Rita: una santa antica, dalla sconvolgente (ma recentissima) modernità

Santa Rita è probabilmente una delle sante più amate dei nostri giorni (e, oserei dire, anche una delle poche la cui devozione viene testimoniata in giro per la città da segni tangibili nelle mani dei fedeli: chi non ha visto, oggi, orde di pie donne aggirarsi per le vie con le rose benedette in mano?).

Se però guardiamo alle tappe che hanno scandito il culto di questa santa, oggi così popolare, non possiamo che stupirci. Santa Rita muore nel 1457 e viene canonizzata nel maggio del 1900 (curiosamente, assieme all’ultimo santo di cui ho parlato in queste pagine: Jean-Baptiste de La Salle, il mio mèntore da blogger).
Quattrocentocinquant’anni sono un lasso di tempo straordinariamente lungo da far passare, prima di far salire alla gloria degli altari una santa che ancor oggi gode di tale popolarità. Verrebbe da chiedersi cosa diavolo sia successo nel mentre, e perché mai la canonizzazione della monaca casciana sia stata così tardiva.

Una domanda simile se la è posta anche Lucetta Scaraffia, autrice di (più) di un libro dedicato a santa Rita. Nelle librerie potete facilmente trovare il suo La santa degli impossibili, uscito nel 2014 per i tipi di Vita e Pensiero. Io però non l’ho letto: per quanto mi riguarda, mi rifaccio alla prima edizione, stampata nel 1990 da Rosemberg & Sellier (l’unica che sono riuscita a trovare in biblioteca, NdR).

Ebbene: secondo la tesi di Lucetta Scaraffia, il culto di santa Rita ha avuto una diffusione così dirompente ma così tardiva principalmente per il fatto che la monaca casciana s’è trovata, per un po’ di tempo, ad essere… “la santa sbagliata al momento sbagliato”.
E qui mi spiego.

Santa Rita muore in un’epoca in cui, vivaddio, la Chiesa Cattolica stava cominciando a procedere con maggior cautela per quanto riguardava le canonizzazioni. Avrete probabilmente sentito parlare di come il processo di canonizzazione “moderno” nasca alle soglie della Controriforma; prima di allora, era possibile diventare santi per semplice acclamazione popolare. Vale a dire: se tu vivevi da buon cristiano, e morivi da santo, e attorno alla tua figura si sviluppava un culto locale che riusciva a prosperare nel tempo e magari a diffondersi, “i giochi erano fatti” come si suol dire: presto o tardi, il tuo nome sarebbe comparso nel martirologio.
Un metodo di canonizzazione potenzialmente pericolosissimo, che esponeva al rischio (più volte verificatosi) di trovarsi con comunità locali di svirgolati che veneravano gente più eretica che santa.

Santa Rita rientrava dunque nel novero di questi santi equivoci?
No, per carità, poverina: di cose ereticali, lei non ne ha fatte mai.
Di cose strane, però, ne ha fatte a iosa, e questo possiamo ammetterlo serenamente.
Andata in sposa in giovane età a un marito crudele e violento, Rita sopporta a denti stretti per diciott’anni, mettendo al mondo due figli nel mentre.
La buona notizia è che, a un certo punto, riesce a convertire il marito; la brutta notizia è che il marito viene ucciso di lì a poco e la pessima notizia è che i due figli giurano di vendicare col sangue la sua morte. Rita, disperata, arriva a pregare per la morte dei suoi figli (!) pur di evitare che, acciecati dall’odio, i due diano il via a una faida tra clan.
Dio esaudisce le preghiere di santa Rita (non nel senso che fa ravvedere i figli. Nel senso che li ammazza) e la vedova decide a quel punto di entrare in convento.
Il quale convento le fa sapere che, grazie, ma anche no (troppi pericoli e grattacapi, nel mettersi in casa la potente vedova di un morto ammazzato). Occorrerà un miracolo divino per far sì che Rita riesca a varcare quelle mura: nello specifico, le varca in volo (!), in una manifestazione di predilezione celeste così eclatante da zittire ogni timore delle monache.
Da quel momento, ha inizio per Rita una vita carica di misticismo, miracoli e taumaturgia post-mortem, condita di dettagli potenzialmente anche un po’ inquietanti come la spina della corona di Cristo che va a conficcarsi nella fronte della monaca aprendole piaghe sanguinanti.

…onestamente, un quadro un po’ bizzarro, nell’insieme.
La Chiesa ci va molto molto cauta, prima di propagandare come esempio di vita questa singolare madre che prega per la morte dei suoi figli, fa robe strane volando in cielo e si procura piaghe in testa che non son stigmate ma ci si avvicinano. La Controriforma non è il momento giusto per santificarsi a suon di estasi e ferite purulente, soprattutto se sei una donna (e ne sa qualcosa la giovane Lucia la cui penna spuntata seicentesca ha dato il nome a questo blog).
Fino a qualche decennio prima, nessuno avrebbe storto il naso di fronte a manifestazioni di santità così eclatanti, accompagnate da agiografie che facevano di tutto per sottolineare la straordinarietà miracolosa e fantastica dei fatti via via narrati. Ma la Chiesa della Controriforma aveva sviluppato una certa idiosincrasia verso questo tipo di narrazione agiografica: il problema di santa Rita è che è una santa troppo medievale agli occhi troppo moderni del prelati cinquecenteschi.

La santa di Cascia viene beatificata, sì, e ci mancherebbe altro: mica si poteva discriminare una monaca solo perché aveva avuto una vita un po’ demodé. Ma intanto son passati gli anni (siamo già nel 1628 ) e si procede comunque con grande cautela e circospezione. Non a caso, l’agiografia composta per l’occasione (un lungo scritto dell’agostiniano Cavallucci di Foligno) si presenta come un testo un po’ asettico che tende a starsene sul generale e tralascia accuratamente di calcare la mano su tutti gli aspetti eccessivamente miracolistici (… o, semplicemente, bizzarri).

E, per un bel po’, il culto della beata lì si arena. E non sarebbe stato ingeneroso, all’epoca, pensare che la venerazione della casciana fosse destinata a scivolare lentamente nel dimenticatoio. Addirittura, un tentativo di riprendere in mano la questione fallisce miseramente nel 1738, quando gli agostiniani riaprono il processo di canonizzazione ma vengono bloccati di lì a poco dal loro stesso superiore generale, il quale lascia capire che proprio non è cosa.

Eppure, sul finire del secolo XX, Rita è una delle sante più amate al mondo. Quale prodigio miracoloso ha avuto luogo, per ribaltare la situazione da così a così?

In realtà, il prodigio sta in una serie di concause.
Prima: la stesura di una nuova biografia a cura dell’agostiniano Tardi. Siamo nel 1805, i tempi sono cambiati, i pericoli di un eccesso di sensazionalismo nella devozione popolare sembrano ormai molto lontani. E dunque, l’avveduto agiografo – pur confezionando un testo serio e convincente, corredato da un ampio apparato di note di carattere storico e filologico – si sente ormai libero di insistere anche su quei punti di maggiore impatto emotivo che i suoi predecessori avevano tralasciato.
E l’impatto emotivo, infatti, c’è. Ed è così forte da lasciar tramortiti i fedeli: la Rita da Cascia 2.0 così come viene presentata dall’agiografia del Tardi ha tutti (ma proprio tutti tutti) gli elementi adatti per conquistare e il popolino.
E, al tempo stesso, le gerarchie ecclesiastiche.

Le donne ottocentesche scoprono improvvisamente in Rita una compagna di sventure, una sorella, un’alleata: Rita di Cascia è una donna “proprio come noi”, con le sue difficoltà e i suoi fallimenti quotidiani.
Ha vissuto un matrimonio “proprio come il nostro”, fra l’altro consumato nella sua interezza (cosa non scontata, in un’epoca in cui andavano ancora di moda i santi coniugati che avevano scelto l’improbabile strada di un matrimonio virginale).
Come se non bastasse, Rita ha vissuto un matrimonio infelice, con i suoi alti e bassi. Le pie donne ottocentesche vivevano, del resto, in un’epoca in cui i modelli familiari stavano cambiando rapidissimamente. Con il ritorno in auge della famiglia mononucleare, ben poche spose hanno ancora modo di vivere in un grande cascinale affollato di parenti (croce e delizia di ogni giovane sposa… ma pur sempre utile “valvola di sfogo”, nonché aiuto pratico al momento del bisogno). Ormai, un crescente numero di coppie diceva addio alla casa paterna per trasferirsi in un asfittico appartamentino di città, in cui la donna si trovava spesso sola alle prese con una massa di bambini urlanti. E in cui la convivenza col marito poteva davvero farsi pesante, se i rapporti erano tesi.

Ecco: in quest’epoca, le brave donne cattoliche comprendono improvvisamente che non c’è nulla di male nel vivere il proprio matrimonio come fonte di sofferenza, se le circostanze determinavano la triste situazione. “Stai tranquilla”, sembra dire loro santa Rita: “ci sono passata anch’io. Lo so, amica mia, può fare veramente tanto schifo. Ci riempiono la testa con la Sacra Famiglia da prendere a modello, ma non tutte le famiglie sono come quella di Maria e Giuseppe. Però dai, stringi i denti. A un certo punto, a noi, le cose hanno cominciato ad andar meglio”.

Che poi, occielo, “andar meglio” è ‘na parola grossa. Con tutto il rispetto per santa Rita, qualcuno potrebbe anche definirla il simbolo del più grande fallimento educativo della storia dell’agiografia. Una madre che arriva a un grado di disperazione tale da invocare in preghiera la morte dei figli pur di non vederli darsi alla criminalità di stampo mafioso… come dire: secondo me, è ‘na madre che se la sta facendo, qualche seria domanda su se stessa.
Ecco chi è santa Rita: è una donna che presumibilmente sente di aver fallito in quanto di più importante e caro vi era nella sua vita. Eppure, ciò nonostante, si rialza, riprende in mano la sua vita e, facendone un capolavoro, diventa santa.

Le donne ottocentesche non possono non innamorarsi di questa dona così debole, così fallibile, e dunque così vicina a loro. Ma se le vicende terrene di santa Rita infiammano il cuore delle casalinghe, esse vengono accolte con entusiasmo addirittura maggiore dalle alte sfere dei prelati.

A noi moderni vien difficile crederlo: se pensiamo alla data in cui il divorzio è diventato legge in Italia, tendiamo a immaginare l’Ottocento come un’epoca felice in cui nulla metteva in discussione la famiglia tradizionale.
Ecco, no: le cose non stanno esattamente così. Basti pensare che già nel 1901, qui in Italia, era stato presentato alla Camera un progetto di legge per istituire il divorzio, che aveva scatenato l’ira funesta del pontefice e ingenerato una seria mobilitazione dal basso in tutta la Chiesa.
Divorzio a parte, lo spettro di una disgregazione della famiglia tradizionale già aleggiava sull’Occidente. Frequentemente, timori immotivati erano ingenerati da quelli che, col senno di poi, andrebbero catalogati alla voce “cambiamenti di costume”: le prime rivendicazioni del movimento femminista, la crescente occupazione femminile nell’industria, la consuetudine sempre più diffusa di abbandonare la terra natia per andare a vivere in una tentacolare città in cui non esistevano più reti familiari di appoggio e le tentazioni erano dietro l’angolo. Tutto questo faceva trascorrere notti insonni a chi si interrogava sulle conseguenze di questo rapidissimo mutare della società.

Santa Rita, in tutto questo, pareva il modello perfetto da porre all’attenzione dei fedeli.
Santa Rita, in fin dei conti, è la santa che, trovandosi in un matrimonio infelice, non si ribella, non scappa, non corre in convento e non si sottrae ai doveri coniugali (…ma, al tempo stesso, non viene manco ammazzata, il che è già una notevole miglioria rispetto a tante altre sante la cui agiografia iniziava sulle stesse linee).
Santa Rita rimane fedele al marito, persevera, riesce piano piano a cambiarlo, e quando si troverà a vivere la sua sfida più grande (prendere le difese dei figli che vogliono uccidere l’assassino del loro padre, o prendere decisamente le distanze dalla loro follia?) ha la tempra morale che occorre per prendere la decisione più dolorosa.

È molto significativo, io trovo, che Rita da Cascia (quella che in tutti i santini è rappresentata come una monaca sanguinolenta in preda a visioni mistiche) sia diventata, nell’immaginario collettivo, “la santa dei matrimoni in crisi”, quella a cui si rivolge per invocare aiuto quando una coppia rischia di scoppiare. O quella nel cui convento si va a donare l’abito da sposa per permettere ad altre spose di riutilizzarlo.

Il fatto è che la monachella sanguinolenta e mistica stampata sui santini assomiglia molto di più alla beata Rita dei secoli passati (quella che era guardata con tanta tiepidezza ai tempi della Controriforma). E assomiglia ben poco alla Rita 2.0, la santa novecentesca che viene proposta alla venerazione dei fedeli innanzi tutto in quanto moglie (e solo secondariamente in quanto monaca).
“Il processo di canonizzazione ebbe come obiettivo principale quello di aggiustare l’immagine della santa in funzione di questa nuova situazione” scrive, tranchant, Lucetta Scaraffia. Ma già la biografia del Tardi ci aveva messo del suo, ampliando in modo notevole la narrazione dedicata alla vita famigliare di santa Rita e calcando la mano sulle sue sofferenze di sposa.

***

Ho iniziato questo articoletto dicendo che, curiosamente, santa Rita fu canonizzata in contemporanea con un altro santo di cui ho parlato di recente: Jean-Baptiste de La Salle. Vorrei tornare su questo punto, perché, secondo la Scaraffia, si può intravvedere un preciso disegno dietro alla scelta operata dalla Santa Sede.
In uno degli eventi ecclesiastici di massa più sensazionali del periodo post-Unitario (piazza San Pietro era gremita da quarantamila pellegrini; ci furono addirittura dei malori e alcuni malcapitati finirono pestati dalla folla!), Leone XIII elevava alla gloria degli altari due santi amatissimi, opposti e complementari.
Da un lato, l’austero monsieur de La Salle, un santo gentiluomo figlio dell’aristocrazia francese seicentesca; uno che, con non comune preveggenza, aveva tentato di porre rimedio a quello che, a inizio Novecento, stava cominciando ad essere un serio problema sociale. Fornendo un’istruzione (rigidamente cristiana) (e di alto livello) ai figli dei poveri, de La Salle non aveva forse tracciato una strada che anche la società post-unitaria avrebbe potuto seguire, per arginare sul nascere quel grattacapo gruppo della questione operaia?
Santa Rita gli faceva da contraltare, presentandosi ai fedeli come moglie, madre, donna imperfetta e pure sfortunata… ma che nonostante tutto persevera nella sua missione di sposa giungendo infine alla felicità e alla gloria eterna.

La data scelta per la canonizzazione fu altamente simbolica: 1900, un anno “a cifra tonda” che segnava il passaggio tra il vecchio e il nuovo. Col senno di poi, papa Leone ci aveva visto giusto, presagendo che, di lì a poco, il mondo come lo si conosceva sarebbe stato completamente stravolto. E forse ci aveva anche visto giusto nel proporre al mondo queste due figure come esempio dell’impegno perfetto da richiedersi ai fedeli (maschi e femmine) chiamati a vivere le nuove sfide della società.

La questione operaia fu gestita in modo non eccellente (e, direi, non molto lasalliano), ma la Rita amica e sostegno di ogni moglie e madre era una figura, invece, destinata a durare. Sarà che, più scorrevano i decenni, più cresceva il bisogno di avere il proverbiale santo a cui votarsi per salvare matrimoni in crisi?

20 risposte a "Rita: una santa antica, dalla sconvolgente (ma recentissima) modernità"

    1. Lucia

      Secondo me qualcosa tipo “aaaah! Niente drammi, voialtri! Che credete, che non si possa affrontare tutto? Io son pur sempre la santa dei casi impossibili tsk!”

      :-PP

      (O almeno, a me piace pensarlo…)

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  2. zimisce

    Il discorso sul ritorno della famiglia nucleare era anche menzionato in questa conferenza in un festival della storia tenutosi in questi giorni (il tema generale erano i tipi di famiglia, molto in voga oggi).
    A questo proposito, che ne pensi del discorso che fa Barbero dal minuto 45:00 in poi? È vero che la chiesa non era affatto coinvolta nei matrimoni fino al XIII secolo? A me tornava in mente la storia di San Valentino, che sembrerebbe indicare il contrario.

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  3. Claudia

    Per quello che ho studiato io la Chiesa si interessò di matrimoni già da prima, fungendo da mediatore tra le norme di origine romana e le nuove usanze importate dai barbari. In un’ottica cristiana, cercò di mitigare gli effetti negativi sulla donna e sulla prole (Certo da considerarsi con quelli che erano i parametri dell’epoca)

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    1. zimisce

      Lo credo anch’io, ma sarebbe interessante sapere quali fonti storiche lo confermano. Anche riguardo al momento in cui il matrimonio è stat considerato effetivamente un sacramento.

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      1. Lucia

        Ehm… salve!
        Ci sono, eh: reduce da giorni massacranti al lavoro, ma ci sono XD

        Già che ci sono (tanto per restare in tema), quasi quasi dedicherò un post all’argomento, prossimamente, ché ci sono tante cose da dire sul tema!
        Però, tanto per cominciare: sostanzialmente sì, do ragione a Barbero, anche se io ci aggiungerei qualche sfumatura diversa.

        E’ verissimo che, per secoli, il matrimonio non è mai stato concepito come un momento “essenzialmente religioso”. La scena di Game of Thrones che lui descrive è effettivamente ridicola e senza senso (una bella caduta di stile, per gli sceneggiatori).
        Per secoli, il matrimonio è stato un fatto puramente civile, che oltretutto si svolgeva spesso a puntate (si siglava il contratto tra le famiglie nel giorno X, ma gli sposi materialmente andavano a vivere assieme in tutt’altro momento). Secondo me, Barbero, per ragioni retoriche, ha esagerato un po’ sull’aspetto “poi, se in mezzo ai festeggiamenti vuoi anche andare in parrocchia a farti benedire dal prete, nessuno te lo vieta”: ricevere una benedizione dal sacerdote non era certo obbligatorio, ma era comunque una consuetudine diffusa, che la Chiesa stessa incoraggiava.
        Lo si faceva, oserei dire, con lo stesso spirito con cui, oggi, la maggior parte dei cattolici chiamerebbe un amico sacerdote per benedire il suo nuovo locale commerciale nel giorno della sua inaugurazione o la nuova casa in cui ha appena traslocato. E’ un evento importante della tua vita e quindi chiami un sacerdote per una benedizione speciale, ma non è niente di obbligatorio (e, se decidi di non chiamare il sacerdote, non vuol dire comunque che tu sia un cattivo cristiano).

        A seconda delle aree geografiche, c’erano anche usi diversi sul “dove e come” ottenere questa benedizione. In Italia, gli sposi raggiungevano tradizionalmente la loro parrocchia assieme al corteo nuziale, e sul sagrato della chiesa venivano benedetti dal sacerdote. In altre zone d’Europa (ad esempio in Francia), il sacerdote partecipava in prima persona alla festa ed era l’ultimo a ritirarsi dalla casa dei due sposi novelli, dopo aver recitato la sua benedizione su di loro nella loro nuova casa (o, talvolta, addirittura nella loro camera da letto).
        Però, ripeto: effettivamente, niente di obbligatorio. E, assolutamente, il matrimonio non era un sacramento. Lo è diventato, molto gradualmente, a partire dal X secolo, con una crescente attenzione della Chiesa agli aspetti liturgici di questa “benedizione nuziale”. Convenzionalmente si dice che il matrimonio diventa ufficialmente sacramento nel Concilio Lateranense (1215) perché è in quella sede che la Chiesa lo regolamenta fin nei suoi minimi aspetti.

        Poi: che la Chiesa si fosse già interessata ai matrimoni, nel senso che forniva consigli di buon senso su come vivere da buoni cristiani la propria vita matrimoniale, quello è ovvio. E’ anche vero che ha fatto molto per rendere più “umani” i modelli di vita coniugale delle popolazioni barbariche (ma a dire il vero è intervenuta anche a mitigare consuetudini romane).
        Diciamo che si è sempre interessata di morale coniugale (e sessuale, e familiare), e non avrebbe potuto essere diversamente, calcolata l’importanza del tema. Quello di cui si disinteressava era proprio il momento del matrimonio in sé, della celebrazione, dell’atto con cui due persone diventano marito e moglie. Quello non era suo appannaggio, diciamo così.

        Permettetemi il paragone un po’ eccessivo, ma per far capire: oggi, la Chiesa spende giustamente molte parole anche sull’etica del lavoro e su come un buon cristiano debba comportarsi per essere un imprenditore onesto, ma non è che ti manda il prete nello studio notarile a salmodiare robe mentre tu firmi l’atto fondativo della tua azienda. Semmai te lo manda dopo in ufficio per una benedizione al volo e per una serie di catechesi su come comportarti da buon lavoratore. Per dire 😉

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      2. Lucia

        P.S. Con la domanda iniziale c’entra poco, ma, già che stiamo parlando di “matrimoni insospettabilmente non come li penseremmo”, lascio qui il link a questo articolo che parla delle modalità di svolgimento della cerimonia nuziale (moderna, quindi in chiesa coi vestiti eleganti etc etc) tra fine Ottocento e inizio Novecento.

        Tempi molto vicini a noi, in cui però le consuetudini riguardo alla cerimonia nuziale erano davvero molto diverse dalle nostre:

        https://unapennaspuntata.com/2016/04/11/matrimonio-leggende-metropolitane/

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  4. Claudia

    Veramente non si finisce mai di imparare… io ho sempre saputo che “il matrimonio è l’unico sacramento non istituito da Gesù perché già esisteva” riferendosi ai matrimoni ebraici probabilmente. Ma allora i due non erano peccatori se consumavano senza “il sacro vincolo del matrimonio” ? o era una faccenda civile senza il concetto di peccato se non ti facevi necessariamente benedire dal prete?

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    1. ago86

      Va detto che il matrimonio cristiano, rispetto a quello civile, aveva il vincolo dell’indissolubilità. O, almeno, non ci si poteva risposare se il coniuge era ancora in vita. Mentre nel matrimonio civile romano c’era il ripudio, cosa che nel Vangelo è del tutto esclusa.

      C’è da dire che i ministri del matrimonio sono i coniugi, il prete funge da “notaio”, rappresenta la comunità pubblica dei fedeli.

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      1. Claudia

        A me “sta roba” che il ripudio lo potesse fare solo il marito non mi è mai andata giù. Mi ricordo quando studiavo diritto romano le norme relative alla dote, per fare in modo che lo sposini non la cacciasse la settimana dopo intascando i beni nuziali.

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        1. ago86

          Credo che la “dote” sia nata proprio per questo motivo, per evitare che la ripudiata si trovasse per strada senza alcun sostentamento personale. Ma è solo una mia impressione.

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          1. claudia

            Storicamente la dote (anche in tempi relativamente recenti) veniva data allo sposo che ne acquisiva la proprietà (sic!) Proprio per l’alto numero di divorzi (sarebbe meglio dire ripudi) il diritto romano elaborò una sorta di “patto prematrimoniale” nel quale lo sposo si impegnava a restituire i beni della dote in caso avesse ripudiato la moglie. Ovviamente nel corso dei secoli e delle località ci furono diverse varianti, ma il concetto di trasferimento di proprietà al marito era una costante 😦

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          2. Lucia

            Beh, non per essere impopolare ma ci sarebbe anche da dire che, spesso, dal momento in cui la moglie entrava nella casa del marito, diventava una bocca in più da sfamare, e non produttiva.
            Cioè: in termini economici (perché poi, il matrimonio quello era: mica era una questione di amore e di sentimenti), il marito ci sarebbe anche andato in perdita, senza la garanzia della dote. Alla fin fine, detto con un po’ di cinismo, lui acquisiva la dote ma la moglie andava a far la “mantenuta” in casa d’altri per tutto il resto della vita… 😉

            Noi adesso ci scandalizziamo ma perché siamo abituati a pensare al matrimonio come a un fatto di amore.
            Se lo pensiamo come a un contratto tra privati, niente più e niente meno… alla fin fine, “ci sta”.

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    2. Lucia

      E per il rapporto consumato “fuori del sacro vincolo del matrimonio”… sì, esatto, all’epoca non ci si poneva il problema in questi termini perché, appunto, il matrimonio era faccenda solo civile.
      La benedizione del prete era frequente, particolarmente tra i cristiani ferventi, ma assolutamente NON obbligatoria. Un “di più” per chi voleva. E anche “il sacro vincolo” di per sé non era “sacro”, era solo un importantissimo vincolo civile.

      Poi, che fosse considerato peccaminoso avere rapporti pre-matrimoniali e/o extra-coniugali, quello sì. Già nel Vangelo era stato condannato il ripudio, e comunque non ci voleva un gran teologo per capire che una vita sessuale sregolata era peccaminosa anche solo nella maniera in cui esponeva a un mucchio di conseguenze spiacevoli: metti incinta la ragazzina con cui sei stato una notte e le rovini la piazza per sempre; vai a letto con la schiava e destabilizzi tutto il menage familiare; ti fai la tresca con la moglie di Peppino e Peppino giustamente viene da te e scatena una faida…
      Il concetto di peccato sessuale se il rapporto viene consumato al di fuori del matrimonio, è sempre esistito. Però, il matrimonio era solo una cosa civile.

      (Per la cronaca, esiste un bel libretto di Duby che si chiama I peccati delle donne nel Medioevo. Non parla solo di matrimonio e di sesso, però è interessante già solo il fatto che NON parli solo di matrimonio e di sesso. Documenti alla mano, Duby fa notare che nella prima metà del Medioevo la donna era considerata “a rischio” per tutta una serie di peccati che avevano ben poco a che fare con la seduzione in sè. Ad esempio la “donna peccatrice per eccellenza” era l’infanticida che uccideva i suoi propri figli; o la strega. Lo slittamento verso la “donna tentatrice che seduce la brava gente e induce al peccato sessuale” arriva dopo, grossomodo negli anni in cui diventa di moda il romanzo cortese (in cui gli amanti sono quasi sempre adulteri). Ed è più o meno lo stesso periodo in cui il matrimonio diventa sacramento.
      Prima di quella data… sì per carità, il sesso al di fuori del matrimonio era sicuramente condannato, ma – parrebbe – non con quella insistenza che penseremmo. Non era ancora IL peccato per eccellenza insomma :P)

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