato difficile averci a che fare. Ma lui ci credeva. E ci credeva così tanto che, quando era stato assegnato in un ospedale da campo nelle retrovie aveva protestato e rotto le scatole in ogni dove finché, a suon di raccomandazioni (!), non aveva ottenuto di farsi mandare in prima linea (!).

“Ma che sei scemo?”, avevo sussurrato a mezza voce leggendo i toni entusiastici con cui lui comunicava la bella notizia. Col senno di poi, credo che fosse pazzo si divertisse a immaginarsi come il prode cavaliere che combatte contro il Male nella sua armatura scintillante, e tutto sommato questa è forse un’illusione utile in cui cullarsi quando ormai ti sei fatto sbattere sulla linea del fronte e la notte cala sulla trincea. Mettiamola così.

Se la sua convinzione abbia vacillato per un solo istante: questo, ai comuni mortali, non è dato saperlo. Cosa abbia provato guardandosi allo specchio indossando per la prima volta la divisa e stringendo al suo polso l’orologio del regio esercito; cosa abbia sentito la prima volta che è morto in battaglia un commilitone a cui s’era affezionato; come abbia dormito quella prima notte dopo aver ucciso per la prima volta; cosa abbia sussurrato in confessione alle orecchie del cappellano militare; e con quale voce, se spezzata dal pianto oppure virile e ferma: questo, purtroppo, non lo sapremo mai. Anche se pagherei oro, per saperlo.

Una sola cosa ho saputo poi, e per vie traverse, leggendola su cronache di per sé non correlate. Proprio nel suo reparto, pochi giorni prima che lui morisse, si erano diffuse idee di insubordinazione, con gruppi di soldati che lavoravano sotto traccia per fomentare una diserzione di massa. Tutta colpa di una colossale e incredibile svista da parte dell’ufficio censura: le trincee erano state inondate di volantini contenenti le Tesi di Aprile che Lenin aveva da poco proclamato in Russia, con la loro convincente critica alla guerra in corso.

Mi chiedo se qualcuno sia stato così pazzo da provare a coinvolgere anche lui in quell’ammutinamento para-leninista. Se lo conosco un po’, me lo vedo a spaccare i denti in bocca a chiunque abbia osato mormorare alla sua presenza una singola parola men che patriottica. Ma le notizie corrono comunque veloci, in una trincea, e io mi immagino la faccia che potrebbe aver fatto sentendo queste idee cominciare a circolare: un po’ mi vien da ridere e un po’ si stringe il cuore perché, tra tutti i brutti modi per morire in guerra, non dev’essere piacevole morire mentre hai l’impressione che l’intero esercito attorno a te si sfaldi.

Il 24 maggio 1917 (sembra il contraltare depresso a Il Piave mormorava) avrebbe dovuto essere a riposo; avrebbe potuto farsi i fatti suoi e, ipoteticamente, campare altri cent’anni. E invece no: ebbe l’impellenza di caricarsi in spalla una barella per avventurarsi nella terra di nessuno alla ricerca di commilitoni ancora vivi.
Chi è il pazzo così pazzo da fare una pazzia del genere??
A sua parziale discolpa, si diceva che la carica del giorno prima avesse sfondato la linea del fronte e che molti dei nemici fossero stati fatti prigionieri. Il che tecnicamente era anche vero, per quanto ne so io (onestamente non mi sono curata di approfondire i dettagli più strettamente bellici), se non fosse che “molti” non equivale evidentemente a “la totalità intera ovunque” e che non bisognerebbe mai aver troppa fretta di credere alle buone notizie, specie quando girano incontrollate di bocca in bocca.

Oso sperare in ogni caso che fosse convinto di essere al sicuro. In fin dei conti, anche i superiori in grado che gli hanno permesso di lanciarsi nell’impresa avranno ben pensato che potesse avere qualche chance di farcela.

Ecco, invece no.

“Bello nei suoi cinque lustri, reclinò qual giglio sotto nembo di mitraglia nemica”: così i suoi fratelli vollero far scrivere sul suo ricordino funebre, aggiungendo l’ordine: “date a lui lode. Fu mite maestro, fu prode soldato”.
Sul retro, una di quelle immagini un po’ stucchevoli che però all’epoca andavano per la maggiore: un soldato che giace morto ai piedi di un crocefisso evanescente, il quale sembra affondare a sua volta in quello stesso mortale campo di battaglia.

Un po’ kitsch (…per quanto io abbia visto ben di peggio); ma sono certa che lui l’avrebbe amato. Ne sono così convinta che (quando anni fa s’è trattato di ricordarlo in una mostra: è così che io e lui abbiamo fatto conoscenza), ho scelto di esporre proprio quel ricordino. Più evocativo di un ritratto fotografico; perfetto, a suo modo, per riassumere la sua breve vita in un quartetto di aggettivi e cariche ben inanellati.

Mica è l’unico che io conosca, tra i caduti della Grande Guerra.
Quanti ne ho conosciuti, per lavoro; quante lacrime e quante speranze e quanto orrore ho raccolto, sfogliando le carte ingiallite grazie a cui quei ragazzi hanno affidato al mondo una fragile memoria.
Storie splendide, ognuna senza eccezione, tutte capaci di entrarti nel cuore. Ma se fosse concesso a un’archivista abbandonare la sua imparzialità per ammettere di avere una preferenza: tra i molti che ho conosciuto, è stato lui che più di tutti m’è entrato nel cuore, con quel suo interventismo così assurdo e ardente e con quella coerenza portata all’estremo con cui ha effettivamente incarnato le sue convinzioni.

Non posso nemmeno dire che saremmo andati d’accordo, se avessimo avuto modo di vivere negli stessi anni. Indoli troppo diverse a voler usare un eufemismo; onestamente, sospetto proprio che mi sarebbe stato sulle scatole.
Eppure, mi trovo spesso a pensare a lui quando viene il giorno in cui ricordiamo i caduti della Grande Guerra. Ché le storie come la sua sono (giustamente) impopolari, oggi non le racconta più nessuno (se non altro perché è difficilissimo). Nei memoriali civili e nei kolossal hollywoodiani dedicati alla grande guerra, preferiamo descrivere l’orrore e la tragedia, le lacrime e la fatica e l’inutilità globale. Non è che ci piaccia un granché l’idea di perder tempo dietro allo slancio di uno che – poverino – ci credeva così tanto e così ciecamente da sembrarci, sotto sotto, un pazzo.

Eppure il mio povero pazzo è esistito per davvero, ed è vera la storia che lui avrebbe voluto raccontare. E allora ve la racconto io, nel giorno in cui ricordiamo il Milite Ignoto (che in fin dei conti è ignoto proprio al fine di poter riflettere su di sé le esperienze di tutti. Ivi comprese quelle dei pazzi, io suppongo). Insomma: ecco a voi a storia di un soldato che, per le stesse ragioni, anch’io lascerò senza nome.

Senza nome per voi, eh (e solo perché il nome non serve. Alla fin fine, la sua esperienza fu quella di molti). Io lo conosco come le mie tasche; e sotto sotto, a ‘sto sergente voglio pure bene.


Ma il mio amico si merita un po’ di bibliografia:

Se non altro, per contestualizzare le sue affermazioni, che sì erano strane ma trovavano riscontro nelle posizioni di molti suoi contemporanei.
Sulle imbarazzanti, bizzarre e poco discusse connotazioni di “guerra santa” attribuite da molti al conflitto mondiale, Philip Jenkins ha dedicato il suo saggio The Great and Holy War: How World War I Became a Religious Crusade.
Più specifico, approfondisce le posizioni espresse dal clero (e dal clero unicamente) in Italia (e in Italia unicamente), il saggio La Chiesa in trincea. I preti nella grande guerra di Bruno Bignami.
A margine, chi invece fosse interessato all’immaginario religioso sorto dal basso, tra il laicato, durante gli anni della Grande Guerra, potrebbe trovare interessante la lettura di alcuni capitoli del bellissimo A Supernatural War: Magic, Divination, and Faith during the First World War di Owen Davies.

6 risposte a "Di come feci amicizia con un interventista della Grande Guerra caduto al fronte"

  1. mariluf

    Ciao Lucia!!! E grazie, come sempre. Non sai quante volte ho ricordato, pur senza avere documentazioni, tutti quei giovani (e anche meno giovani) che “ci credevano” davvero! L’idea dell’assurdità della guerra, di tutte le guerre, fatica tremendamente a farsi strada, anche se desso se ne parla un po’ di più. Mah! Se ne potrebbe parlare e scrivere per anni, credo… io mi contento di pregarci su. Grazie ancora!!!!!!

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  2. Franco

    Forse era un pazzo quell’ interventista, ma a quell’ epoca erano vivi certi ideali che oggi sono tramontati. A riguardo della sua assurda e stupida idea di andare a cercare qualche ferito ancora in vita vorrei raccontare una storia vera. E’ la storia di mio nonno. Anche lui era andato a quella guerra. Non certo volontario, lui amava la pace, per vivere era imbianchino, ma nel tempo libero era bohemien, cantava nel coro del teatro sociale, suonava la tromba e dipingeva. Amava uscire sul lago con la sua barchetta e con i suoi amici e poi tutti assieme cucinare il pesce sulla diga. Ma un giorno l’ hanno chiamato ed è partito. Mandato all’ assalto coi suoi compagni una bomba li centrava in pieno uccidendoli tutti. Quasi tutti, perchè lui era rimasto ferito e quasi moribondo con la testa bucata, i tendini della mano destra tranciati e ferite dappertutto. Lo credevano morto pure lui e lo avevano lasciato tra i morti nella terra di nessuno. Nella notte, però un esaltato come il protagonista della storia sopra scritta o forse solo uno sciacallo, uno di quelli che rubano ai morti gli spiccioli che ancora hanno in tasca, che a loro non servono più, gli si è avvicinato.
    “Ma tu sei ancora vivo” ha esclamato. Così se lo è caricato in spalla e lo ha portato nelle retrovie.
    Per mio nonno la guerra era finita e iniziava il suo pellegrinaggio in tanti ospedali.
    Mio nonno non ha mai saputo il nome dell’ esaltato/sciacallo e non ha mai potuto neanche ringraziarlo.

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  3. Elena

    Io invece mi riallaccio alla prima parte di questo post, quella in cui si parla dei biglietti con cui si comunicava la morte di un soldato alla famiglia…ecco le famiglie spesso nemmeno sapevano dove fossero sepolti i loro cari. Il fratello del mio bisnonno l’ho trovato io dopo cent’anni dalla sua morte, ci sono voluti quasi due anni, almeno adesso sappiamo (più o meno) dov’è. Al tempo la sua famiglia non l’ha saputo.

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