Perché le matite sono gialle?

Per scrivere questo post, ho iniziato dalla fine: sono andata su Internet e, per esperimento, ho provato a cercare immagini di matite. Se gli archivi di fotografie a libero dominio per i blogger offrono una impressionante varietà di matite kawai e instagrammabili (matite rosa; matite rosa a roselline; matite rosa a roselline con bradipi e fenicotteri…), il più prosaico Google non mente. Provate a digitare “matita” e andare su Google Immagini: vi si rafforzerà la convinzione che la matita per eccellenza è, indubitabilmente, gialla.

Ma perché?
Perché, tra tutti i colori dell’arcobaleno, i fabbricanti di matite di tutto il mondo si son fissati che le matite vanno dipinte nel color del sole?
È una moda che inizia tanto (ma non troppo) tempo fa – per la precisione, nel 1790.

È proprio in quell’anno che, in Francia, Nicolas-Jacques Conté inventa la matita come la conosciamo oggi. Prima di quella data, la grafite era certamente utilizzata nel mondo dell’arte, ma era utilizzata “pura”, al naturale: cioè, per scrivere si impugnava direttamente una stecca di grafite, a costo di sporcarsi i polpastrelli. Era, quest’ultimo, un piccolo sacrificio che gli artisti di professione erano certamente disposti a compiere… ma non altrettanto si poteva dire per le signorine di buona famiglia. In un’epoca in cui molti borghesi stavano cominciando a coltivare l’hobby della pittura – un passatempo divenuto particolarmente popolare tra le donne dell’aristocrazia – era necessario studiare un modo per rendere meno sporchevole la procedura.
Nasce così, per intuizione geniale di Conté, la matita moderna: grafite in polvere (oltretutto, meno costosa di quella venduta in stecche) inserita in una guaina protettiva di legno. Et voilà!

Matita Conte

E infatti, ancor oggi la Conté è una fabbrica di matite giustamente molto amata

Era gialla, ‘sta guaina di legno?
No, non ancora. Per il momento, era una guaina di legno grezzo: una specie di matita Ikea, tanto per capirci.
Ma se anche voi avete una certa dimestichezza con le matite del mobilificio svedese, potrete probabilmente convenire con me su due punti. Uno: le matitine in legno grezzo sono gradevoli alla vista solo se si è appassionati di stile rustico – che a me piace tanto, ma agli aristocratici dell’800 decisamente no. Due: il legno grezzo non è la cosa più comoda in assoluto da stringere tra i polpastrelli per lunghi periodi di tempo; se non è trattato e se hai molta jella, rischi pure di beccare una scheggia.

Pian piano, i produttori di matite cominciano a verniciare il legno, per rendere più liscia la superficie e più gradevole alla vista il prodotto intero. Inizialmente non c’è un trend preciso nella scelta del colore, se escludiamo una tendenza generalizzata a prediligere tinte scure (probabilmente per affinità col design di altri prodotti da ufficio).
La vera svolta – ed è una svolta epocale, considerate le ripercussioni che ha ancor oggi nel nostro immaginario – si ha nel 1889, quando la compagnia ceca Hardtmuth presenta all’Esposizione Universale il suo nuovo modello di matita.

Di matite ce n’eran molte, ma la Hardtmuth sperava di sgominare la concorrenza puntando tutto su un dettaglio effettivamente non da poco: l’effettiva qualità della sua grafite. Grafite che, a ben vedere, era realmente diversa rispetto a quella utilizzata dalle ditte concorrenti: se la maggior parte delle aziende europee compravano grafite dall’Inghilterra, la Hardtmuth aveva scelto invece di ricorrere alla grafite siberiana, che si vociferava fosse di qualità superiore. In maniera molto furba, la Hardtmuth decide di impostare una strategia di marketing volta appunto a sottolineare la qualità premium di questa grafite estratta in terre lontane, quasi al confine con la remota Cina.
Ed è proprio l’esotico paese del Sol Levante a ispirare, nel pubblicitario della Hardtmuth, il colpo di genio che ha fatto la Storia… della matitologia. Si decide  cioè di dipingere il legno con una brillante vernice d’un acceso colore giallo – il colore che, nell’immaginario ottocentesco, era tradizionalmente associato all’Oriente.
Ma c’è di più: in Cina, gli abiti di colore giallo erano riservati alla famiglia imperiale, sicché quella tonalità suggeriva anche, ai consumatori mediamente colti, una dimensione di superiorità, di esclusività, di potenza e di ricercatezza.

Per sottolineare ulteriormente il concetto, la Hardtmuth decise di battezzare la sua nuova linea di matite con il nome di Koh-I-Noor: esotico e impegnativo al tempo stesso. Sul versante “esotico”, non c’è bisogno che vi spieghi il perché; quanto al termine “impegnativo”, l’ho utilizzato non a caso, ché Koh-I-Noor è il celebre diamante, dal valore inestimabile e dalle dimensioni abnormi, attualmente incastonato nella Imperial State Crown della Regina Elisabetta.

Corona Kohinoor

Stiamo parlando di quel brillozzo grosso come una palla da tennis che sta sopra al naso della sovrana, tanto per capirci

Anche i diamanti sono fatti di grafite: fu questo il suggestivo ragionamento fatto dalla Hardtmuth, che fin dal nome scelse di pubblicizzare le sue matite come prodotti dalla straordinaria e inestimabile qualità.

kohinoor Pencil

C’è bisogno di raccontare come finì questa Storia?
La scelta commerciale della Hardtmuth fu, ovviamente, un successo planetario, che potete approfondire nel curioso libro The Pencil: A History of Design and Circumstance di Henry Petroski. La strada era segnata, e la matita gialla preziosa come un diamante era ormai diventata l’oggetto del desiderio di tutta Europa. Le altre aziende non poterono che adeguarsi: la Faber fu la prima a “copiare” il colore acceso della matita Hardtmuth, come a sottolineare “ehi! Noi non siamo da meno!”.

Una curiosità molto gustosa?
La racconta Riccardo Falcinelli nel suo bel Cromorama, da cui avevo già rubato qualche chicca colorifera. Il visual designer sembra piuttosto strabiliato dal notare come, ancor oggi, e nonostante il costante nascere a accavallarsi di nuove mode, i due terzi delle matite prodotte e venute nel mondo siano gialle.

A tal proposito, c’è un aneddoto che può aiutarci a ragionare. Qualche anno fa, durante una indagine di mercato in un ufficio americano, vennero proposte delle nuove matite, alcune gialle e altre verdi. Dopo una settimana si chiese agli impiegati quale delle due preferissero e la maggioranza si lamentò di quelle verdi: perché la mina si spezzava di continuo, perché erano difficili da temperare, perché il legno era duro e si scheggiava con troppa facilità. Nemmeno a dirlo, le due matite erano identiche. Cambiava solo la vernice esterna.

6 risposte a "Perché le matite sono gialle?"

  1. sircliges

    «Dopo una settimana si chiese agli impiegati quale delle due preferissero e la maggioranza si lamentò di quelle verdi: perché la mina si spezzava di continuo, perché erano difficili da temperare, perché il legno era duro e si scheggiava con troppa facilità. Nemmeno a dirlo, le due matite erano identiche. Cambiava solo la vernice esterna.»

    Interessante… cioè, la convinzione soggettiva degli impiegati, generata da un pregiudizio (la peggior qualità delle matite verdi), influenzava effettivamente il loro modo di usare la matita, fino ad avere riscontri oggettivi che confermavano il loro pregiudizio.

    Possiamo presumere che invece, se la matita verde fosse stata impugnata da qualcuno che non avesse avuto il pregiudizio, essa avrebbe funzionato esattamente come quella gialla.

    Siamo incatenati ai nostri pregiudizi :-/

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    1. Lucia

      O in alternativa: gli impiegati, partendo dal preconcetto che la matita verde doveva essere di qualità inferiore, tendevano a ricordare più facilmente gli inconvenienti verificatisi con quella matita, e che magari si sono verificati anche con quella di colore giallo ma passando inosservati.

      Non escludo la tua ipotesi, ma ad esempio su di me è vera la seconda. Mi capita spesso, durante giornate storte, di focalizzarmi su piccoli imprevisti quotidiani, magari anche ingigantendoli, quando probabilmente gli stessi inconvenienti, se capitati durante una “giornata sì”, passerebbero inosservati o quasi.

      Comunque sì, di base siamo incatenati ai nostri pregiudizi. Io non ci metterei nemmeno la faccina triste, perché secondo me è normale e, in una certa misura, anche “utile”.

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