Cercar moglie, nel Medioevo

Con tutto questo parlar di famiglie, si trascura (ovviamente; perché appunto è un’ovvietà) l’elemento che di più di tutti – più di mille “grazie” “prego” “scusa”, attese pazienti e compagnia cantante – è alla base del successo per una buona famiglia.
Quale? Beh, ma ovvio: crearsi una famiglia con la persona giusta.

Mi par di sentirvi: “e grazie al cavolo”. Non esiste un vademecum del partner perfetto, né tantomeno esiste il vademecum di come andarselo a cercare. Trovare l’anima gemella è una questione di sentimento, di fortuna, un evento raro come il perfetto allinearsi degli astri in cielo, e…
…e, ‘nsomma, nì.

Se non esiste un vademecum per la ricerca del partner perfetto, oggi, per l’uomo del 2000, è senz’altro vero che di vademecum simili ne sono stati scritti millemila nel corso dei secoli – quando cioè la scelta del partner aveva ben poco a che fare col sentimento, ed era dettata perlopiù da lucidi ragionamenti fatti a tavolino. All’epoca sì che ognuno diceva la sua, per esortare il nubendo a far la scelta più saggia!
E per quanto nessuno auspichi, ovviamente, un ritorno ai matrimoni combinati del tempo che fu, possono comunque essere a loro modo utili strumenti di riflessione le raccomandazioni che venivano fatte, un tempo, a coloro che si accingevano a cercar moglie. Ne estrapolo alcune dal bel saggio di Silvana Vecchio, La buona moglie, edito nell’interessantissima Storia delle donne della Laterza.
E ne estrapolo alcune scegliendole non tanto tra le raccomandazioni degli economi attenti a fare un buon affare con le nozze giuste, ma bensì tra le raccomandazioni dei religiosi, attenti già da allora ad orchestrare un  matrimonio… che fosse anche sacramento.

E dunque: cosa suggeriva il prete al giovanotto medievale che stava cercando moglie?

1) Non anteporre la dote a tutto il resto

Non nascondiamoci dietro a un dito: la ricchezza della dote era un requisito fondamentale per la scelta di una buona sposa, ed era anche “giusto” che fosse così, considerato il ruolo che il matrimonio aveva in quel periodo. Però, senza nulla togliere all’importanza del dato economico, i predicatori medievali sottolineavano, concordi, come questo fosse un elemento da posporre ad altri ben più importanti.
Quali?
Beh: lasciando da parte le doti squisitamente religiose, vi erano infinite “virtù laiche” da ricercare in una moglie, prima ancora di guardare al suo conto in banca. Ad esempio un buon carattere, una reputazione immacolata, la quantità delle sue amicizie (indice di una capacità di interessere buoni rapporti col mondo esterno).
Poi, ma solo in subordine, può anche entrare in gioco un discorso di tipo economico.

2) Scegline una alla tua portata

Sai: i soldi (e magari qualche pater familias poco attento ai desideri delle sue figlie) possono fare miracoli. Era cosa relativamente facile che un vecchiaccio storpio e con la gotta prendesse in sposa una ragazzina tra le più piacenti sul mercato.
Sconsigliato, dicono i predicatori: ma non tanto per pietà nei confronti della piacente fanciulla! Si suggerisce, piuttosto, che la moglie sia sostanzialmente pari al marito, sia per età che per aspetto esteriore, proprio a fini buona riuscita del matrimonio.
Secondo Peraldo, domenicano lionese, l’omogeneità della coppia (anche proprio a livello fisico!) è elemento indispensabile per la sua stabilità nel lungo periodo. Jacopo da Varagine gli fa eco suggerendo all’uomo-medio una donna “della porta accanto”, giusta via di mezzo tra una bruttezza eccessiva che ti fa salir la depressione addosso e una bellezza dirompente che genera spesso ansie e gelosie.

3) Ricorda il detto “tale il padre, tale il figlio”

Troppo spesso noi moderni consideriamo il matrimonio solo ed esclusivamente come una cosa alla “due cuori e una capanna” – come se poi, oltre la porta della capanna, non ci ritrovassimo con tutta la famiglia d’origine del nostro ammmore che, giustamente, ci suona al campanello.
Gli antichi tenevano questa circostanza senz’altro in maggiore considerazione: ovvio, in un’epoca in cui il matrimonio non era tanto una scelta d’amore, quantopiù un’alleanza tra due famiglie.

Bene: i predicatori medievali concordano in massa sul detto che “la mela non cade lontano dall’albero”. Prima di scegliere una sposa, dunque, si studi attentamente tutta la sua famiglia: non solo perché, giustamente, è con quella famiglia che ti stai imparentando, ma anche perché… beh: dal comportamento dei genitori, si comprendono tante cose sui figli. Jacopo da Varagine suggerisce di stalkerare a lungo la potenziale suocera per farsi un’idea di quale possa esser stata l’educazione ricevuta dalla figlia. Paolo da Certaldo guarda ancora più lungo, e non disdegna occhiate indagatrici addirittura alle nonne (!) della futura sposa.
La mela non cade lontana dall’albero: e se suoceri di buon carattere possono essere una rassicurante consolazione, suoceri scostanti ed immorali dovrebbero essere un enorme campanello d’allarme – indipendentemente dalla vastità delle terre che portano in feudo.

4) Meglio una vergine alle prime esperienze che una donna consumata

Ma non per una questione puramente sessuale, anzi! Nel Medioevo era frequente che una donna rimanesse vedova dopo qualche anno di matrimonio, infelicissima situazione dalla quale era senz’altro auspicabile che la signora venisse sollevata. Nessuno si sarebbe mai sognato di rifiutarla solo perché la tapina non era più illibata sessualmente, giusto per capirci.
I predicatori, però, suggeriscono di andare sempre molto cauti quando si prende in considerazione l’idea di sposare una vedova. Per una ragione molto semplice: la poveretta porta con sé un bagaglio emotivo che potrebbe essere difficile da gestire. Ella è già stata padrona di casa, ella è già stata moglie ; ella, forse, addirittura è già stata madre (e Dio non voglia che i suoi figlioletti rifiutino di vedere in te il nuovo capofamiglia!). A differenza della vedova, che arriva alle seconde nozze forte di abitudini già consolidate – tutti elementi di potenziale tensione nella quotidianità d’un matrimonio – la ragazza “alla sua prima storia” si getta nelle braccia dello sposo come una tabula rasa, sulla quale sarà più agevole scrivere assieme la propria storia famigliare.

5) Prega, prega, (e non pretendere l’impossibile).

Non è facile creare (e mandare avanti) un buon matrimonio. Anzi è difficile, difficilissimo: anzi, è proprio impossibile, se si pensa di poterlo fare con le sole forze umane!
Proprio per questo, secondo Peraldo, la principale occupazione di colui che sta cercando moglie dovrebbe essere pregare, in maniera non dissimile da chi, in noviziato, cerca di discernere la sua vocazione: pregare, implorare lo Spirito per un’illuminazione, e solo dietro assistenza divina scegliere la propria metà.
Che, si badi bene, non sarà mai perfetta, perché la perfezione non è di questo mondo. Il domenicano inglese Giovanni Bromyard è molto esplicito su questo punto: feconda o sterile, bella o brutta, la moglie è comunque, e inevitabilmente, fonte di problemi, prima o poi. Il partner perfetto non esiste, così come non esiste affatto il Matrimonio Perfetto.
Esiste semmai il Matrimonio Meno Imperfetto Possibile… ed è su quello che tocca lavorare, per farlo funzionare al meglio.

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“A Medieval Couple at their Wedding Feast”, Mary Evans Picture Library

Questa Storia ti puzza di fake news?

Fake news Facebook
Le fake news sono ormai all’ordine del giorno, e tutti i professionisti dell’informazione si prodigano per fornire ai loro lettori le armi con cui difendersi da questa massa di notizie false che – complici i nuovi mezzi di comunicazione – rischiano a tratti di tramortirci e confonderci.
È davvero possibile imparare a proteggersi da una cosiddetta “bufala”? Esistono delle tecniche che l’Internauta Medio può mettere in atto, per tentare di orientarsi in questo procelloso mare dell’informazione? In effetti sì – e una di queste consiste nell’affinare il proprio senso critico cominciando a porsi tutta una serie di domande, quando ci si trova di fronte a una notizia sospetta.
Stiamo leggendo un articolo e c’è qualcosa che, diciamo, non ci torna? Ebbene, una serie di domande ad hoc può aiutarci a stabilire se è solo una nostra impressione, o se davvero di fake new si tratta.

Questo blog si occupa di Storia, dunque mi occupo di Storia anche in questo articolo. Ché attorno ai temi storici è tutto un fiorire di fake news e leggende nere, e semplici convinzioni errate, sedimentatesi nel corso dei secoli e ormai date per certe.
E se anche noi ci imbattessimo in una di queste “bufale”? Saremmo in grado di riconoscerla? Quali sono i campanelli d’allarme che dovrebbero quantomeno metterci sull’attenti?

Io ne ho individuati cinque, partendo dalle osservazioni proposte da Giuseppe Sergi nel suo La rilettura odierna della società medievale: i miti sopravvissuti, dagli atti del convegno “Medioevo reale medioevo immaginario” (Torino 26-27 maggio 2000).

1. Questa ricostruzione semplifica concetti che, diversamente, sarebbe difficile spiegare?

Esempio portato da Sergi: la piramide feudale del Medioevo.
Presente?
Questa:

Piramide Feudale

Benissimo, non è mai esistita.

Il feudalesimo medievale era una cosa molto più complessa di quella che ci insegnano sui libri di scuola. Ad esempio, un uomo poteva essere vassallo di più signori feudali contemporaneamente (ed erano per lui cavoli amari, quando i due signori si dichiaravano guerra). In teoria, un cavaliere poteva anche essere vassallo del Signor Caio ed essere contemporaneamente signore feudale di altri vassalli a lui sottoposti (diventando, allo stesso tempo, sottoposto e parigrado del suo signore). E comunque, ai rapporti feudali, si affiancavano in età medievale rapporti di parentela, eredità e quant’altro, talora non meno importanti e vincolanti del rapporto vassallo/signore.

E quindi, perché a scuola continuano a insegnarci la panzana della piramide feudale?Beh, perché è una semplificazione molto utile.
Vallo a spiegare, a un bambino di undici anni, questo complesso equilibrio di poteri per cui si può essere servi e signori allo stesso tempo, e per cui il re ha sicuramente un ruolo importante, ma può darsi che alcuni sudditi abbiano più potere di lui. È così facile e rassicurante, ricorrere a semplificazioni tutto sommato innocue, che risparmiano agli studenti così tanti grattacapi…
I pochi eletti che vorranno dedicarsi al Medioevo per professione, faranno sempre in tempo a mettere i “puntini sulle I” all’università. Fino ad allora… che male c’è?

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: il mito per cui, durante i secoli della caccia alle streghe, erano accusate di stregoneria le donne giovani, sole, prive di protezione da parte dei mariti, e magari un po’ anticonformiste.
Vallo a spiegare, che molti degli accusati erano maschi ricchi e potenti, praticavano davvero rituali magici, e, in molti casi, il proverbiale patto con Satana importava molto poco agli inquirenti laici…

2. Questa ricostruzione ci aiuta a credere che noi viviamo in un mondo migliore?

Mai Stati Meglio Copertina Libro

È così bello leggere un libro di Storia e pensare “certo che noi siamo un sacco evoluti rispetto a ‘sti bifolchi!”. Su questo tema, gioca persino un gustoso libretto eloquentemente titolato Mai stati meglio!: “basta scorrere i secoli passati”, recita la quarta di copertina, “per capire stiamo vivendo uno dei momenti più positivi, confortevoli e ricchi di opportunità dall’apparizione dell’uomo sulla Terra”.

Non mentiamo: illuderci che l’umanità sia destinata a un graduale, inesorabile progresso è un consolante auto-convincimento di cui sentiamo drammaticamente il bisogno, tutte le volte che, guardando il telegiornale, ci si stringe il cuore al pensiero del mondo che stiamo lasciano ai nostri figli.
…sennonché, a volte, questo nostro atteggiamento genera delle bizzarre fake news dalla singolare persistenza.

Un esempio tra i tanti? Cito quello che proponge Sergi: lo ius primae noctis.
Non è MAI esistito, in nessun luogo e in nessun momento, un cavillo che consentisse al potente di turno di portarsi legalmente a letto le donne prossime al matrimonio. Lo ius primae noctis è un’invenzione bella e buona creata ad arte (cfr. punto 4)… che però si è impressa nell’immaginario collettivo in maniera particolarmente tenace.
E perché?
Perché, oh, è così confortante, pensare che certe cose che una volta erano all’ordine del giorno, adesso, grazie a Dio, sarebbero impensabili. Ma allora, è solo questione di tempo: verrà (presto?) il giorno in cui le tante ingiustizie che oggi ci affliggono saranno guardate con orrore dai nostri discendenti. E allora sì che esisterà un mondo migliore!

Come osserva Sergi, qui

agisce l’idea di un progresso lineare e permanente della storia: un’idea tanto spontanea quanto politicamente strumentalizzata, in ogni caso falsificante e dannosa per l’uso sociale della storia.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: avete presente la radicata convinzione secondo cui, nel passato, la gente non si lavava per mesi e anni, e dunque andava in giro tutta sozza e puzzolente? Ne parlavamo tempo fa, e avevamo visto assieme che non è che fosse proprio vero: c’è stato sì un periodo della Storia umana in cui i bagni frequenti erano considerati pericolosi per la salute… ma, fortunatamente, è stata solo una moda transitoria, non un diktat millenario.

3. Per contro: questa ricostruzione trasforma il nostro passato in un affascinante romanzo fantasy più avvincente di Game of Thrones?

Sergi porta un esempio classico: i Templari, poveri cristiani.
Non si capisce per quale arcano mistero un ordine cavalleresco la cui Storia è stata studiata, ristudiata, ri-ristudiata fino allo sfinimento, debba solleticare così tanto le fantasie dell’Italiano-medio.
Cioè, boh? L’avete mai visto, voi, tanto pathos collettivo nel seguire le vicende dell’Ordine di Malta?
Eppure…

Il fatto gli è che, come scrive Sergi,

il medioevo nella cultura europea occidentale serve a regalare la dimensione dell’esotico senza troppo allontanarsi nello spazio, ma andando indietro nel tempo.

È così affascinante pensare a quando nel Medioevo i cavalieri cercavano per davvero (?!) il Sacro Graal. È così bello immaginare un mondo in cui la vita scorreva ordinata secondo i dettami di Santa Madre Chiesa, i rapporti tra sessi erano improntati a quel romanticismo à la Jane Austin e la vita era più onesta, più sana, più solidale.

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: presente, quei cattolici per la Storia cattolica è divisa in due (ante e post Concilio Vaticano II), e tutto ciò che viene dopo è liturgicamente il Male, e tutto ciò che viene prima era l’Assoluta Perfezione del Culto?

Vaglielo a spiegare, che fino a qualche secolo fa i preti mimavano atti sessuali dall’altare durante la Veglia di Pasqua

4. Questa ricostruzione è un’arma ideologica a sostegno di una certa tesi?

A questo punto, si potrebbero elencare tante “leggende nere” sulla Storia della Chiesa, usate oggi come grimaldello per dimostrare che i cattolici sono fondamentalisti pericolosi.
Sergi, invece, torna sullo ius primae noctis, e così, ubbidiente, faccio anch’io.

È da fine ‘800 che, con argomenti inoppugnabili, la storiografia, a intervalli regolari, smentisce il mito dello ius primae noctis.

Ma queste autorevoli messe a punto hanno scarsa efficacia anche quando sono scritte con stile accattivante, in libri di editori importanti e di larga circolazione. […] La cultura di massa su alcuni temi non si limita solo a non recepire, non vuole proprio ascoltare, si comporta come i bambini quando si tappano le orecchie con le mani ed emettono suoni per non essere raggiunti da parole non gradite. Perché? Perché non si vuol perdere, a causa della ‘storia’, un frammento di ‘memoria’ che ha una funzione culturale e sociale. In questo caso la funzione è quella di valorizzare l’attitudine delle comunità locali di contrapporsi al potere: le comunità nobilitano con l’eroismo popolare le proprie tradizioni.

In una temperie ideologica in cui il messaggio da far passare alle masse è: “bisogna combattere il sistema per avviare la rivoluzione / bisogna affrancarsi dalle stupidi leggi imposte dalla religione / bisogna fare questo e quest’altro perché i modelli tradizionali non funzionano bene”… beh: questi miti su base storica possono costituire un valido aiuto!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: una volta mi è capitato su Facebook di essere definita “una revisionista da quattro soldi”, a causa di un articolo in cui spiegavo che la terribile strage di operai tenutasi l’8 marzo di un anno non precisato… semplicemente non c’è mai stata, fortunatamente per le operaie.
Non è chiaro chi, esattamente, si sia messo a tavolino per inventare dal nulla questa leggenda, ma sembra acclarato che la bufala abbia cominciato a circolare tra i circoli socialisti dei vari Paesi del blocco NATO, per ragioni politiche, nel primo dopoguerra.

Eppure, se lo dici, non ci crede nessuno, (comprensibilmente), anche perché qui scivoliamo per direttissima nel punto…

5. Questa ricostruzione ci culla nelle nostre rassicuranti convinzioni?

Chiudete gli occhi e immaginate un castello medievale: l’idea platonica di tutti i castelli medievali; poi tornate qui.
Fatto?
Scommetto che avete immaginato qualcosa sulle linee di:

Castello Medievale Immaginario

e che sarete probabilmente un po’ spiazzati nello scoprire che, per buona parte del Medioevo, i castelli sono stati semmai più simili a questo:

Castello Medievale Vero

Per dirla con Sergi,

è difficile convincere studenti e interlocutori che i castelli medievali tipici non sono quelli del tardo medioevo, ed è difficile perché sono per lo più castelli tre-quattrocenteschi a essere ancora in piedi. […] Risulta sempre arduo allontanare l’immagine del tipico castello valdostano e sostituirvi quella di un villaggio fortificato, o di recinti di legno e pietra.

Altro esempio ancor più visibile: i convincimenti popolari sull’evoluzione dei modelli familiari nel corso della Storia.

La tipica famiglia rurale del medioevo era una “two generations family”, con padri e figli e basta, cioè nucleare come oggi. Ebbene, nessuna persona, anche di cultura, lo immagina: perché le famiglie rurali successive alla rivoluzione industriale erano patriarcali, [con] convivenze larghissime

quindi, ci viene spontaneo ritenere che le famiglie allargate siano sempre state la norma. Ma siamo vittime in questo caso di quella che Sergi definisce “deformazione prospettica”:  per cui diamo scontato che tutto ciò che noi conosciamo circa il passato recente debba a maggior ragione applicarsi anche a tutte le epoche passate. Il che, non è affatto vero!

Pescando dai miei archivi una Storia di cui ho già parlato io: vallo a spiegare, alle nonnette attaccate alla tradizione, che il “classico” matrimonio col vestito bianco, il pranzo luculliano, il viaggio di nozze da sogno, etc, non è “tradizionale” proprio per niente ed è anzi un’invenzione recente. Ma insomma: lo sanno tutti che le nostre nonne facevano così!

***

E voi?
Vi vengono in mente altri esempi riconducibili ai cinque casi di cui sopra? Avete storie da raccontare, su quando siete caduti a vostra volta in una di quelle insidiosissime bufale storiche?
Per intanto, questo blog vi saluta e vi dà il suo bentornato, ripromettendosi, da oggi, di ricominciare con regolarità le sue pubblicazioni.
…e speriamo che questa non debba rivelarsi una fake new!

Ma che fine facevano i neonati abbandonati nella ruota degli esposti?

Uno sente parlare di “ruota degli esposti” e giustamente avverte un brivido freddo lungo la schiena – perché, ok, meglio abbandonare il figlio che farlo uccidere da una mammana, ma poi il retropensiero è sempre quello: “forse forse sarebbe più desiderabile la morte, rispetto all’essere un trovatello nel Medio Evo”.

Ma sarà proprio così?
Cosa succedeva, concretamente, a un bimbo non voluto, dal momento in cui la sua mamma lo abbandonava al suo destino?
Una di quelle domande a cui sembrerebbe difficile dare una risposta… ma invece no. In questo caso, la buona sorte è dalla nostra parte: gli archivi conventuali e ospedalieri sono in grado di fornirci informazioni abbondanti (e sorprendenti!) sul destino di questi poveri trovatelli…

Ruota esposti 2

Facciamo un passo indietro, e cominciamo con una breve lezione di Storia.

La “ruota degli esposti” nasce in Francia sul finire del XII secolo; secondo la tradizione, papa Innocenzo III ne istituisce una nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia, alle porte del Vaticano, poiché turbato da incubi ricorrenti in cui sognava cadaveri di neonati che galleggiavano sul Tevere.

Da lì, la ruota degli esposti si diffonde a macchia d’olio in tutta l’Europa continentale. A partire della metà del ‘400 non esisteva in Italia un singolo ospedale che non destinasse alla gestione dei trovatelli una parte significativa delle sue risorse. Proprio in quel periodo, peraltro (e cioè, tra fine ‘400 e inizio ‘500) la ruota degli esposti vive il suo periodo di massimo splendore, complice anche una crisi economica globale che rendeva particolarmente arduo mantenere famiglie numerose.

Ecco dunque aumentare il numero di trovatelli, ed ecco dunque l’assistenza pubblica organizzarsi per gestire al meglio il problema.
E quanto in un ente pubblico ci si organizza bene, succedono tante belle cose – ad esempio, si producono un sacco di scartoffie, per l’esasperazione dei contemporanei e per il godimento degli archivisti posteri.
Proprio grazie a queste carte possiamo farci un’idea abbastanza precisa di come dovesse svolgersi la vita di un trovatello medievale che veniva abbandonato in una ruota degli esposti verso la fine del Medioevo.

Ruota esposti 3

Il trovatello, innanzi tutto, poteva vivere o morire.
In un’epoca storica in cui il tasso di mortalità era altissimo tra gli infanti, un neonato con poche ore di vita, che alla ruota degli esposti magari ci arrivava già malandato e denutrito, aveva delle buone chance di ammalarsi gravemente.
Ma se riusciva a superare il periodo critico dei primi giorni, ecco che cominciava quello che noi definiremmo “l’iter di adozione”, con il trasferimento del bebè in una struttura appropriata.

A Milano, sotto il coordinamento dell’Ospedale Maggiore, i trovatelli erano “smistati” in due centri specializzati. L’ospedale del Brolo (presso l’attuale chiesa di Santo Stefano) aveva una nursery dedicata ai cosiddetti “figli del latte”, cioè i neonati che erano appena stati recuperati da una ruota degli esposti e attendevano collocazione.
Un poppante – si sa – ha bisogno di bere latte, e nel Medioevo – si sa anche questo – non esisteva il latte artificiale. C’era dunque l’urgentissima necessità di mettere a balia questi bambini presso famiglie in cui la madre fosse disposta a fare da nutrice.

Letta così, sembrerebbe una mission impossible: vi stupirà invece sapere che le famiglie facevano la ressa per poter prendere in custodia un bambino.
In primo luogo, lo Stato stanziava una piccola somma di denaro a titolo di rimborso spese per la balia e per la sua famiglia. Non che ci si arricchisse a crescere i trovatelli… ma calcolando che il latte materno è gratis, e che una donna medievale passava molti anni della sua vita nelle condizioni di poter allattare, accogliere nella propria casa un bambino abbandonato era pur sempre un modo di arrotondare facendo un’opera di bene.

Tra la balia e l’ospedale veniva stipulato un vero e proprio contratto, in cui la famiglia “affidataria” si impegnava a trattare bene il neonato, a crescerlo coscienziosamente, a fare tutto il possibile per conservarne la salute. A partire dal 1477, un regolamento interno dell’Ospedale Maggiore di Milano stabiliva che le balie dovessero necessariamente risiedere entro 12 miglia dalla città, e ciò per permettere frequenti visite di controllo da parte di quelle che oggi definiremmo “assistenti sociali”.
Insomma, una vasta macchina burocratica si metteva in modo per garantire che il bambino fosse cresciuto in un ambiente il più sano possibile. E vi stupirà: parrebbe che, in molti casi, questi neonati dati a balia fossero trattati fin troppo bene – nel senso che, in certi casi, le madri biologiche contattavano la nutrice per seguire la crescita del figlio, o addirittura per consegnargli doni di valore o somme di denaro. Una eventualità chiaramente avversata dall’assistenza pubblica (se sei in grado di mantenere un figlio illegittimo, allora cercagli tu una collocazione consona e non gravare sull’erario)… ma tant’è: e anche questo dettaglio la dice lunga.

In base alla disponibilità della famiglia affidataria, i neonati potevano restare nella casa della nutrice  per un lasso di tempo compreso tra i due e i quattro anni. Alla scadenza del contratto di affido, i bambini ritornavano in una struttura assistenziale – e, per la precisione, nell’Ospedale di S. Celso (presso l’omonima chiesa), dedicato all’accoglienza dei cosiddetti “figli del pane” (e cioè, i bambini ormai grandicelli e già svezzati).

Che succedeva a quel punto?
Beh, l’ospedale cominciava a cercare una famiglia adottiva – e lo faceva con una certa frenesia, anche per “sbarazzarsi” di quello che, tutto sommato, a quel punto era solamente un costo.

I bambini che non riuscivano ad essere collocati venivano ospitati all’interno di una struttura ospedaliera fino al raggiungimento della maggiore età. In teoria, l’ospedale avrebbe dovuto attivarsi per insegnare un mestiere agli orfanelli ricoverati e trovar loro un impiego al momento delle loro dimissioni. All’atto pratico, chi non trovava una famiglia adottiva tendeva ad abbandonare l’ospedale il più tardi possibile e a fare una vita da vagabondo (con un’unica possibilità di salvezza per le ragazze: rubare il cuore a un buon partito, disposto a sposarle anche senza dote).

Per contro, le buone notizie: molti bambini venivano effettivamente adottati!
L’Ospedale Maggiore di Milano conserva ancor oggi un preziosissimo libro delle “Consegne ai Trovatelli”, che tiene traccia di tutti i contratti di affido stipulati con le famiglie adottive a partire dall’anno 1472, e fino all’anno 1531.
I dati non ci permettono di stabilire quale fosse la percentuale di bambini che trovava effettivamente una casa, ma il libro delle Consegne testimonia senz’altro che l’ospedale non se ne stava con le mani in mano: nell’arco di trent’anni, i “servizi sociali” trovano una sistemazione per oltre 800 bambini (con una curiosa prevalenza di femmine su maschi – 489 contro 329).

Qual era la famiglia-adottiva-tipo?
Difficile rispondere a questa domanda, perché i trovatelli potevano essere adottati da gruppi familiari molto diversi.

Un confortante 40% degli orfani veniva adottato dalla nutrice che li aveva presi in custodia, senza nemmeno tornare in ospedale terminato il periodo di baliatico.
Il restante 60% andava incontro alle situazioni più disparate. C’era chi veniva adottato da coppie di sposi che non riuscivano ad avere figli propri, o c’era chi veniva adottato da mariti e mogli che avevano già figli biologici. C’era chi veniva preso in custodia da donne vedove senza figli, e c’era chi addirittura veniva adottato da una donna nubile. C’era chi finiva in nuclei familiari composti da fratello-sorella, padre-figlio, suocera-nuora, e ogni possibile altra combinazione che vi venga in testa. C’era chi aveva la ventura di essere affidato ad un convento, e c’era chi finiva nella casa di un artigiano che probabilmente desiderava, oltre a un figlio da amare, qualcuno a cui trasmettere l’attività commerciale.

In ogni caso, tutte le famiglie adottive si impegnavano per contratto ad “accipere in filium” il trovatello, con la promessa di “, vestire et calzare et instruere ad salutem anime et corporis”. Nel caso delle ragazze, i genitori si impegnavano anche a fornir loro una dote che veniva accuratamente specificata nel contratto, nonché ad attivarsi per trovar loro un buon marito entro il compimento dei 20-22 anni.
Insomma: una volta collocato in una famiglia, il trovatello poteva ragionevolmente sperare di andare incontro a un futuro dignitoso – con un’unica differenza, rispetto ai figli adottivi d’oggi: non necessariamente ereditava i soldi dei genitori. Solo in alcuni dei contratti troviamo clausole (evidentemente, facoltative) in base a cui il trovatello veniva nominato erede legittimo alla pari degli altri figli biologici dei genitori. Nella maggior parte dei casi, questo non succedeva… ma nulla, a parte questo dettaglio, lascia intendere che i figli adottivi vivessero in condizioni di particolare subalternità. In alcun modo erano ridotti a fare gli sguatteri di mammà, giusto per capirci.

Intervenendo al convegno La famiglia e la vita quotidiana in Europa dal ‘400 al ‘600 (Milano, 1-4 dicembre 1983), dai cui atti ho tratto queste statistiche, Giuliana Albini così commentava:

Ambienti sociali diversi, persone con possibilità economiche assai diversificate, aree urbane e suburbane, mondo rurale: tutta la società del tempo pare essere coinvolta, non solo dalla realtà dell’abbandono,

ma anche dalla possibilità (…molto più a portata di mano di quanto non lo sia oggi) di ottenere in adozione un bambino non proprio. Che, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, aveva buone chance di trovare nella famiglia adottiva una vera casa, un sincero affetto, e una concreta speranza di una vita migliore.

E anche queste son di quelle cose che, secondo me, generalmente non ti raccontano, a scuola, alle lezioni di Storia.

Perché gli Inglesi festeggiano la mamma a Mezza Quaresima?

Per uno strano effetto Brexit combinato (una via di mezzo tra “miii, guarda quanto è calata la sterlina” e “noooo, ma allora ne approfitto, con la mia fortuna rimettono le spese di dogana al solo scopo di farmi dispetto”), negli ultimi mesi mi è capitato di fare acquisti da siti inglesi.
La premessa, di cui potrebbe legittimamente importarvi poco, è funzionale allo spiegare come mai, da alcune settimane a questa parte, la mia casella di posta sia invasa da messaggi promozionali che mi promettono special offers su perfect gifts per il Mother’s Day.

Capite bene che un messaggio del genere innesca quantomeno un cortocircuito mentale: ma come, il Mother’s Day? Lo stanno tutti che la festa della mamma è a maggio!
E invece no. Agli Inglesi, storicamente, piace far gli originali: e così, le mamme di Albione – a differenza delle loro “colleghe” di tutto il resto dell’orbe terracqueo – sono festeggiate in una domenica di inizio primavera (quest’anno tra pochi giorni, il 26 marzo).

Come mai ne parlo su questo blog?
Oh beh: perché questo Mother’s Day marzolino ha origini profondamente cristiane. Ha origini liturgiche, financo!
E perdipiù coincide con uno dei miei momenti preferiti di tutto l’anno liturgico: la quarta domenica di Quaresima, anche nota come Domenica Laetare.

***

In un’epoca in cui la Quaresima era presa molto più sul serio (e l’anno liturgico, in generale, ritmava la vita dei fedeli molto più di quanto non faccia adesso), la Domenica Laetare era un momento importante per la cristianità. Nella scelta delle letture, nel colore dei paramenti liturgici, nell’accompagnamento dei canti sacri, tutto era orchestrato per trasmettere al popolo un senso di gioia per la Pasqua ormai vicina. “ In questo giorno la Chiesa sospende le tristezze della Quaresima; i canti della Messa non parlano che di gioia e di consolazione”, sintetizza efficacemente Prosper Guéranger, abate benedettino, in un (bel) commento (che peraltro consiglio a tutti gli appassionati di liturgica).

Insomma, era una domenica importante, la cui dimensione gioiosa era sottolineata fin dall’Introito della Messa (memorizzate questa informazione, ci torna buona per dopo), che nello specifico recitava (in Latino):

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate: esultate per lei. Voi che avete partecipato al suo lutto, ora vivrete con lei tutta la sua felicità. Anche voi sarete saziati con le consolazioni che vi darà: come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso.

Fin qui ci siamo?
Benissimo.

Adesso accantoniamo le questioni liturgiche e parliamo di tutt’altra cosa, cioè delle non facili condizioni di vita dei domestici inglesi che prestavano servizio nelle dimore signorili. A titolo esemplificativo citeremo la servitù di Downton Abbey

Downton-Abbey-Servants

cioè lavoratori, magari anche molto giovani per i nostri canoni, che prestavano servizio come [valletti / maggiordomi / sguatteri / così via dicendo] nelle grandi tenute dell’aristocrazia inglese, vivendo all’interno della tenuta stessa, per essere reperibili 24h/24 e perché, di base, erano quelle le condizioni contrattuali dell’epoca.

Ovvio è che a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera. Se non per ragioni di salute del lavoratore, per questioni estremamente pratiche: un domestico che vive all’interno dell’edificio in cui presta servizio ha davvero poco tempo da trascorrere con la famiglia, soprattutto se la famiglia non abita dietro l’angolo ma a qualche ora di calesse.
Vita grama, sotto questo punto di vista, per i domestici di una volta: le “feste in famiglia” potevi anche scordartele. Il Natale, la Pasqua e le grandi feste comandate erano, ovviamente, i momenti di maggior lavoro, per chi prestava servizio come cuoco, sguattero di cucina, cameriere personale, etc.

Epperò, ripeto: a ‘sti poveri cristiani bisognava concedere, di tanto in tanto, una giornata libera da trascorrere in famiglia. E in Inghilterra, lentamente, si era imposta questa consuetudine: uno dei giorni in cui i domestici avevano diritto a una giornata di riposo era, per convenzione, la Domenica Laetare.
Tant’è.
Non ho idea di come sia nata l’usanza, ma fatto sta che è nata e si è imposta: all’epoca di Donwton Abbey (e anche prima, per la verità) era consuetudine universalmente accettata che i domestici approfittassero della quarta domenica di Quaresima per tornare a casa e visitare le loro famiglie. E in famiglia era ovviamente festa grande, in un clima di rilassatezza che peraltro ben si sposava con le concessioni di quella specifica domenica di Quaresima (festeggiata dalla Chiesa Anglicana con la stessa pompa magna con cui la festeggiavano i cattolici).

***

Orbene: i domestici di Downton Abbey avevano probabilmente altro a cui pensare; ma chi fra di loro aveva l’abitudine di leggere il giornale avrebbe probabilmente potuto notare, nel maggio 1913, alcuni trafiletti dedicati ad un’iniziativa che stava prendendo piede negli Stati Uniti. Grazie all’indefesso lavoro di una certa Anne Marie Jarvis, che si era auto-investita di questa “missione” alla morte di sua madre, si stava diffondendo negli USA la consuetudine di festeggiare le mamme in una giornata specificamente dedicata loro.

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Constance Adelaide in una fotografia d’epoca

Come dicevo, non so se i domestici di Dowton Abbey abbiano fatto caso agli articoli che parlavano di questa iniziativa. Certamente, la notizia, letta casualmente su un giornale, colpì l’attenzione della signorina Constance Adelaide Smith, figlia di un sacerdote anglicano e cresciuta in una famiglia dalla religiosità fervente (dei quattro fratelli che aveva la ragazza, tutti seguirono le orme del padre).

L’iniziativa che stava prendendo piede in America colpì Constance nel bene e nel male. Sotto un certo punto di vista, l’idea era chiaramente deliziosa; per contro, la donna trovava un po’ insulso festeggiare le mamme in un giorno scelto a casaccio, così, come per un’imposizione piovuta dall’alto.

No, Constance aveva un’idea migliore: secondo lei, la collocazione perfetta per la festa della mamma sarebbe stata la Domenica Laetare, che del resto in Inghilterra era già una giornata fortemente connotata in chiave materna!
C’era l’abitudine di tornare a casa e visitare le proprie famiglie; c’era l’abitudine di viaggiare verso il proprio paese natio e prendere Messa nella propria “chiesa madre” (cioè, nel linguaggio dell’epoca, la parrocchia in cui eri stato battezzato). Addirittura la liturgia di quel giorno faceva riferimento a una madre metaforica:

Gioite con Gerusalemme, voi che l’amate. […] Sarete saziati con le consolazioni che vi darà; come neonati allattati dalla madre succhierete con gioia il suo seno generoso

Ma vi dirò di più: nell’Inglese dell’epoca, la Domenica Laetare era popolarmente chiamata “mid-lenting” (il corrispettivo della nostra “domenica di mezza Quaresima”) oppure… “mothering Sunday”: una definizione che non ha corrispettivi in Italiano, ma che sottolineava proprio la radicata tradizione di trascorrere la giornata nel proprio paese natio e nella propria chiesa battesimale.

Beh: per farla breve, Constance Adelaide si rimboccò le maniche e diede il via a una vera e propria campagna per trasformare la Mothering Sunday in una festa della mamma su scala nazionale… che però – a differenza del Mother’s Day americano – unisse un significato spirituale più profondo al “banale” festeggiamento laico.

E infatti, se guardiamo alle linee-guida della festa della mamma così come la voleva Constance Adelaide, cogliamo una dimensione spirituale ben marcata: nel giorno del Mothering Sunday, i fedeli sono invitati a pregare per tutte le famiglie, rendendo grazie a Dio per questa santa istituzione. Solo in second’ordine sono invitati a ringraziare personalmente anche i propri genitori; e se questi fossero già morti, il modo migliore per festeggiarli sarebbe pregare le loro anime, possibilmente visitando le loro tombe al cimitero.

E se posso permettermi un giudizio personale, una festa della mamma così concepita è molto, MOLTO più carica di significato, rispetto al banale “toh guarda sul calendario c’è scritto che è il giorno X, mo’ telefono alla mamma e le faccio gli auguri e siamo contenti”.

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Chissà cosa direbbe Constance Adelaide, nel vedere come si è evoluta in Inghilterra la festa della mamma. Il Mother’s Day cade ancor oggi nella Domenica Laetare, è vero, ma ha ben pochi legami con la bella commemorazione di matrice cristiana che la donna aveva lanciato cent’anni fa. È una festa commerciale come tante, ormai – e qualcosa mi dice che la sua fondatrice sarebbe decisamente delusa dagli esiti.

Nulla ci vieta però di essere noi a far rivivere ai nostri tempi la bella festa della Mothering Sunday!
Avete ancora ampio tempo a disposizione per stupire la vostra mamma con una telefonata di auguri – con morale – a sorpresa!

Un matrimonio “come da tradizione”

E così, mi sono sposata.

Il fatto di aver organizzato il matrimonio in non più di due settimane, mi ha impedito (o messa in salvo?) dallo svolgere tutte quelle normali attività pre-matrimoniali che, in dose omeopatiche, immagino possano anche essere divertenti: scelta delle partecipazioni, confezionamento della bomboniera, ricerca dell’abito da sposa… eccetera eccetera eccetera.
Esistono addirittura dei libri e delle riviste (!), per accompagnare le mogliettine durante questi preparativi. I wedding planner più rinomati prendono da parte la futura sposa e le spiegano cos’è in e cos’è out, e quali sono le tradizioni che vanno assolutamente rispettate nel’organizzazione di un buon matrimonio.
Io, con molta evidenza, i libri dei wedding planner non li ho letti; però, un giro su qualche sito a tema me lo son fatta. E, arrivata all’immancabile punto “tradizioni da rispettare”, sono stata presa dall’immancabile attacco di ridarola.
Sì, perché… avete presente, le Tradizioni Nuziali?
Quegli Elementi-Immancabili-In-Un-Matrimonio, che ci sono sempre stati e di cui assolutamente non si può fare a meno?

Niente di male se una coppia vuole inserirli nel suo matrimonio, per carità, ma accettiamolo come un dato di fatto: la maggior parte di queste tradizioni non sono tradizionali proprio per niente.
Se potessimo saltare su una macchina del tempo e andare a imbucarci a qualche matrimonio di inizio ‘900 (e non mi spingo in epoche più antiche, solo perché diventerebbe difficile far paragoni…) potremmo essere molto, molto stupiti nel vedere il modo in cui era organizzata la giornata.

Curiosi di saperne di più?
Ecco a voi le dieci più pervicaci “leggende metropolitane” a tema matrimoniale… con tanto di debunking da parte della sottoscritta!

1. Maggio è il mese delle spose

Che, oggigiorno, la gente tenda a sposarsi durante la bella stagione, è cosa ovvia e ragionevole: le foto vengono meglio, i vestiti si alleggeriscono, gli alberi sono fioriti… che vuoi di più dalla vita?
Quello che però va bene per noi, che lavoriamo attaccati a un computer, decisamente non poteva andar bene per i nostri trisnonni, che lavoravano attaccati all’aratro.
Maggio (e, in generale, primavera, estate e inizio autunno… cioè i mesi più gettonati per i matrimoni d’oggi) erano, in passato, i periodi di massimo lavoro. Questo valeva – ovviamente – per i campagnoli, ma valeva, in una certa misura, anche per chi abitava in città: basti pensare che, a Torino, le scuole elementari andavano avanti a tener lezioni fino a inizio agosto. Era proprio il calendario lavorativo (e… mentale, se capite cosa intendo) ad essere diverso.

In condizioni normali (senza che ci fosse una grave urgenza), nessuna persona sana di mente avrebbe pensato di sposarsi a maggio (o in estate, o in primavera). Nella stragrande maggioranza dei casi, le coppie si sposavano in pieno inverno: dopo le feste di Natale, e prima che iniziasse la Quaresima. Questo permetteva agli sposi di prendersi un po’ di tempo per se stessi, ma soprattutto permetteva loro di preparare la casa e il trasloco senza l’assillo del lavoro pressante.
I matrimoni primaverili erano – davvero –  una rarità.

2. Il fidanzato (che poteva permetterselo) suggellava la sua promessa con un anello di diamanti

Intanto, sfatiamo un mito: la consuetudine di regalare l’anello di diamanti in occasione dei fidanzamenti, nasce verso la fine degli anni ‘30 (del ‘900) grazie a un’aggressiva campagna marketing condotta negli Stati Uniti dalla compagna De Beers.
Prima di quella data, era certamente comune che il fidanzato facesse regali alla futura sposa… ma non necessariamente le regalava gioielli; né men che meno anelli, né men che meno solitari con diamante. Lasciando la parola alla Marchesa Colombi, autrice, nel 1887, di un godibilissimo galateo (che, peraltro, trovate anche online), il regalo che il fidanzato faceva alla sposa consisteva in

una  schiera  di  buste  di  velluto,  colle  iniziali  del  nuovo  nome  che  la  sposa  sta  per assumere, cioè del suo nome e del cognome dello sposo. Sono: i brillanti, ereditari o nuovi, che lo sposo può offrirle; un finimento completo d’oro e pietre; parecchi anelli; insomma i gioielli più o  meno  sfarzosi,  a  seconda  della  ricchezza  e  generosità  dello  sposo,  fra  i  quali  primeggerà  la famosa catena coll’orologio.

Evidentemente le spose borghesi dovevano accontentarsi di molto meno, ma persino nel caso dei ricchi era questo il dato di fatto: il fidanzato regalava numerosi gioielli, fra cui anche qualche anello (perché no?)… ma non era di certo l’Anello di Fidanzamento a farla da padrone in questa sfilata di doni.
Anzi: come si legge con molta chiarezza, il regalo più pregiato e più “in vista” era un orologio a catena, che la sposa avrebbe appuntato sul suo abito da sposa.

E l’avrebbe appuntato “di lì a poco”, per la precisione: sì, perché questi regali di fidanzamento non venivano consegnati in occasione del “vuoi sposarmi?”. No: venivano consegnati molto tempo più tardi, nell’imminenza del matrimonio vero e proprio.

3. Le partecipazioni vengono inviate prima del matrimonio

No no no: proprio no!
Oggigiorno, noi moderni facciamo una gran confusione, ma le partecipazioni non erano l’invito al matrimonio, e non venivano spedite prima delle nozze.
Distinguiamo.
L’invito al matrimonio era – appunto – il biglietto con cui si invitava Tizio a prendere parte alla cerimonia nuziale. Veniva inviato a un numero di persone abbastanza ridotto (sicuramente più ridotto rispetto alla media d’oggi, per capirci), e le persone munite di invito facevano esattamente ciò che era chiesto loro: si presentavano al momento stabilito, e prendevano parte alla festa di nozze.
Le partecipazioni erano una cosa completamente diversa: venivano inviate, una decina di giorni dopo il matrimonio, alla quantità di persone più vasta possibile. Non servivano a invitare la gente al matrimonio, ma servivano a parteciparla (cioè, a metterla a parte) del fatto che che il matrimonio era stato celebrato. E basta.

Per dirla di nuovo con la Marchesa Colombi, erano né più né meno

circolari  coll’annuncio  che  il matrimonio ha avuto luogo.
Le partecipazioni dopo le nozze sono di primissima necessità, e si deve essere larghi nel distribuirle anche alle lontane conoscenze. È un riguardo che lo sposo deve a sua moglie, per non esporla  ad  incontrarsi,  essendo  al  suo  braccio,  con  qualche  compagno  di  gioventù  di  lui,  che  la prenda in fallo, o con qualche signora che esiti a salutarla. Tutte le  conoscenze  dello  sposo debbono essere informate.

Casomai qualcuno dovesse imbattersi nella sposa che, sola con un uomo, si abbandona ad atteggiamenti di confidenza intima, tutto il mondo deve sapere che la sposa non è una donnaccia. Quell’uomo è suo marito: la signora agisce così nel suo pieno e totale diritto!

In secondo luogo: le partecipazioni venivano inviate dopo il matrimonio, e non prima, anche per evitare che le nozze diventassero “un caso”… o, peggio ancora, un caso capace di suscitare curiosità morbosa.
Nessuna donna, credo, vorrebbe andare incontro alla sua prima volta sapendo che c’è mezzo mondo che sogghigna pensando “ah! Questa è la prima notte di nozze della signorina! Chissà cosa prova!”.
Per cui: inviti, a pochi intimi, prima del matrimonio; partecipazioni, all’intero globo terracqueo, qualche tempo dopo la celebrazione.

4. Perché il matrimonio venga celebrato, è indispensabile il consenso dei genitori

Questo valeva per i protestanti: Lutero era stato molto chiaro, su questo punto.
La Chiesa Cattolica, invece, era molto più permissiva: già nel 1563, con l’emanazione del Decreto Tametsi, i vescovi riuniti in concilio a Trento sdoganavano i matrimoni “clandestini”, contratti cioè senza l’approvazione delle famiglie.

Tutta quella ritualità che è presente nei matrimoni d’oggi (con la sposa accompagnata all’altare da suo padre e il padre che “consegna” la figlia nelle mani del futuro genero) si sviluppa in realtà in area anglosassone, dove questi gesti avevano effettivamente lo scopo di sottolineare “visivamente”, simbolicamente, il consenso dei genitori.
In ambito cattolico, invece, il consenso dei genitori contava poco o niente, e, di conseguenza, anche la ritualità ne risentiva: gli sposi, ad esempio, entravano in chiesa per i fatti loro.
Nei casi in cui la sposa voleva che fosse il padre ad accompagnarla all’altare (in genere, per sottolineare la continuità dinastica o cose del genere), lo sposo le veniva dietro percorrendo la navata… al braccio di sua suocera.
Che giustamente era rimasta senza accompagnatore (visto che il marito scortava la figlia) e quindi uno chaperon doveva pur rimediarlo da qualche parte!
Ma la cosa moriva lì, per l’appunto: tutti quei gesti tipo “madre dello sposo che accompagna lo sposo all’altare; padre dello sposo che accompagna la sposa all’altare” non hanno mai fatto parte della nostra tradizione.

5. “La sposa era raggiante”

Se oggigiorno la sposa si sente in dovere di sorridere a trentadue denti per tutto il giorno, sennò sembra brutto, una volta sembrava brutto che la sposa non si mostrasse in balia della più nera e agghiacciante disperazione.

Cito ancora una volta la Marchesa Colombi, perché in questo passaggio è davvero esilarante:

Una volta era, se non un obbligo, un’abitudine per la sposa, di sciogliersi in lacrime nell’andare all’altare.
Gli occhi umidi ed accesi, le labbra tumide, il naso rosso come una ciriegia, facevano parte della tenuta di rigore per una sposina ammodo. Lo sposo, se non altro per amore di simmetria, non doveva mostrarsi lieto, in faccia a tanto dolore; si atteggiava al più profondo compianto, dinanzi alla lacrimevole situazione della fanciulla. Il sacerdote, compreso della necessità di mettersi all’unisono, recitava un predicozzo straziante ai due sventurati giovani, e tutte le signore lacrimavano nelle pezzuole ricamate. Se un indiano fosse entrato in una chiesa durante la cerimonia nuziale, al vedere il pubblico, e specialmente la sposa in quello stato di desolazione, l’avrebbe creduta una suttie, da ardere sul rogo del marito estinto.
La prima sposa giovane che fu veduta maritarsi senza piangere, fu la principessa Margherita. […] Ed infatti la cronaca assi cura che quando si sposarono non si presentarono cogli occhi gonfi e col naso rosso. Fin d’allora dunque le lacrime furono messe da banda, a grande soddisfazione degli sposi, che s’accomodavano male di quelle scene in cui facevano la parte di necrofori.

La causa di tutta questa lacrimevole disperazione?
Beh, una forma di riguardo degli sposi verso i genitori: anche nei matrimoni d’amore più felici, era considerata buona norma che i colombelli andassero all’altare con pose da melodramma, come a dire a mamma e papà “oh, quanto mi spiace abbandonarvi e andar via di casa! Vi voglio bene!”.

6. La sposa vestiva di bianco per simboleggiare che era vergine

…ma veramente no, non foss’altro che per una banalissima ragione: anticamente, la purezza sessuale era simboleggiata dal colore azzurro, non dal colore bianco.
Il bianco, semmai, simboleggiava l’assenza di peccato: i neonati – loro sì – venivano condotti al fonte battesimale indossando un vestitino candido. Ma la purezza sessuale non era, e non è mai stata, simboleggiata dal colore bianco: semmai, nei quadri, veniva indicata col colore azzurro.
Il vecchio adagio inglese che invita le spose a indossare, nel giorno del loro matrimonio, something blue (assieme a something old, borrowed e new) trae le sue origini proprio da qui: se una sposa voleva andare all’altare sottolineando la sua verginità, si vestiva di blu. O di azzurro.
Certamente non di bianco.

7. L’abito da sposa è di colore bianco

Mi par di sentirvi: “ma se l’abito bianco non simboleggia la verginità, allora perché la sposa dovrebbe vestirsi di bianco?”.
Eh. Infatti.
In assenza di una valida motivazione, le spose del passato se ne son sempre infischiate del bianco, indossando abiti di tutti i colori dell’arcobaleno.
Le donne che volevano puntare su un’eleganza semplice sceglievano, in genere, un abito nero (il little black dress, evidentemente, andava già di moda). Le donne che volevano dare nell’occhio inserivano qualche accessorio rosso fiammante; le donne ricche, che potevano permettersi un guardaroba più fornito, prediligevano i colori chiari e le tinte pastello. Ma l’abito da sposa candido NON era una tradizione, fino al momento in cui la regina Vittoria non lanciò una nuova moda decidendo di andare all’altare in un inconsueto abito bianco.

Consentitemi un omaggio a Downton Abbey - uno dei miei telefilm preferiti - nel sottolineare il lavoro egregio svolto dai costumisti: ecco qui due spose, di diversa estrazione sociale, indossare abiti decisamente colorati nel giorno del loro matrimonio
Consentitemi un omaggio a Downton Abbey – uno dei miei telefilm preferiti – nel sottolineare il lavoro egregio svolto dai costumisti: ecco qui due spose, di diversa estrazione sociale, indossare abiti decisamente colorati nel giorno del loro matrimonio

Peraltro: le nuove mode – si sa – possono riscuotere consensi, ma anche critiche.
Mentre la consuetudine dell’abito bianco si imponeva rapidamente in certa aristocrazia, molti “conservatori” storcevano il naso, di fronte a quella che consideravano una moda sciocca e pacchiana. Investire in un abito di colore bianco equivaleva a buttare i soldi dalla finestra: una gonna bianca ti si rovina con un niente, è difficile da riparare, e comunque è roba da ragazzina, poco adatta ad essere riutilizzata nella vita quotidiana di una donna adulta.
Per dire: ricordo un passo di L’età dell’innocenza di Edith Warthon in cui si lancia una stoccatina alle spose di bianco vestite, accusate di aver scelto il colore chiaro solo e unicamente per far sfoggio della loro ricchezza (“toh! Io ho tanti soldi, e quindi posso permettermi di sprecarli in un vestito che non userò mai più!”).

(Piccola curiosità: in questo, la mia famiglia è evidentemente vittima di uno strano loop spazio-temporale. Ad eccezione di mia cugina, che, pochi anni fa, ha scelto di indossare il classico abito bianco, tutte le donne della mia famiglia, sia da parte di madre che di padre, sono andate all’altare con abiti colorati. Persino mia madre e le mie zie, in tempi “non sospetti”, hanno bypassato gli abiti bianchi e si sono sposate indossando abiti di altri colori, che hanno poi riutilizzato in diverse altre occasioni. I soloni di metà ‘800 sarebbero fieri di noi).

8. Durante la Messa,gli sposi si scambiavano gli anelli nuziali

Vale lo stesso discorso che valeva per il consenso genitoriale: questo era vero in altre zone del mondo ma non nei paesi a tradizione cattolica, dove l’anello nuziale non veniva scambiato per il semplice fatto che era solamente uno.

Sorpresi?E invece è proprio così: fino alla riforma liturgica del post-concilio, durante i matrimoni cattolici veniva benedetto un anello: uno solo. Citando il Rituale Romanum de Sacramento Matrimonii,

l’anello prescritto per il Rito è unico. È quello che lo sposo mette all’anulare sinistro della sposa.

Ergo, la sposa usciva dalla chiesa indossando un anello nuovo di pacca, mentre lo sposo continuava allegramente ad andare a spasso a mani nude. Un’eco di questa usanza risuona ancora nella ritualità della Chiesa Anglicana (il cui Messale, con buona pace dello scisma, deriva ovviamente da quello cattolico): ancor oggi, i maschi che vanno all’altare hanno la possibilità di scegliere se indossare o no la fede nuziale. Il principe William, ad esempio, aveva creato un po’ di maretta nei media, decidendo di rinunciare alla sua fede nuziale (che, infatti, indossa solo Kate).

Come mai questa distinzione fra sessi?
Citando ancora il rituale romano,

L’anello nuziale è, secondo Tertulliano, l’immagine della fedeltà; ma è anche il Sigillo, dice Clemente di Alessandria, che significa la dignità della sposa cristiana, regina e padrona del focolare. Ella ha il diritto di sigillare cioè di disporre di tutte le proprietà quanto suo marito. Per questa dignità la Chiesa benedice solo l’anello della sposa: annulum hunc, dice il Rituale.

Man mano che passa il tempo, diventano sempre più pressanti le richieste dei fidanzati cattolici: i mariti vorrebbero indossare anche loro un anello nuziale; perché non permetterglielo?
Su esplicita richiesta dei sacerdoti, la Chiesa Cattolica alla fine lo permette, ma a una condizione: l’anello del marito non dev’essere benedetto. La vera fede nuziale benedetta dalla Chiesa, è solo una, ed è quella della sposa; quanto allo sposo, se proprio vuole un anello en pandant,

si metta da sé l’anello non benedetto. Se questi lo dovesse porre sul piatto [predisposto per la benedizione] con quello della sposa, non per questo bisogna mettere al plurale le parole annulun hunc. Lo sposo dovrà riprendersi il suo anello solo dopo di aver messo l’altro al dito della sposa.

9. Dopo la Messa, c’è una grande festa con parenti e amici

A parte il fatto che dovremmo intenderci sul significato di “grande festa”: il pranzone di nozze nel ristorantone cool è un’invenzione dei tempi moderni.
Ma a parte quello, qui entra in gioco un discorso di tempistiche: una volta, il matrimonio non si festeggiava dopo la Messa!

Una volta, a ben vedere, non esisteva il un matrimonio solo.
Nel periodo di tempo che stiamo prendendo in esame, non esistendo (almeno in Italia) il matrimonio concordatario, ci si sposava due volte: una volta in comune, per il matrimonio civile, e una seconda volta in chiesa, per il matrimonio sacramentale.

Essendo – ovviamente – reputata più importante la celebrazione del matrimonio in chiesa, gli sposi tendevano a “liberarsi” il prima possibile dalle impellenze burocratiche. Ovverosia: andavano in municipio di prima mattina (vestiti normalmente: la sposa in abito da viaggio, lo sposo in completo da lavoro). Mettevano le firme, venivano dichiarati marito e moglie, e tornavano alla casa di lui, ove trovavano ad aspettarli tutti gli invitati al matrimonio. Seguiva ricca “colazione di nozze” (ai nostri giorni, sarebbe una specie di brunch); dopodiché la sposa si cambiava d’abito, e tutti quanti, dopo aver festeggiato assieme, andavano in chiesa per la cerimonia religiosa. (Che non necessariamente veniva inserita all’interno di una Messa – dunque, non vi stupisca l’idea di gente che va a sposarsi, a inizio secolo, senza essere a digiuno: molto banalmente, non faceva la comunione).

Qualora i due matrimonii non si svolgessero lo stesso giorno (es. matrimonio civile nel pomeriggio del giorno X; matrimonio religioso alla mattina del giorno dopo), la grande festa continuava comunque ad essere legata alla celebrazione del matrimonio civile. Dopo il matrimonio in chiesa si festeggiava, sì, ma in maniera molto discreta, e con un numero di invitati molto ridotto rispetto a quelli invitati alla festa del giorno prima.
Talmente tanta era l’importanza attribuita al matrimonio religioso che si tentava di non aggiungere ulteriori distrazioni alla sacralità di quel momento…  tantopiù che c’era sempre la possibilità di festeggiare in pompa magna in occasione dell’altro matrimonio!

10 Il viaggio di nozze è una consuetudine bella e desiderabile

Io vi dico solo questo: il viaggio di nozze, di solito, si faceva con la suocera.
Anzi, peggio ancora, con le suocere al plurale: il viaggio di nozze nasce tra le famiglie aristocratiche dell’800, a mo’ di tour post-matrimoniale volto a presentare i parenti acquisiti a tutti i membri della famiglia.
In particolar modo, a tutti quei parenti che abitavano lontano, e che (ovviamente, non essendoci ancora i Frecciarossa e Ryanair) non avevano viaggiato per chilometri e chilometri al solo scopo di assistere a una Messa nuziale.
No, era molto più comoda per tutti la soluzione inversa: dopo il matrimonio, i due colombelli sarebbero saliti sul primo treno a disposizione, per cominciare un lungo tour che li avrebbe portati in visita nelle case di tutti i loro parenti più lontani.
‘no spasso, insomma; uno spasso che diventa ancor più spassoso se calcolate che, in molti casi, gli sposi non viaggiavano da soli, ma erano accompagnati – per l’appunto – dalle loro famiglie d’origine.

Verso la fine del secolo, questa mesta usanza aveva già cambiato forma: gli sposi, talvolta, decidevano di partire per una “luna di miele”… che includeva però destinazioni turistiche, e non la casa della vecchia prozia Abelarda.
Insomma, nasceva il viaggio di nozze così come lo intendiamo oggi… sennonché questa pratica era invisa alla maggior parte della popolazione.
Gli esperti di etichetta rabbrividivano scandalizzati: come osservava nel 1907 la marchesa Plattis – Maiocchi,

Il viaggio di nozze è assurdo, inopportuno, barbaro. I più cari e tumultuosi ricordi vengono dispersi nelle volgarità degli hotels e delle pensioni!

I moralisti erano ancora più espliciti: ma è mai possibile che l’iniziazione sessuale di una povera donna debba avvenire in una stanza d’hotel, praticamente sotto gli occhi di tutti? I novelli sposi hanno bisogno di intimità, di privacy: che è, questa nuova moda di farli partire per un viaggio di nozze, in cui sarà palese a tutti – ivi compresi valletti d’albergo e incolpevoli viaggiatori – che quei due lì sono due piccioncini nei loro primi giorni d’amore? Ma che imbarazzo, ma che mancanza di contegno!
I medici, dal canto loro, si univano al coro con argomentazioni ancor più inquietanti: per una giovane sposa, che in teoria potrebbe rimanere incinta da un momento all’altro, è di fondamentale importanza poter godere di riposo e quiete. Altro che traversate oceaniche e viaggi da turista! Queste pratiche deplorevoli potrebbero nuocere gravemente alla salute della donna, e – Dio non voglia – anche a quella del bambino, che, per quanto ne sappiamo, potrebbe già essere nel suo grembo.

 ***

‘nsomma, noi ci diamo tanto da fare per organizzare un matrimonio comme il faut, da tradizione… ma i nostri trisnonni probabilmente inorridirebbero, di fronte al più classico dei matrimoni d’oggi.
Probabilmente applaudirebbero invece, e con entusiasmo, di fronte a quello che noi moderni consideriamo un matrimonio non convenzionale.
Ah: i corsi e i ricorsi (e gli scherzi adorabili) della Storia!

[Pillole di Storia] Per una lettura cattolica del pianto notturno del neonato

Il De vita sua di Gilberto di Nogent è un’opera su cui varrebbe la pena di tornare anche in futuro, perché costituisce un raro (e piacevolissimo) esempio di autobiografia… di monaco medievale.
Gilberto nasce nel 1055 in una famiglia della piccola nobiltà francese, e nel venire alla luce per poco non manda al Creatore se stesso e la madre, avendo avuto la bella pensata di vedere cosa succede se provi a percorrere il canale del parto non di testa, non di piedi, ma bensì di schiena.
(Lo considero invero un interrogativo di grande interesse, tant’è che, a suo tempo, anch’io avevo deciso di tentare lo stesso esperimento. È finita con me che, come primissima azione della mia vita, prendevo violentemente a calci il ginecologo – facendogli pure male, riporta sconcertato il ginecologo! – reo di avermi fatto nascere attraverso taglio cesareo, impedendomi così di realizzare l’esperimento che con tanta cura avevo progettato per nove mesi. Umpf).

A differenza della sottoscritta, a cui la scienza medica moderna ha disgraziatamente tarpato le ali, il piccolo Gilberto riesce a compiere il suo esperimento… e ne deduce che farsi partorire di schiena è veramente una pessima idea. Tuttavia, scopre altresì che talvolta si sopravvive lo stesso, soprattutto se la partoriente si affida alla Madonna e Lei decide di compiere il miracolo.
A mo’ di ex voto, la mamma di Gilberto consacra suo figlio alla Vergine Maria, promettendo che, una volta fattosi adulto, il bambino diventerà monaco. E così è: Gilberto, in effetti, seguirà il cammino di Benedetto, e a un certo punto diventerà anche abate di una piccola abbazia a Nogent, in Piccardia.

In questo post, però, non ho intenzione di parlare di Gilberto, bensì di sua mamma, una donna bellissima, forte, intelligente, ferma nelle sue decisioni, che aveva avuto la disgrazia – o forse la fortuna – di rimanere vedova dopo pochi anni di matrimonio.
Dico “fortuna” perché di certi uomini è bene liberarsi in fretta, e il padre di Gilberto non era propriamente un gran campione di virtù. Proprio per questo è molto interessante notare il modo in cui si sviluppa – in vita e dopo la morte – il rapporto fra la donna e suo marito: un individuo violento, infedele (anzi: proprio donnaiolo incallito), e vizioso in tutti in sensi.

Un bel dì, la madre di Gilberto, ormai vedova, si assopisce dopo la recita del mattutino, ed ecco che la volontà divina la rende oggetto di una singolare grazia: la donna si trova infatti a visitare il Purgatorio, incontrando le anime di molti suoi conoscenti che ivi scontano le loro pene.
Le appare, fra i tanti, anche il defunto marito, che le si presenta come una specie di zombie, con un corpo che per metà è normale e per l’altra metà è “completamente sfregiato da innumerevoli ferite, tali che alla loro vista chiunque sarebbe preso da orrore e da una commozione viscerale”. Non solo: questa anima purgante è costantemente accompagnata da un gemito acuto, insistente, squillante, simile al pianto di un bambino.
La moglie fissa il marito e fa qualche domanda sulle linee di “ma che è ‘sto schifo?” – al che il marito le risponde (con toni di assai scarso rincrescimento, debbo aggiungere!) che quella è la pena che è costretto a scontare per aver abbandonato suo figlio neonato.

No, non il monaco Gilberto, un altro: un figlioletto nato da un rapporto occasionale che il brav’uomo aveva avuto con una fra le sue tante amanti. Dopo un po’ di tempo dal fattaccio, la donna s’era scoperta incinta, aveva chiesto aiuto al padre del bambino… e il padre del bambino aveva bellamente fatto spallucce. Col risultato che il bambino, nato negli stenti, era morto poco dopo il parto e senza nemmeno esser stato battezzato: colpa gravissima, questa, che ricadeva tutta sulle spalle dell’adultero insensibile.

Lo smembramento del fianco, quindi, rappresentava la rottura della fedeltà coniugale; le urla di quella voce insopportabile, invece, erano la dannazione del bambino procreato nel male.

Come reagire di fronte a tale scoperta sul passato di tuo marito?
Molte di noi probabilmente direbbero “ben ti sta” e tornerebbero serenamente alle loro occupazioni di vedova – ma la madre di Gilberto era invero una santa donna, e decide di dover fare qualcosa per alleviare le pene del defunto coniuge.
Messe, elemosine e preghiere per i defunti sono preziosissime ma sono come una goccia nell’oceano, spiega (…con una notevole faccia tosta, debbo aggiungere!) l’anima del marito. Servirebbe qualcosa di più, una qualche offerta più incisiva…

…e così, la povera donna (cornuta e mazziata, ma non importa, perché un vero matrimonio cristiano sopporta anche queste quisquilie) comincia ad arrovellarsi sull’annosa questione: come riparare i misfatti di un’anima purgante il cui più grande peccato è stato quello di aver abbandonato il figlio neonato, se il figlio neonato è morto?
Agendo per analogia, la pia donna decide di espiare le colpe per conto terzi prendendosi cura di un altro neonatino abbandonato. Uno a caso, per compensare il male commesso con una buona azione totalmente simmetrica: e così, la vedova fedele decide di accogliere in casa sua un bambino di pochi mesi, rimasto privo dei genitori.

E qui inizia, signori che mi leggete, la parte più straziante del racconto.
Perché io non ho figli, ma non serve aver passato centinaia di notti in bianco per riuscire ad empatizzare con il dramma di questa povera donna: un dramma testualmente descritto con tali parole in un manoscritto medievale del primo XII secolo.

Il diavolo era invidioso della pia intenzione e della non meno religiosa azione, e, mentre di giorno il bimbetto stava tranquillo, passando il tempo a giocare o a dormire, torturava però tutte le notti mia madre e le serve con vagiti e clamori talmente alti che a nessuno era consentito dormire.
Ho saputo con sicurezza da mia madre che le nutrici erano colmate di premi affinché tutte le notti non smettessero di agitare il sonaglietto davanti al viso di quel povero bambino, stranito non a causa della sua natura, ma a causa di un istigatore nascosto. Tuttavia, a nulla valse l’astuzia femminile per scacciare colui che tormentava il neonato.
La pia donna era afflitta da un immenso dolore, poiché, tra tutti quegli stridori, non c’era niente che valesse a calmare le tormentate ore notturne – e nemmeno una persona con la testa vessata e stanca sarebbe riuscita a abbandonarsi al sonno, quando sopraggiungeva il nemico ad aizzare tutto il furore del bambino, stimolato dall’esterno.
Mia mamma dunque trascorreva le notti insonne: tuttavia, mai fu trovata impreparata agli offici divini che si tengono di notte, […] né scacciò mai il bambino dalla sua casa né si mostrò meno premurosa nei suoi confronti. Anzi, decise di subire serenamente qualsiasi discordanza nascesse, qualsiasi sofferenza il diavolo le imponesse, non dubitando di contribuire così alla purgazione del suo sposo.

E ditemi voi se questo quadretto di maternità medievale non è deliziosamente attuale e deliziosamente consolante.
Lasciamo perdere il marito fedifrago e indirettamente omicida, e la sua moglie fedele anche dopo la morte, che, nonostante tutto, desidera salvare l’anima del suo sposo.
Lasciamo perdere quello, e concentriamoci invece sul neonato inconsolabile che, invece di piangere come un ossesso perché ha le coliche notturne, tiene sveglio tutto il castello perché è posseduto dal demonio. Perché il demonio è spaventato dal bene che fiorisce in una famigliola che cresce un figlio e cerca in tutti i modi di sfiancare la madre, scardinando le sue certezze e mettendo in crisi tutti i suoi buoni propositi.

Sì, insomma! Amica (o amico) che mi leggi: hai gli occhi lucidi per il sonno e la disperazione, dopo che il tuo pupetto adorato ha pianto per tutta la notte per l’ennesima notte consecutiva, e ti vien da singhiozzare e domandarti “ma cos’ho fatto di male per meritare tutto questo??”.
Non hai fatto niente di male: anzi, a quanto dice il teologo medievale, stai facendo molto bene. Così bene che il demonio ce l’ha con te, e cerca in tutti i modi di deprimerti e sfiancarti.
Ma non temere: da qualche parte c’è scritto che non prevalebunt! E prima o poi anche ‘sto benedetto bambino riuscirà a farsi una notte di sonno tutta filata. Il Male non prevarrà: è parola di Dio!!

(“Beh”, commentava una mia amica mommy-blogger, quando l’ho messa a parte di questa lettura teologica delle notti in bianco: “è migliore di molte altre spiegazioni in cui ho avuto la ventura di imbattermi. Spiega anche le coliche, credo, e la temuta Varicella Il Giorno Prima Di Partire Per Le Vacanze”.
“E anche il perché i bimbi facciano immancabilmente la cacca mentre mamma e papà stanno cenando!”, commentava un’altra mamma che mi legge, a sua volta colpita da questa incontestabile ermeneutica).

[Pillole di Storia] Il matrimonio, ca. 1200 A.D.

“Feudo”: dal latino medievale feudum, di etimologia incerta, deriva probabilmente da una voce di origine germanica avente come significato quello di “ricchezza”, “bene”. Noi – che abbiamo un’idea un po’ distorta di “feudalesimo”, frutto delle semplificazioni che, per forza di cose, ci vengon proposte sui banchi di scuola – tendiamo generalmente a intendere il feudo medievale come un pezzo di terreno che il Grande Capo assegna al suo Vassallo. In realtà, un “feudo” poteva esser qualsiasi cosa: si poteva concedere in feudo una qualsiasi fonte di ricchezza (ad esempio una decima, o un pedaggio). Teoricamente si sarebbe potuto concedere in feudo letteralmente qualunque cosa… sennonché, nel Medio Evo, l’opzione “pezzo di terra” sembrava quella più conveniente. Ma il “feudo”, giuridicamente, (e anche un po’ riduttivamente: ma siam su pur sempre su un blog) era qualsiasi ricchezza che il signore concedeva al vassallo. Ricchezza di cui il signore manteneva comunque il pieno possesso, anche se poi, a livello pratico, il vassallo aveva tutte le ragioni del mondo per considerare il feudo “roba sua”, affidata alle sue cure in modo vitalizio (salvo gravi colpe).

Faccio un esempio, per spiegarmi.

Provate a pensare – che ne so – a una vecchia nonna che è stata amante della bella vita, e che decide di affidarvi quel suo splendido collier di diamanti per cui sbavavate fin da quando eravate piccole. “Tientelo finché vuoi, mia cara”, dice affettuosamente la dolce vecchierella. Tecnicamente non te l’ha regalato, il collier resta comunque suo, e si presume che tu (glielo) custodisca con cura, senza rovinarlo o darlo via. Ma di fatto, sapete entrambe che la nonnetta in sedia a rotelle non verrà mai a chiederti indietro quei gioielli che ha deciso di mettere a tua disposizione.
Il collier di diamanti, di fatto, non è tuo; però, materialmente, è come se lo fosse (o quasi).

L’esempio è banale, parziale, e riduttivo… ma forse aiuta a capire qual era il rapporto fra vassallo, signore e feudo, in alcuni secoli del Medio Evo.

Ecco: secondo me, bisognava aver chiara questa premessa, per poter capire appieno le parole di Adamo di Perseigne.
Dapprima maestro dei novizi del monastero di Pontigny, nel 1188 diventa abate del monastero cistercense di Perseigne, da cui appunto prenderà il “cognome”. Teologo, intellettuale, predicatore della crociata, Adamo era – fra le altre cose – la guida spirituale di tante ragazze di buona famiglia. Ragazze nobili, ragazze ricche: ragazze destinate al matrimonio, di conseguenza.
Adamo si rivolgeva proprio ad una di loro – alla contessa del Perche, nello specifico – mentre metteva per iscritto una delle più sorprendenti ed incantevoli definizioni di “matrimonio” che, a mio parere, siano mai state vergate da una penna medievale.

Che cos’è il matrimonio?, chiede Adamo di Perseigne alla sua figlia spirituale.
Il matrimonio è un feudo: nulla di meno.
Il matrimonio è un feudo con cui il Re dei re concede ad un suo amico il dono incredibile, meraviglioso, di poter considerare sua, per tutto il resto della sua vita, quella donna che diverrà sua sposa. Quella donna che Dio ha creato e che ama con tutto il cuore; quella donna che gli “appartiene” (perché ovviamente noi siamo di Cristo; di nessun altro, se non di Cristo)… ma che Lui ha deciso, nella sua sapienza, di affidare per tutta la sua vita alle cure amorevoli di un certo uomo.

E badate: ho detto “affidare”, non “donare”.

Il feudo non è un pezzo di terra che il signore dona al vassallo, dopodiché se ne lava le mani: questo terreno non è più mio, me ne disinteresso, facci quello che vuoi, e non venirmi a rompere le scatole.
Il feudo è un bene che il signore affida al vassallo, pur restandone comunque il pieno proprietario. È un affido, è una custodia; è un modo per dire: io ti affido questo bene e te lo concedo finché vivrai – perché ti conosco e perché ti stimo, e ti considero la persona più adatta e più fidata per prendersi cura, giorno dopo giorno, di questo mio bene così prezioso.

…e se Dio potesse parlare a un futuro sposo, non gli direbbe forse la stessa cosa?
Non gli direbbe, forse, che sta per affidargli (non per “dargli” o “fare sua”: per “affidargli”, che è diverso) una delle cose più preziose e care che esistono per Lui al mondo? Non gli direbbe forse, (e non direbbe forse alla sposa, a parti inverse), “amico, amica: io sto per mettere nelle vostre mani una delle cose più belle e più preziose che esistano su tutto il mondo. Io sto per affidare a te, marito (e sto per affidare a te, sposa) una terr una persona che ho creato e che mi sta a cuore, e che ho guardato crescere giorno dopo giorno, e che amo con dolcezza. Io la affido a te, marito (e io lo affido a te, moglie) perché so che ne avrai cura: e la custodirai, e la proteggerai, e la aiuterai a dare frutto, con quelle stesse identiche attenzioni che ho anche io nei suoi confronti”.

Non è forse questo, se ci pensate, un matrimonio?
Non è forse questo, il biglietto di felicitazioni che Dio potrebbe aver voglia di indirizzare a due sposini?
“Amalo. Proteggilo. Custodiscilo con lealtà, e trattamelo bene: te lo affido con grande gioia… perché so che non mi deluderai”.

Il matrimonio come un rapporto feudale. Il coniuge come un dono (anzi: un affido) che viene dall’alto; come un tesoro prezioso da custodire con meraviglia e amore… anche perché non è una cosa tua di diritto, a cui potresti anche abituarti: è un dono immenso e meraviglioso che ti è stato fatto dal tuo Signore; e di cui, un giorno o l’altro, dovrai anche rendere conto.

Davvero: a voi non sembra una definizione di “matrimonio” sorprendentemente meravigliosa?
Così moderna per il messaggio che vuol passare… e al tempo stesso così buffamente medievale, per il termine di paragone che non può non strapparci un sorriso.
Per quanto mi riguarda, io la trovo stranissima, originale, profondissima, e significativa. È una di quelle riflessioni che riescono ancora a meravigliarti e a farti pensare, nonostante arrivino a te da un passato lontanissimo che sembrava disperso nella notte dei secoli.

Dedicato a due ragazzi a cui il Re dei re sta per affidare un feudo