Una "cosa da smascellarsi dalle risa"

Quando i nostri insegnanti, ad inizio anno, ci propongono una serie di spettacoli teatrali, in orario serale, a cui assistere, generalmente è uno strazio. E la proposta viene accolta con un entusiasmo pari a quello tendenzialmente mostrato da un cespo di lattuga. Un po’ perché gli organizzatori degli spettacoli hanno la straordinaria capacità di fissare le rappresentazioni proprio, sempre, e comunque, nei periodi dell’anno più duri e faticosi; un po’ perché, a essere oggettivi, molte volte gli spettacoli non risultano essere appassionanti e/o conformi alle nostre aspettative. Ché, ad esempio, questo autunno siamo andati a teatro con l’idea di assistere all’Alcesti di Euripide, e ci siamo trovati davanti ad uno spettacolo pur bello, in sé, ma che parlava di una poetessa statunitense suicida, non di Alcesti. E che diamine, allora avverti prima: lo spettacolo è anche un bellissimo spettacolo, ma non è l’Alcesti. Punto. Bastava solo avvisare, mentre a noi è stata posta come letterale trasposizione dell’opera greca, e tanti saluti.

E’ sempre un pianto, dicevo, quando dobbiamo andare a teatro per vedere qualche rappresentazione teatrale: e sono io la prima ad ammetterlo, nonostante il mio amore per il teatro e la letteratura. Bene, questa volta invece è accaduto il contrario: e, la Mandragola di Machiavelli, con la regia di Mario Scaccia e la partecipazione Callimaco e Siro mentre discutono di Lucreziadi Carlo Greco ed Edoardo Sala, è stata un vero successo.
Certo, va riconosciuto che non è mancato qualche deficiente a fischiare alla fine dell’oggettivamente splendido spettacolo. Ma in fondo da ragazzini cretini non si può pretendere tanto: ognuno ha i suoi limiti, insomma. Resta il fatto che lo spettacolo, di per sé, era veramente bello e ben riuscito, fedele al testo – tant’è vero che si recitava con il copione originale, quello scritto nel 1518 poco dopo il ritorno a Firenze di Machiavelli – e abbellito da costumi ben curati e musiche d’epoca.

La storia è quella che tutti o quasi ormai conoscono: la storia sempre attuale dell’amore non ricambiato, degli stratagemmi del giovane innamorato per conquistare la sua bella, della presa in giro del vecchio marito stupido, "cornuto e mazziato", della critica al clero (ché, se non è attuale quella…). Una storia sempre attuale ma che affonda le sue radici nella letteratura più antica: Machiavelli, da bravo amante della classicità, prende spunto dagli schemi delle commedie plautine, creando i suoi personaggi. Personaggi che, però, non sono "fissi", dipinti da un solo punto di vista, come avveniva nella commedia dell’autore latino: qui i personaggi sono caratteri, più che tipi, che durante lo svolgimento dell’azione si evolvono, maturano e cambiano.

Fra' Timoteo assieme a Ligurio il parassitaUna commedia che si svolge nell’arco di una sola giornata o poco più, seguendo i dettami prescritti dal grande Aristotele: una commedia che però non si ferma alla "banale" imitazione degli autori classici, ma che presenta notevoli variazioni e differenziazioni rispetto allo schema antico. E’ proprio questo, probabilmente, a rendere La Mandragola un piccolo capolavoro, che ancora oggi riscuote successi ed approvazioni.

Nello specifico, gli attori, ben preparati e capaci, mostrano appieno, sul palco, le loro capacità: particolarmente ben riuscita è secondo me la scelta dell’attore destinato a interpretare il povero e sciocco messer Nicia, così come perfettamente ben riuscita risultava anche la rappresentazione del parassita, astuto e intelligentissimo, Ligurio. Se dall’interpretazione di fra’ Timoteo veniva posta in evidenza in maniera esemplare – lo stesso Machiavelli, credo, non avrebbe potuto chiedere di meglio – l’idea di clero corrotto, attaccato al denaro e pronto a vendersi per una manciata di monete, un piccolo appunto va invece fatto per quanto riguarda la figura di Nicia appunto. Comico eccellente, capace di far sorridere e ridere il pubblico intero, l’attore ha dipinto in maniera magistrale il personaggio come il classico "cornuto e mazziato" inconsapevole di esserlo, ma ha trascurato un punto a mio parere importante: la volgarità del personaggio in sé, i suoi modi rozzi e villani nonostante il suo ceto medio-alto. Ecco, forse questo aspetto è stato un poco trascurato: avrebbe meritato di essere Callimaco e Lucreziamaggiormente evidenziato, per rendere veramente perfetta la rappresentazione.

Sulle scenografie nulla da dire: semplici, disegnate solo a grandi linee, in maniera non troppo accurata, ma perfettamente funzionali e perfette per ricalcare l’architettura toscana dell’epoca. Le musiche, che accompagnavano delicate le scene, erano coinvolgenti al punto giusto, e assolutamente "a tema", anche storicamente. Ottimi i giochi di luci, ed ottima anche la scelta degli attori: professionisti, volutamente non toscani per non rendere troppo ostica la comprensione di un testo cinquecentesco che, se recitato in dialetto, avrebbe veramente causato qualche problema di comprensione ai più (tantopiù che Machiavelli non utilizza la lingua italiana consigliata da Bembo, cioè la lingua italiana più simile alla nostra, ma sceglie per le sue opere un vero e proprio dialetto toscano, che già di per sè rende difficile la lettura a prima vista, figuriamoci la comprensione orale).

Insomma, uno spettacolo, questo, veramente ben riuscito, che certamente avrebbe soddisfatto Machiavelli stesso. Se vi capita, andatelo a vedere: ne vale la pena.

Un unico, imperdonabile difetto, che mi ha causato un mezzo collasso? All’entrata del teatro, a lettere cubitali, veniva pubblicizzata La Mandragola di Macchiavelli. Con due C. Ecco, lì ho seriamente rischiato di esalare l’ultimo respiro: per fortuna poi ci ha pensato lo spettacolo a rimettermi in sesto: se no, davvero, mi stavo mettendo a piangere dallo sconforto in mezzo alla strada.

Nella scena finale: Sostrata, Timoteo, Nicia, Lucrezia e Callimaco

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