Come si faceva, quando non esisteva il latte in polvere per neonati?

Per chi si fosse perso la notizia d’oltreoceano, uno dei bei regali offertici dalla pandemia, con conseguente rallentamento della catena produttiva, è una fantastica carestia di latte in polvere per neonati, che da alcune settimane è razionato e introvabile in molte zone degli Stati Uniti. Seguo blogger con figli piccoli che descrivono scenari veramente degni del Medioevo, tipo puerpere che si sentono chiedere dai vicini di casa se sono disposte a vendere loro un po’ del loro latte, “posso pagare bene!”.

Per chi si fosse perso la notizia collaterale: poiché il problema ha rapidamente assunto dimensioni politiche, v’è chi in nome della politica nega che vi sia un problema e minimizza al grido di “e che vuoi che sia? L’umanità è sempre andata avanti senza latte in polvere e nessuno s’è mai lamentato!”.
Corollario alla notizia collaterale: un po’ per questioni ideologiche, un po’ per genuina curiosità da parte del grande pubblico, gli storici statunitensi che fanno divulgazione hanno passato l’ultima settimana a rispondere incessantemente a domande tipo: “ma in effetti, come si faceva quando non esisteva il latte in polvere?”.

In Europa, incrociando le dita, il tema è molto meno scottante che negli USA, ma penso che mi lascerò ispirare dal dibattito. In effetti, è una bella domanda: come si faceva quando non esisteva il latte in polvere e la madre non riusciva proprio ad allattare? Ad esempio, per parlare dei “miei” tempi: come si gestiva il problema, nel Medioevo?

***

Nel Medioevo, se ti trovavi con un neonato da sfamare e non eri nelle condizioni di allattarlo personalmente, la prima cosa che facevi era probabilmente un voto a qualche santo, perché la situazione non era per niente rosea. L’impossibilità di nutrirsi al seno materno era una delle prime cause di mortalità neonatale – non tanto e non solo perché i bambini morissero materialmente di consunzione, ma perché capitava spesso che le famiglie, ridotte alla disperazione, cercassero di sfamare i bambini con cibi drammaticamente inadatti. In molti casi, quando la madre perdeva il latte dopo qualche settimana o mese di allattamento, si tentava la strada dello svezzamento precoce dando al bambino delle pappine di acqua e farina: se il pargolo era già in grado di sopportare quella dieta, la cosa poteva anche funzionare, ma se era ancora decisamente troppo piccolo per poter essere svezzato anzitempo, le conseguenze di quell’imprudenza erano drammaticamente prevedibili.

Certo, esistevano le balie.
Ma, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, mandare a balia il proprio bambino era una decisione decisamente controversa, spesso criticata dalle autorità sanitarie e religiose (!). Medici e sacerdoti erano perlopiù concordi nel dire che solamente una madre degenere manda a balia i propri figli, col rischio concreto di condannarli a morte certa: una madre veramente amorevole non sarebbe mai arrivata al punto di dover ricorrere a quella soluzione.
E, per amor di onestà, dobbiamo ammettere che i loro brontolii avevano una certa base di verità.

Nel Medioevo, nessun uomo sano di mente avrebbe criticato il ricorso al baliatico sulla base di affermazioni tipo “i bambini hanno bisogno della loro mamma” o “allattare è bello perché aiuta a fare bonding”. Al contrario: nell’aristocrazia, la nutrice privata a domicilio era una presenza fissa dell’entourage domestico; era rarissimo che una nobildonna decidesse di allattare i propri figli, preferendo invece una rapida ripresa che le permettesse di tornare presto ai suoi doveri pubblici (e soprattutto a quelli privati, tipo la possibilità di cercare immediatamente una nuova gravidanza).

Il problema è che, nel Medioevo, erano ben poche le famiglie che potevano permettersi una nutrice privata a domicilio come presenza fissa dell’entourage domestico. Questa figura professionale aveva un costo dannatamente alto: non solo occorreva pagarle lo stipendio, ma bisognava anche fornirle una sistemazione confortevole nella propria casa, provvedendo al cibo e a tutti i suoi bisogni. E se, per disgrazia, il figlio della nutrice aveva l’ardire di essere ancora vivo invece di aver optato per una discreta morte neonatale, va da sé che occorreva fare spazio in casa anche per lui – a meno che la madre non decidesse di darlo a sua volta a balia pur di aggiudicarsi quel lavoro prestigioso (ad esempio, nutrire il figlio del re!), cosa che capitava con una certa frequenza tra chi lavorava per famiglie d’alto livello.

Dalla descrizione che ho appena fatto, credo risulterà evidente che nutrici di questo tipo erano figure professionali che prestavano servizio solo ed esclusivamente nei palazzi nobiliari. Dovremmo immaginarle come una figura simile a quella della dama di compagnia: le famiglie appartenenti al ceto medio e medio-basso, semplicemente, non erano nelle condizioni di potersi permettere questo lusso.

Certo: le città pullulavano di donne povere piene di bambini, che offrivano di buon grado i loro servizi di baliatico per raggranellare qualche soldo in più. Il problema è che la consuetudine dell’epoca prevedeva che i bambini mandati a balia fossero letteralmente mandati nella casa della balia: cioè vivevano con lei ventiquattr’ore su ventiquattro, per permettere alla brava donna di allattarli su richiesta. Naturalmente, i genitori avevano il diritto di visitarli a loro piacimento e di trascorrere con loro tutto il tempo che volevano, ma (per capirci) il neonatino traslocava a casa della sua nutrice. Era, in fin dei conti, la soluzione più comoda per tutti, e del resto non tutti avevano la fortuna di trovare una balia che abitava alla porta affianco: in molti casi, era necessario fare un bel po’ di strada per arrivare all’abitazione della donna. Non esattamente una prospettiva desiderabile, se è inverno, fuori piove, sono le tre di notte e tuo figlio piange come un ossesso perché è arrivata l’ora della poppata.

Pur essendo la scelta più ragionevole, abbandonare al suo destino un neonato di pochi giorni mandandolo a vivere nella casa di una sconosciuta era, comprensibilmente, una prospettiva non propriamente tranquillizzante. Nell’immaginario collettivo, si agitava lo spauracchio della balia cattiva che si disinteressa del neonato finito nelle sue grinfie: c’era il diffuso timore che queste donne dessero la precedenza ai loro pargoli, attaccando al seno il figlio d’altri solo quando il loro s’era già saziato, condannando il concorrente a un ben misero pasto.

In realtà, frequentemente, succedeva l’esatto opposto (si tendeva a dare la priorità al figlio di quelli che pagavano lo stipendio e che potevano denunciarti per omicidio se qualcosa andava storto), ma questo ovviamente non impediva che di tanto in tanto capitasse la disgrazia: in un’epoca in cui la mortalità infantile era molto alta, era statisticamente inevitabile che morisse anche qualche bambino dato a balia.
E, comprensibilmente, il solo pensiero bastava a terrorizzare orde di genitori, i quali si arrovellavano anche su questioni tipo: che stile di vita potrà mai condurre una donna così povera da darsi al baliatico? La sua abitazione sarà un ambiente salubre e pulito? Se il bambino dovesse stare male, siamo sicuri che la balia avrebbe la prontezza di notare i sintomi e allertare immediatamente il medico? Chi si occuperà di lui, quotidianamente: un adulto coscienzioso o un bambino pasticcione? E l’uomo di casa è una brava persona, oppure è un ubriacone che in preda alla rabbia picchia i neonati che non dormono?

Sia ben chiaro: il baliatico esisteva, ed era anche molto diffuso visto in assenza di soluzioni migliori. Ma mandare a balia il proprio figlio non era una scelta indolore, tantopiù che la medicina dell’epoca riteneva che, dall’allattamento, il bambino traesse molto più che un semplice nutrimento. Si pensava che il latte materno fosse in qualche modo capace di trasmettere all’infante anche le virtù, l’inclinazione e il temperamento della donna: era, per così dire, un nutrimento (anche) spirituale – convinzione che nessun uomo dell’epoca avrebbe messo in dubbio.

Conseguentemente, quei pochi che erano in condizioni tali da poter essere schizzinosi nella scelta di una nutrice erano soliti valutare le candidate anche sotto il profilo etico e intellettuale: nessuno voleva che il proprio pargolo si nutrisse da una donna di abissale ignoranza, o peggio ancora irreligiosa. Insomma: trovare la balia perfetta era davvero una missione tale da far tremare le vene e i polsi!

Il latte di origine animale?
Si utilizzava, auspicabilmente per brevi periodi, solo in circostanze di vera disperazione (tipo quando non esisteva nel raggio di chilometri una singola donna disposta ad allattare il pargolo, nemmeno una tantum per salvargli la vita, e il latte animale diventava davvero l’unica speranza di sopravvivenza).
In quel caso, si utilizzavano alla bisogna dei piccoli biberon creati a partire da un corno di mucca, sulla punta del quale veniva fatto un buchino che fungeva da tettarella.

In un modo o nell’alto, si cercava di fare quel che si poteva per tenere in vita il pargoletto, ma la missione era tutto fuorché scontata. E in un’epoca in cui capitava di frequente che le madri morissero di parto (per non citare tutti quei problemi di salute che ancor oggi non permettono di portare avanti l’allattamento), il problema di come alimentare un neonato dalla pancia vuota è anche molto più frequente di quanto immagineremmo!

La cuisine maigre, Pieter van der Heyden, (1530?-1576?)

Per approfondire, un buon testo è Vivere nel Medioevo. Donne, uomini e soprattutto bambini a firma della compianta Chiara Frugoni; ma chi davvero volesse approfondire il tema farà meglio a dare una scorsa alla ricchissima bibliografia fornita da Carla Cevasco nel tweet che linkavo sopra (apritelo in una finestra a parte per leggere l’intera discussione)

8 risposte a "Come si faceva, quando non esisteva il latte in polvere per neonati?"

  1. Elena

    Qualche anno fa ho visto in TV una piccola serie inglese che parlava di quanto fosse pericolosa la vita delle persone in epoca vittoriana: una puntata era dedicata per esempio ai trattamenti cosmetici, una ai dispositivi tecnologici per la vita domestica e una era dedicata ai bambini mi pare. Si parlava appunto dei nuovi ritrovati per nutrire i neonati, i medici avevano messo a punto il latte artificiale che di fatto non era altro che acqua e farina, oltre all’invenzione dei biberon prima realizzati in budello di animale poi in vetro e budello. In pratica la somma delle cose aveva provocato l’innalzamento della mortalità infantile sia per malnutrizione dovuta alla “formula” sia a causa di infezioni batteriche dovute all’utilizzo di dispositivi impossibili da pulire in maniera adeguata…
    Mi ha colpito molto il passaggio in cui parli del latte materno come nutrimento “materiale e spirituale”, con i dovuti aggiustamenti è un po’ la filosofia attuale che ritiene l’allattamento come uno dei mattoni che contribuiscono alla costruzione sì del rapporto mamma-figlio ma anche della sua personalità in un certo senso (detto male male e molto molto in sintesi).

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    1. Lucia Graziano

      Fra l’altro, io ho l’impressione (ma è solo ed esclusivamente una impressione mia, non ho controllato se trova riscontro storico) che la tendenza a nutrire i bambini con latte di provenienza diversa da un seno materno (vale a dire: latte artificiale quando l’hanno inventato, o latte animale allungato ancor prima) sia una cosa relativamente recente.
      Non ho mai approfondito la questione dell’allattamento nella tarda età moderna, ma ti posso garantire che nel Medioevo si provava orrore e ribrezzo all’idea di nutrire un neonato con qualcosa di diverso dal latte umano: lo facevi solo in condizioni di vera emergenza (o quando il bimbo era già grandicello, cioè lo svezzavi anzitempo). In qualsiasi altra circostanza, mandavi il bambino a balia e tanti saluti.

      E insomma: tra la scarsa igiene dei biberon lavati mali e tra gli intrugli fai da te per sostituire il latte materno con altra roba, penso davvero che la mortalità infantile (per questa causa) sia aumentata parecchio, quando le balie sono passate di moda. A naso, mi sembra davvero uno scenario molto compatibile con quello che descrivi tu.

      Per il latte materno come nutrimento spirituale: bella immagine, eh? 🙂
      Fra l’altro, si pensava che si creasse un legame a doppio senso, tra la donna che allattava e il bambino che prendeva il seno. Nelle agiografie (ma in effetti anche in alcuni romanzi medievali che mettono in scena “bambini prodigiosi”, predestinati fin da piccoli a fare cose grandi) capita spesso che la nutrice sia la prima a percepire in qualche modo la santità (o comunque l’eccezionalità) del bambinello, perché “lo sente” ogni volta che il piccolo si attacca al seno.

      Il bonding e la psicologia in questo caso non c’entrano niente, si pensava che questo avvenisse proprio in virtù delle speciali caratteristiche del latte. Lo stesso capitava anche col sangue: si pensava che bere (e successivamente farsi trasfondere) il sangue di un individuo potesse farti assimilare anche un po’ del suo carattere.

      https://unapennaspuntata.com/2021/06/13/arthur-coga-trasfusione-sangue/

      Insomma, era una questione di chimica più che di psicologia, ai loro occhi. Però comunque sì, una visione molto suggestiva 😉

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  2. Dolcezze

    Aggiungo il mio piccolissimo contributo. Mio padre fu svezzato a neanche 6 mesi con latte di capra diluito e a 9 mesi mangiava pane e formaggio. Vista la buona riuscita, mia nonna, che non aveva latte, provò la stessa dieta con mia zia che ci stava rimanendo secca ( avevano già ordinato al falegname la piccola bara). Come sempre, dipendeva tutto dalla buona costituzione del neonato. Mia suocera racconta che suo fratello fu allattato con latte d’asina diluito, visto che la madre era morta di parto.

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  3. vogliadichiacchiere

    Ma ci saranno una seconda, terza, quarta, ecc puntate?
    Sono curiosa di capire come si è evoluta la faccenda, fino ai giorni d’oggi!

    Mia mamma ha fatto una specie di balia per due bambine, sia con me che con mia sorella (stranamente, mio fratello è stato cresciuto, da non so che mese, col latte in polvere), aveva tanto latte e queste bimbe non potevano assolutamente prendere latte in polvere. Si “tirava” il latte col tiralatte di vetro (tipo un siringone, nei miei ricordi dell’epoca di mia sorella, quando avevo già 8/9 anni) e poi la mamma, che per fortuna di tutti abitava sullo stesso pianerottolo, prendeva il biberon e lo dava a sua figlia . . . era stata operata allo stomaco a pochi giorni!

    Ciao, Fior

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    1. Lucia Graziano

      Dovrei chiedere conferma a mio padre, ma mi pare di ricordare che mia nonna, negli anni ’40, abbia fatto l’opposto, cioè si sia occasionalmente avvalsa dei servizi di una balia che abitava nello stesso paese e che, in questo caso, lavorava a domicilio, cioè due volte al giorno suonava al campanello di mia nonna per allattare in loco il bambino (mi pare che si portasse dietro anche suo figlio e li allattasse contemporaneamente).

      Da come la descriveva mio padre, mi sembra di ricordare che, per mia nonna, fosse stata banalmente una scelta di comodo: lei aveva il latte, e gestiva personalmente tutte le altre poppate, ma delegarne un paio alla balia le permetteva di avere qualche ora libera per riposarsi, occuparsi della casa e così via dicendo. Immagino che all’epoca fosse un piccolo lusso simile a quello di chi si prende un aiuto in casa nei primi mesi dopo il parto 🙂

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  4. Pingback: Che fine facevano i neonati abbandonati nella ruota degli esposti? – Una penna spuntata

  5. Pingback: La lattazione di San Bernardo – Una penna spuntata

  6. Laurie

    Molto interessante, come sempre.
    Diciamo che i nostri antenati medioevali avevano ragione da vendere quando dicevano che il latte materno è il miglior alimento per i neonati: attualmente, in alcuni paesi, il latte di formula può essere acquistato esclusivamente dietro prescrizione medica!
    È chiaro che ci sono dei casi, teoricamente molto rari, in cui la madre non ha produzione di latte ma, nel Medioevo, sicuramente, non si conoscevano i pochissimi casi in cui oggi l’allattamento è assolutamente sconsigliato (per es. assunzione di alcuni farmaci da parte della madre, tossicodipendenza, hiv e veramente poco altro).
    Immagino che i casi di morte della madre o di assenza di latte fossero vere tragedie (con tutti i “rimedi della nonna” deliranti su come farsi venire il latte: dalla birra alla mozzarella!!).
    La produzione di latte è collegata alla domanda: più un bambino (o due nel caso di una nutrice, ma anche di gemellini) ciuccia, più la mamma produce latte! Quindi, a meno che la nutrice non si prendesse cura di un numero spropositato di neonati, in teoria avrebbe potuto avere una produzione di latte sufficiente per tutti.
    In epoca vittoriana sicuramente non c’era la cultura di preparare sterilmente il latte sostitutivo: in alcuni paesi poveri, dove è stato diffuso con l’inganno* il latte in polvere in epoca recente, la dissenteria (!) è stata una causa di morte molto significativa, legata all’acqua con cui si preparava il latte. Inoltre, le formulazioni moderne, per quanto mai pari al latte materno, non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle ottocentesche… (ma la differenza è visibile anche adesso: basta vedere il colore e la consistenza della popò di un neonato allattato o di uno nutrito con latte artificiale).
    *alcune ditte che producono latte artificiale hanno sguinzagliato nei villaggi delle loro figuranti che, vestite da infermiere, hanno decantato i privilegi inesistenti del latte artificiale rispetto a quello materno e hanno consegnato campioni gratuti. Così facendo, le mamme hanno iniziato a dare latte artificiale e hanno inibito la produzione del proprio latte (perché, se il bambino non ciuccia più, non c’è più stimolo alla produzione). A quel punto, le famiglie si sono trovate costrette a comprare il latte di formula (che costa tantissimo) senza che nessuno spiegasse bene che dev’essere preparato in modo sterile (per es. acqua e recipienti bolliti) e che le proporzioni (tot polvere per tot acqua) devono essere rispettate (spesso per risparmiare, è successo che il latte venisse diluito troppo). Le conseguenze sono state bambini malnutriti, senza anticorpi materni (che avrebbero ricevuto dal latte materno), nutriti con acqua non bollita quindi estremamente fragili.

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