La vera storia di Jack o’ Lantern

Jack vinceva; vinceva sempre.
Forse aveva una fortuna sfacciata, forse aveva trovato una tecnica che gli permetteva d’essere imbattibile: fatto sta che nessuno era in grado di strappargli una vittoria, quando si trattava di giocare a dadi.

La gente del paese mormorava, a onor del vero, che Jack giocasse usando dadi truccati: l’unica plausibile spiegazione – dicevano loro – dietro a quella catena ininterrotta di vittorie.
E la spiegazione pareva plausibile davvero, calcolando la fama sinistra che aleggiava intorno al personaggio in questione. Che Jack barasse oppure no durante le partite a dadi era un dettaglio tutto sommato irrilevante, tenuto conto che l’uomo s’era reso colpevole di una lunga serie di reati variopinti, che andavano dallo stupro alle percosse passando per i furti nelle chiese e i raggiri alle anziane vedove. Se c’era un comportamento odioso e capace di scatenare lo sdegno collettivo: lui lo metteva in pratica, per spirito di ribellione. Se c’era una ragazzina sola perché orfana, un fraticello troppo credulone, una giovane madre rimasta vedova e troppo poco lucida per ragionare: lui calava su di loro come un avvoltoio, per raggirarli, manipolarli e poi portarsi via il denaro.

Poteva forse, un manigoldo di tal fatta, non attirare le attenzioni di Satana in persona?
Certo che no. E infatti, un bel giorno il demonio volle scendere in terra per sbirciare di persona l’operato di quel suo valente servitore. Avvolto da capo a piedi in un mantello nero come la fuliggine e scuro come la disperazione, una sera varcò la soglia della locanda in cui Jack sedeva davanti a un bicchiere di cervogia; e senza neppure presentarsi, puntò dritto al suo tavolo senza troppi complimenti.
Non che ci fosse bisogno di un biglietto da visita, a onor del vero. In un qualche modo misterioso, Jack sembrò riconoscere il diavolo fin dal primo istante e lo salutò con un ghigno e con un “ti aspettavo”. Al quale fece poi seguire: “…ti va una partita a dadi?”.

Non era esattamente quello il tipo di reazione che Satana era solito ottenere quando si manifestava di fronte ai viventi. Intrigato dalla nonchalance con cui quell’uomo aveva accolto la notizia di essere di fronte al Maligno, il diavolo spostò lo sgabello, si mise a sedere, guardò Jack dritto negli occhi e replicò “volentieri”.
“Però decido io la posta della sfida”, fece quell’altro. E quando Satana annuì silenziosamente, Jack scandì ad una ad una queste parole: “se vinco io, al momento della mia morte tu non reclamerai la mia anima per l’Inferno”.
Per un attimo, a Jack sembrò che gli occhi scuri di Satana fossero stati attraversati da un guizzo di divertimento; ma forse era solo sorpresa. O paura, più probabilmente. Paura di perdere i suoi diritti su quell’anima… perché lo sapevano tutti, e anche io ve l’ho già detto: Jack era imbattibile, a dadi: vinceva, vinceva sempre.

E infatti vinse anche quella volta. E francamente si stupì della quieta arrendevolezza con cui Satana incassò la sua sconfitta, ribadì la promessa fatta (“hai la mia parola, la tua anima non entrerà mai all’Inferno”) dopodiché strinse la mano al suo avversario e si complimentò per la sua vittoria. Una persona meno orgogliosa avrebbe probabilmente cominciato a sospettare che ci fosse qualcosa di losco dietro a questa diabolica condiscendenza, ma Jack era troppo sicuro di sé: si limitò ad annotare mentalmente il nome di Satana in quella lunga lista di fessi che aveva gabbato con la sua astuzia, dopodiché ordinò all’oste di portargli altra cervogia. E da quel momento in poi, si diede alla pazza gioia.

Perché se (e dico se) fino a quel momento Jack era stato visitato da quello scrupolo notturno che di tanto in tanto gli faceva dormire sogni agitati mentre lui si domandava “però che ne sarà della mia anima?”, la vittoria che era riuscito a scucire a Satana aveva cancellato in un colpo solo tutte le sue preoccupazioni.
E così Jack non si pose più freni, e rubò e picchiò, e truffò e violentò per il solo gusto di farlo; e più passava il tempo, più diventava refrattario persino di fronte alle suppliche più strazianti e più pietose.
E infine morì, in età ormai avanzata; e mentre esalava l’ultimo respiro, ancora stava sogghignando vittorioso per il modo in cui, grazie alla sua astuzia, era riuscito a scampare alla dannazione eterna.

Jack, però, nel suo tracotante orgoglio, non aveva tenuto conto di un piccolo dettaglio.
Da una parte o dall’altra, si deve pur andare una volta morti; e il fatto che le porte dell’Inferno fossero per lui chiuse non equivaleva certo a un biglietto di ingresso per il Paradiso.

Jack ci provò, a onor del vero. Tentò di bussare alle porte del Paradiso, argomentando con una certa convinzione che “se l’Inferno non mi accoglie, è questa evidentemente la mia destinazione finale. No?”.
Con i modi pacati e benevoli che da sempre lo contraddistinguono, san Pietro informò Jack del fatto che se lo poteva anche scordare e condì questa comunicazione con una variopinta serie di insulti volta a illustrare l’impressionante lista dei suoi peccati.
Jack tentò allora di trovare posto in Purgatorio, ma gli angeli che ne custodivano l’accesso gli sbarrarono la strada con spade fiammeggianti: il Purgatorio è riservato alle anime penitenti di chi è morto invocando la misericordia di Dio, non certo ai criminali che fino all’ultimo respiro si sono compiaciuti delle loro malefatte, senza un briciolo di rimorso e presumendo la loro salvezza.
Spaesato, confuso, Jack a quel punto si vide costretto a discendere fino all’Inferno. Se il Purgatorio e il Paradiso non l’avevano voluto, questa era in fin dei conti la sua ultima opzione: con rassegnazione e senso di sconfitta, il defunto si avventurò lungo la bocca dell’Inferno… salvo vedersi accogliere dopo pochi passi da niente meno che Satana in persona. I suoi occhi fiammeggiavano di quello stesso guizzo di vittoria che aveva lasciato intravvedere anni prima durante la partita a dadi: “ma starai scherzando!”, gli rise in faccia. “Potevi chiedermi tutto, e mi hai chiesto di promettere che non ti avrei mai accolto all’Inferno, senza neppure pensare alle conseguenze di questa tua leggerezza. Sappi che non ho la minima intenzione di rimangiarmi la parola data”.
“Ma allora che ne sarà di me?”, chiese Jack con voce spezzata, sentendo il panico montare in ogni singola fibra incorporea della sua anima.
Satana si strinse nelle spalle. “Non è in alcun modo affar mio. Potevi pensarci prima”.

Da quel giorno, l’anima di Jack vaga senza pace sulla terra, rifiutata dall’Inferno e tuttavia impossibilitata a guadagnarsi una salvezza che non ha meritato. Può capitare di intravvederla, di tanto in tanto, quando nella notte buia e silenziosa vi sembra che il vento soffi oltre le finestre portando con sé il gemito di una voce umana e vi par di notare il baluginio lontano di una luce debole e fioca.
No, non è la vostra immaginazione che vi gioca strani scherzi: è l’anima di Jack che sta passando davanti alla vostra casa, facendosi luce con una candela, in un eterno vagare senza meta e senza scopo che lo vedrà soffrire fino alla fine dei tempi.

***

Eh sì. Ben prima di diventare sinonimo delle zucche di Halloween, Jack o’ Lantern era uno dei termini che veniva utilizzato nelle isole britanniche per indicare il fenomeno dei fuochi fatui (e, più in generale, di tutte quelle luci notturne di cui non si sapeva bene identificare la provenienza). In alcune zone dell’Inghilterra, si preferiva parlare a tal proposito di Will o’ the Whisp, essendo Will un malfattore che aveva tenuto, in vita, una condotta simile a quella di Jack, con le medesime conseguenze.
L’idea di fondo era la stessa: quelle luci misteriose che si vedono nella notte e di cui nessuno sa spiegare la natura sono le torce con le quali queste anime in pena illuminano il loro eterno cammino, un po’ come in altre zone d’Europa fa il leggendario Ebreo Errante.

Col passar del tempo, la riforma protestante modificò leggermente il nucleo di queste leggende, che avevano il difetto di presentare una visione un po’ troppo cattolica dell’Oltretomba con la sua scansione in Purgatorio, Inferno e Paradiso. In Scozia e in Inghilterra, al Jack o’ Lantern fu gradualmente attribuita una identità dalle sfumature diverse: alcuni lo consideravano un fantasma tra i molti; altri lo immaginavano come uno spiritello fatato, e anzi: a inizio Novecento, il folklorista Quiller-Couch annotò una filastrocca della Cornovaglia in cui Jack era presentato come un folletto dispettoso, ma tutto sommato servizievole coi suoi amici:

Jack o’ the lantern! Joan the wad,
who trickled the maid and made her mad!
Light me home, the weather’s bad.

Ma in realtà i cattolicissimi irlandesi che alla fine dell’800 emigrarono in America portarono con sé la leggenda originaria, quella che vi ho appena raccontato.
E così come io l’ho raccontata a voi, loro la raccontavano ai propri figli e proprio in questo periodo dell’anno, mentre per i cattolici si avvicinava la ricorrenza liturgica dedicata alla commemorazione dei defunti e delle anime purganti.

L’associazione con le zucche intagliate a simulare facce spaventose?
Nasce negli USA proprio in quel periodo, e cioè in epoca abbastanza tarda: è solo a partire dagli anni ’70 dell’Ottocento che le zucche illuminate cominciano a far bella mostra di sé in ogni casa decorata per Halloween. In questa versione cucurbitacea del personaggio di jack-o’-lantern, confluivano due tradizioni diverse: una è la leggenda irlandese che ho appena raccontato; l’altra è la suggestione letteraria derivante dal cavaliere fantasma de La leggenda di Sleepy Hollow, che sul collo indossa una zucca a sostituzione della testa che ha perduto morendo. Facendo una crasi tra i due personaggi, si cominciò a descrivere Jack come un’anima in pena che vaga nella notte facendosi luce con una zucca intagliata (o direttamente utilizzando quella zucca a mo’ di testa).

Ma a dire il vero era ben diversa la leggenda originale che ha ispirato il personaggio!


Per approfondire:

Trick or Treat. A History of Halloween, di Lisa Morton
A Dictionary of English Folklore, della Oxford University

3 risposte a "La vera storia di Jack o’ Lantern"

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