Angeli, fantasmi e commilitoni in bianco: apparizioni ultramondane nelle trincee della Grande Guerra

Stando alle immagini diventate virali sui social, l’Ucraina gode di speciali protettori: sopra i cieli di Kiev, si assiste infatti da qualche giorno all’apparizione di milizie angeliche che incoraggiano il popolo alla lotta e rincuorano i civili con la loro benevola presenza.

E non si tratta nemmeno di casi isolati: qui e qui potete trovare qualche altro esempio.
E poco importa che alcuni di questi angeli siano singolarmente simili a quelli che nel marzo del 2020 stendevano le loro ali sopra l’ospedale di Bergamo (e prima ancora in svariati altri posti disagiati del vasto mondo):

Dal punto di vista dello storico e del folklorista, è interessante a prescindere registrare il fatto che questi “avvistamenti” stanno avendo luogo e che stanno colpendo la fantasia popolare quel tanto che basta per permettere a queste immagini di diventare virali sui social.

Verrebbe da commentare: sembra di essere ai tempi della Grande Guerra. Anche in quel caso, di fronte a un conflitto che aveva rapidamente aggiunto dimensioni inedite, la popolazione reagì con modalità curiosamente simili a quelle che sembrerebbero star prendendo piede in questo 2022. Nelle trincee della prima guerra mondiale, gli avvistamenti angelici furono all’ordine del giorno, la Madonna apparve più e più volte, Gesù stesso calò in terra per confortare i soldati sofferenti e i fantasmi degli eroi nazionali scesero in campo per spalleggiare i loro eredi. Come nota Philip Jenkins, “il fatalismo e la superstizione raggiunsero proporzioni tali da darci l’impressione che le armate mandate in prima linea abbiano vissuto in un universo spirituale che somigliava molto più alla religiosità medievale che non a quella di un cristiano nato nell’era degli aeroplani e dei carrarmati”.

La cosa interessante è che analizzare queste apparizioni celesti è lavoro da folklorista e non da teologo. Vale a dire: nella maggioranza dei casi, le presunte apparizioni erano fake news conclamate, alla cui origine si può risalire con certezza assoluta e incontrovertibile. Talvolta si trattò di figure retoriche che furono intese dal pubblico in senso letterale; talvolta si trattò di opere letterarie che furono scambiate per una reale cronaca dei fatti.
Volete qualche esempio?

La Madonna della Marna

Nel settembre 1914, mentre l’esercito tedesco marciava su Parigi e le sorti della Francia sembravano ormai segnate, una serie di errori strategici dell’Alto comando germanico permise ai Francesi di strappare terreno all’invasore rispendendolo al di là del fiume Marna. La vittoria, dirompente e inaspettata, fu decisiva e non solo per la Francia: l’esercito tedesco, che fino a quel momento era in posizione di assoluto vantaggio, vide per la prima volta affievolirsi le speranze di poter vincere una guerra-lampo.

Le operazioni militari si svolsero tra il 5 e il 12 settembre, e cioè in un lasso di tempo che abbracciava la festa liturgica della Natività della Beata Vergine Maria, tradizionalmente celebrata l’8 di quel mese. In quel giorno, mentre le sorti della Francia si stavano decidendo sul campo di battaglia, molte chiese celebrarono Messe votive domandando alla Beata Vergine di garantire alla Francia una vittoria.
Quando la vittoria effettivamente arrivò (e arrivò dirompente e inaspettata!), furono in molti a pensare che il successo andasse decisamente attribuito a un intervento della Vergine. Nell’immaginario collettivo, il miracolo militare della Marna si trasformò in un letterale miracolo divino; in capo a qualche settimana cominciarono a circolare resoconti che parlavano di una apparizione mariana che sarebbe giunta a confortare i soldati e a spronarli alla battaglia. E poco conta che tutti questi resoconti si basassero su testimonianze di seconda mano (il proverbiale amico del cugino che era proprio sulla linea del fronte, te lo ggiuro!): il mito era ormai nato e cominciò a circolare, periodicamente rispolverato quando si sentiva il bisogno di risollevare il morale della popolazione.

Gli angeli di Mons

Se la Vergine Maria aveva guardato alle milizie di Parigi con una speciale benevolenza, l’esercito britannico aveva dalla sua dei celesti protettori di importanza non minore. Secondo una leggenda che ebbe enorme diffusione, un’intera milizia angelica composta da serafini armati calò sull’area di Mons il 24 agosto 1914 per salvare un manipolo di quattromila soldati britannici che era stato accerchiato da ventimila militi tedeschi. Anche in questo caso, i soldati inglesi sembravano esser destinati a morte certa; quand’ecco che, secondo la leggenda, una squadriglia di angeli calò dal cielo puntando i suoi archi contro l’esercito nemico. Comprensibilmente terrorizzati, i Tedeschi si diedero alla fuga; in tal modo, i corpi d’armata dell’esercito britannico poterono guadagnare la ritirata e riorganizzarsi per un nuovo attacco.

In questo caso, la matrice della leggenda è individuabile con certezza assoluta. Nel settembre 1914, il The Evening News pubblicò un racconto di fantasia a firma di Arthur Machen, nel quale l’autore si divertiva a reinterpretare in chiave letteraria i drammatici momenti della ritirata. Amato dal pubblico per gli elementi soprannaturali che inseriva in tutte le sue opere, Machen mantenne lo stesso stile anche nel suo racconto descrivendo appunto armate evanescenti che calavano sulla terra in ausilio ai soldati. Per la verità, Machen non parlò mai di angeli: nel suo racconto, le figure ultraterrene erano i fantasmi degli arcieri inglesi morti nella battaglia di Agincourt; a guidarli alla carica, niente meno che san Giorgio, amatissimo patrono dell’Inghilterra

The Bowmen – così si intitolava il breve racconto – ebbe fin da subito un successo dirompente. Fu ripubblicato in centinaia di bollettini parrocchiali, talvolta riassunto (male) per necessità tipografiche; alcuni lo tradussero liberamente in altre lingue; altri ancora cominciarono a raccontare a voce quella stessa storia. Nell’arco di pochi mesi, gli arcieri fantasma di Agincourt si erano già trasformati in generici “angeli” – e, soprattutto, il racconto di fantasia era entrato nella sfera della realtà.
Con un certo imbarazzo, qualche esponente della Chiesa anglicana cercò anche di far notare che quello degli angeli di Mons era indubitabilmente un mito, nato da un raccolto di fantasia. Furono ben pochi a dar retta a questi moniti: del resto, in tempi di guerra, anche queste storie erano preziose per tenere alto il morale nazionale.

Il fantasma del Generale Bianco

I poveri arcieri fantasma di Agincourt ebbero vita breve anche dopo la morte: nell’arco di poche settimane, generiche milizie angeliche scese in soccorso dei soldati li avevano già soppiantati nell’immaginario collettivo.

Andò un po’ meglio al fantasma di Michail Skobelev, generale moscovita distintosi per atti di grande eroismo durante la guerra russo-turca del 1877-78. Figura leggendaria già quand’era in vita, il generale russo fu avvistato più e più volte lungo le trincee della Grande Guerra, a partire dalla prima apparizione che lo vide calare in terra presso la città di Ivangorod nell’ottobre 1914. Apparentemente, il fantasma del generale era solito scendere in campo per spronare alla carica i discendenti di quei soldati che aveva comandato in vita; si mormorava inoltre che chiunque avesse avuto la fortuna di incrociare il suo sguardo avrebbe avuto la certezza di non morire in quella battaglia.

Riguardo a questa storia, bisognerebbe sottolineare che Michail Skobelev era già entrato nel mito quando era ancora un soldato in carne e ossa. Interessanti in particolar modo due elementi: nel corso della guerra russo-turca, Skobelev aveva preso l’abitudine di scendere sul campo di battaglia indossando una divisa candida e cavalcando un destriero bianco. Questo stratagemma, che gli valse l’appellativo di “Generale bianco”, era evidentemente utilizzato da Skobelev per tenere alto il morale delle truppe, che anche nell’infuriare della battaglia avrebbero facilmente potuto individuare il loro comandante. Ma a distanza di qualche generazione, e con Skobelev ormai defunto, la suggestiva immagine del cavaliere bianco, di cui evidentemente si conservava la memoria, si prestò molto bene a essere reinterpretata in chiave fantasmatica: in modo quantomai opportuno, la figura del bianco generale si trasformò nella evanescente sagoma di un milite fantasma. Con ogni evidenza, rimase nella memoria collettiva anche lo sguardo penetrante del generale, che gli era valso in vita il soprannome di “Occhi sanguinosi”: ormai reinterpretato come un portafortuna, cominciò a garantire la salvezza a chiunque lo incrociasse.

Quando si è già un eroe nazionale, serve davvero poco per trasformarsi (letteralmente) in mito.

L’armata dei morti viventi

Tutto cominciò l’8 aprile 1915, quando un gruppo di soldati francesi di stanza presso il saliente di Saint-Mihiel si trovò in condizioni di estrema inferiorità numerica e accerchiato dall’esercito nemico. Feriti, stremati, ormai privi di speranza, i militi stavano smettendo di lottare come se il loro destino fosse già segnato; quand’ecco che uno di loro li richiamò al dovere gridando una frase destinata a diventare celebre: “debout le morts”, “che i morti si rimettano in piedi!”.
Evidentemente, agli occhi del soldato, i morti erano i suoi compagni d’arme: ormai destinati a soccombere nella battaglia, ma non per questo giustificati a lasciarsi andare allo scoramento. E il soldato aveva ben ragione, ché i suoi commilitoni non erano poi così tanto morti: richiamati alla carica (e agevolati dal provvidenziale ritrovamento di una ulteriore cassa di granate), riuscirono a salvarsi da quella inpasse e a guadagnare la ritirata.

“Vabbeh”, mi direte voi: “ma mica ci sarà stato qualcuno così scemo da prendere sul serio questo grido di battaglia e da pensare a una letterale armata di morti viventi”.
E invece sì. Reso celebre dagli scritti del patriota francese Maurice Barrès, questo episodio prese a circolare tra i civili diventando rapidamente “virale”, come diremmo in termini moderni. Snaturandosi sempre più ogni volta che passava di bocca in bocca, cominciò presto a essere descritto nei termini di un miracolo divino che aveva letteralmente fatto risorgere da morte un piccolo manipolo di soldati. Del resto – chiosavano i più creduloni – non è forse il Vangelo a raccontarci che Dio è certamente in grado di far tornare in vita i suoi figli, quando questo è funzionale ai suoi imperscrutabili progetti?

Ma vi dirò di più: l’improbabile storia dell’armata di revenants riuscì a far presa anche su una fetta di pubblico che probabilmente non immagineremmo. Piacque molto anche ai socialisti, che non credettero ai resoconti di una letterale resurrezione ma si divertirono comunque a dare larga diffusione al mito. Ai loro occhi, la vicenda era suggestiva perché il grido di battaglia “debout les morts” sembrava (volontariamente?) riecheggiare il verso con cui s’apriva l’inno dell’Internazionale socialista: “debout, les damnés de la terre”, “in piedi, dannati della terra!”.

Il Commilitone Bianco

Difficile tener traccia degli innumerevoli episodi in cui i soldati di ogni schieramento assicurarono di esser stati confortati nei momenti di crisi dalla misteriosa figura di un “commilitone bianco” che appariva al loro fianco con aspetto evanescente (o in qualche caso circonfuso di luce).

I Cattolici ritennero di poter identificare nel commilitone bianco la figura del loro angelo custode, che interveniva per proteggerli da un pericolo incombente. I Protestanti videro in questa figura niente meno che Gesù Cristo, che compartecipava alle sofferenze di chi moriva innocente in quel nuovo calvario. Altri ancora dissero di aver visto il Commilitone Bianco al fianco dei soldati agonizzanti che stavano per esalare l’ultimo respiro in totale solitudine nella terra di nessuno: in quel caso, la figura evanescente prendeva spesso le sembianze di un soldato già caduto, che tornava sottoforma di fantasma per scortare verso il cielo il suo compagno d’armi (o per dirgli che non era ancora la sua ora, infondendogli la forza per mettersi in salvo).

Il prototipo di queste figure evanescenti va rintracciato nel racconto In The Trenches, pubblicato nel marzo 1915 a firma del sacerdote anglicano W. H. Leathem. Nel racconto, il reverendo Leathem descriveva la figura beatifica di un soldato bianco che, nell’infuriare della battagliava, sostava nella terra di nessuno per dar forza ai feriti e conforto ai moribondi. “I cecchini gli sparavano addosso, le granate gli cadevano tutt’intorno ma niente sembrava in grado di ferirlo. Quell’uomo doveva essere un eroe al di sopra di ogni atto di eroismo… oppure, era qualcos’altro di ben più grande”.

Entro il giugno di quello stesso anno, l’avvistamento del commilitone bianco aveva già cominciato a essere descritto nei termini di un miracolo reale: garantivano per la sua veridicità innumerevoli bollettini parrocchiali, alcuni sacerdoti che predicavano dal pulpito e – soprattutto – un buon numero di lettere che arrivavano dal fronte. A quanto pare, i soldati che combattevano in prima linea avevano per davvero visioni simili a quella che il reverendo Leathem aveva solamente immaginato. In questo caso, l’immagine suggestiva era entrata nel mondo del reale… ma ci era entrata per davvero: veramente furono numerose, da quel momento in poi, le testimonianze di chi giurava di aver visto personalmente questa beatifica figura.

Come scriveva nel 1918 una rivista luterana made in USA: “nessuno riesce a spiegare razionalmente queste visioni – ma c’è davvero il bisogno di spiegarle? Che siano reali apparizioni oppure lo scherzo di una mente provata che attinge all’immaginario religioso: è poi così importante? In ogni caso, è un’esperienza reale per chi è al fronte”.
Che si trattasse di una allucinazione di una mente in preda al panico oppure (per chi ci crede) una reale presenza ultramondana manifestatasi al fianco dei combattenti spaventati: il commilitone bianco arrivava per davvero a confortare nel momento del bisogno. E già questo, nel mezzo della guerra, può far la differenza tra la vita e la morte.


Per approfondire:

  • A Supernatural War. Magic, Divination and Faith during the First World War di Owen Davies
  • The Great and Holy War. How World War I became a Religious Crusade di Philip Jenkins
  • Catholicism and the Great War. Religion and Everyday Life in Germany and Austria-Hungary, 1914–1922 di Patrick Houlihan



10 risposte a "Angeli, fantasmi e commilitoni in bianco: apparizioni ultramondane nelle trincee della Grande Guerra"

  1. Laurie

    Molto interessante, non conoscevo queste storie.
    Ma … posso tentare di trovarci un razionale?
    Si sa che, durante la prima guerra mondiale, ai soldati di molti schieramenti si fornivano alcolici e, in alcuni casi, addirittura stupefacenti. Poi ci aggiungiamo: la fame, la malnutrizione conseguente, il freddo (o il caldo in estate), la stanchezza, la paura, probabilmente anche la disidratazione, lo stress post-traumatico e chissà cos’altro. A questo punto, avere allucinazioni mi sembra il minimo! Non sono un’esperta, ma credo che sia anche un meccanismo di difesa.
    Forse sono troppo prosaica? Magari una tra tutte queste storie è vera!

    Piace a 2 people

    1. Lucia

      Ovviamente, neanch’io sono una esperta di cosa succede nella mente di una persona quando è in situazioni di shock e di estrema angoscia, ma penso che si possa trovare un razionale in queste storie anche senza dover necessariamente tirare in ballo gli alcolici e gli stupefacenti. Tra angoscia, disidratazione, carenza di sonno, stress ai massimi livelli, traumi psicologici di vario tipo… figurati se non è normale lo scambiare una nuvola di fumo per un fantasma o il vedere cose che non esistono (specie se ti sei già sentito dire mille volte che altri hanno avuto la stessa esperienza, quindi “te la aspetti”)

      Del resto, non penso che a Kiev sia pieno di drogati, eppure nel loro piccolo stanno diventando virali queste fotografie di nuvole dalla forma suggestiva, accostate alle immagini di figure angeliche.

      Aneddoti simili erano stati riportati anche nel corso della guerra del Vietnam, quando vari gruppi di soldati americani dissero in numerose occasioni diverse di essere stati portati in salvo dall’apparizione di una entità ultramondana che i cattolici identificavano in san Michele Arcangelo e i protestanti in generiche apparizioni benevole non meglio precisate.

      Così a naso, per non capirci niente, penso che sia proprio uno dei modi con cui si cerca di venire a patti con la realtà, di renderla un po’ più accettabile.

      Piace a 1 persona

  2. Laurie

    Assolutamente d’accordo.
    Lungi da me dire che a Kiev sia pieno di drogati!!!
    In ogni caso, resta una reazione “interessante” di fronte alle situazioni più terribili.

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    1. Lucia

      No no, certo, ci mancherebbe altro, anche io la usavo chiaramente come iperbole perché ovviamente non è questo il caso (povera gente). Era chiarissimo!

      Però, a pensarci bene, il fatto che queste immagini abbiano cominciato a circolare a Kiev in questi giorni è doppiamente interessante: quando ha cominciato a girare la prima foto si era “solo” al secondo giorno di guerra.
      Ovviamente la popolazione era nello shock totale, ma a parte quello non credo che si possano tirare in ballo altri fattori esterni come la disidratazione o la carenza di sonno, dopo “solo” due giorni. Direi che, almeno in questo caso, è quasi sicuramente una reazione psicologica per cercare di venire a patti con una realtà sconvolgente :-\

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  3. Chiara

    Un compaesano della mia bisnonna, originaria della Ciociaria, raccontava che durante un combattimento, quando gia pensava di stare per morire soffocato dal gas asfissiante, vide accanto a sé un santo a lui sconosciuto che lo rassicurò: lo avrebbero soccorso presto,si sarebbe salvato. Così fu. Tornato dalla guerra, chiese al proprio parroco chi potesse essere quel santo misterioso e tra i santini vari alla fine lo riconobbe: era san Cataldo! Che tu sappia altri reduci della Proma guerra mondiale hanno raccontato cose simili su questo santo? Mi ha sempre colpito il fatto che non figurasse minimamente tra i patroni del paese e al momento dell’apparizione quel signore non sapesse chi fosse!

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  4. mariluf

    A volte però è vero che le nuvole prendono forme inconsuete… circa un mese fa verso il tramonto sul tetto della casa del vicino ho visto una barchetta grigio chiaro, con tanto di due banchi per i rematori più scuri, sullo sfondo di un cielo azzurro pallido… Era talmente nitida che ho tentato di fotografarla, con poca fortuna, perchè non sono tanto abile e il mio cellulare fa quel che può. Non è durata molto, perché il vento l’ha rapidamente modificata e cancellata. Ma per almeno tre o quattro minuti sì, e anche la prospettiva mi sembrava perfetta…
    Non conoscevo affatto le storie che hai raccontato, e sono propensa anch’io a credere che la psiche in certe situazioni non abbia bisogno di elementi esterni, per difendersi come può; se, come poi accade in certi contesti, gli elementi esterni si aggiungono, è ancor più facile… Mi raccontava mio padre che gli alcolici giravano con molta libertà.

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  5. Mr.Loto

    Purtroppo l’uomo si ricorda di Dio e della sua spiritualità soltanto quando ha paura. E allora, con uno spirito che muore di sete, vede i miraggi dal deserto del suo cuore…

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  6. Anonimo

    La scrittrice inglese Vera Brittain perse nella I guerra mondiale il fidanzato, il fratello ed alcuni cari amici.
    Si arruolò nel VAD, operando come aiuto infermiera.
    Scrisse poi “Generazione perduta” narrando le sciagure belliche.
    Ebbene, anche lei riporta episodi analoghi a quelli descritti da te.
    Annalisa Neviani.

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  7. Tiziana

    Per mancanza di tempo non riesco a leggere l’articolo, ma confrontando le due immagini, si evince che la foto scattata a Bergamo è stata usata anche per Kiev.😲
    L’avete notato anche voi?
    Del resto, è stata usata per Kiev anche la foto dei camion militari, scattata sempre a Bergamo.😱

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