Bessie, la fattucchiera che apprese la magia alla scuola d’uno strano elfo papista

Le contrazioni stavano aumentando di intensità (a dirla tutta, iniziavano proprio a fare male), e l’unica ragione per cui Bessie si trascinò fino alla porta era perché era convinta che, a bussare, fosse la levatrice.
Ecco, no.
Aprendo la porta, si trovò a davanti una perfetta sconosciuta che le si presentò come una viandante assetata e le chiese cortesemente un bicchiere d’acqua, se possibile.
La povera Bessie stava piegata in due, una mano premuta sul basso ventre e l’altra aggrappata allo stipite della porta. Lanciò una occhiata sbigottita a quella pazza, che se ne stava lì e sorrideva serafica senza nemmeno accennare a un “forse disturbo?”, ed esaminò rapidamente le sue opzioni. Valutò che il modo migliore per togliersela dai piedi fosse darle quel dannato bicchiere d’acqua; sicché ansimò un “arrivo, eh. Arrivo”, prima di arrancare verso il tavolo sul quale aveva già preparato panni puliti, brocca d’acqua e tutto l’occorrente.
“Molto gentile, grazie”, disse la sconosciuta seguendola fin dentro casa come se fosse la cosa più normale del mondo. Senza troppa discrezione, si guardò attorno osservando la stanza in cui si trovava: una graziosa cucina arredata con mobili di buona fattura, ma di una semplicità senza pretese. E poi, più a lungo, soffermò lo sguardo in direzione della camera che si intravvedeva oltre la porta aperta: quel letto in cui ragionevolmente avrebbe dovuto riposare la partoriente era occupato dalla sagoma di un uomo che si rigirava nel sonno, con il viso contorto dal dolore.
“Cara Bessie”, disse garbatamente la donna, posando sul tavolo il bicchiere dopo aver bevuto. “Il bambino che porti nel grembo non godrà mai di questo mondo. E anche una delle tue mucche morirà presto. Ma rallegrati: perché tuo marito, che già dai per morto, guarirà dalla malattia che lo affligge.”.
E detto questo se ne andò così com’era venuta, lasciandosi alle spalle una Bessie comprensibilmente stupefatta e, diciamo pure, anche un tantinello inquieta a fronte di quella fosca profezia. Per qualche istante, la donna si domandò chi fosse davvero la viandante che le aveva fatto visita; ma di lì a poco arrivò un’altra contrazione e lei accantonò molto rapidamente quelle domande, dedicandosi a questioni un tantino più impellenti.

***

In ogni caso, col passar del tempo, quella profezia aveva provato di esser vera – quantomeno, nelle sue parti più tragiche. Il figlio di Bessie era effettivamente morto e lei aveva seriamente rischiato di seguirlo, a causa di un parto così sfiancante e complicato da aver seriamente minato la sua salute. Quanto alla mucca: era morta pure quella, con i conseguenti danni economici che è ben facile immaginare. Il marito, in compenso, peggiorava di giorno in giorno, riducendo ormai a un flebile lumicino tutte le speranze che Bessie aveva nutrito circa la possibilità di vederlo risanato.

Se, un anno prima, qualcuno le avesse profetizzato quella incredibile caterva di disgrazie: in tutta onestà, lei non ci avrebbe creduto. A dirla tutta, fino a qualche mese prima, la gente del paese guardava con garbata invidia a Elizabeth Dunlop (Bessie per gli amici), una donna che Iddio aveva voluto premiare con una generosa quantità di doni. Andata in sposa pochi anni prima al mugnaio di Lynn Glenn, un ameno villaggio della Scozia meridionale, Bessie poteva contare su un reddito sicuro, un marito che la trattava bene e un figlioletto che era la sua gioia. Di certo sarebbe stato esagerato definirla una donna “ricca”, ma era sicuramente una donna che viveva le sue giornate cullandosi in un confortevole livello di benessere.

O, quantomeno: così era sempre stato. Ma poi, in quel terribile 1572, le cose avevano cominciato ad andare drammaticamente male: il marito aveva accusato i primi sintomi di quella malattia che in breve tempo l’aveva costretto a letto; Bessie era stata obbligata a sostituirlo nella gestione del mulino, nonostante il peso della faticosa gravidanza. E poi naturalmente c’erano stati quei lutti, che le erano piovuti addosso mentre il marito peggiorava. Sfiancata da un parto che l’aveva quasi vista morire e da cui faticava ancora a riprendersi, Bessie si trascinava come una disperata per inseguire tutti i suoi doveri, dividendosi tra la cura della casa, il lavoro al mulino e le attenzioni da dare all’altro figlio.
Sarebbe un garbato eufemismo dire che la poveretta era “esausta”; definirla “esaurita e totalmente disperata” sarebbe già più vicino alla realtà.

In quel giorno dell’ottobre 1572, Bessie era uscita di casa dopo il lavoro al mulino al solo scopo di portare la mucca superstite a pascolare in un prato li vicino. Ma era così debole che, a un certo, punto s’era lasciata cadere su un masso lungo la strada e lì s’era abbandonata a un lungo pianto liberatorio. Che fu spezzato solamente da quell’evento che sarebbe stato destinato a cambiarle la vita: e cioè, l’entrata in scena di Thomas Reid.

***

Era un uomo anziano, con una lunga barba color cenere, una palandrana grigia di buona fattura ma decisamente fuori moda e, sui capelli, un copricapo nero. Le si avvicinò con discrezione dopo averla studiata da lontano, annunciandosi con un colpetto di tosse e un garbato “Sancta Maria, Bessie”.
La ragazza sussultò, e con occhi pieni di lacrime lanciò un’occhiata stranita al tizio che le stava di fronte. Lui, in tutta riposta, le chiese dolcemente “figliola, perché sprecare tanta angoscia e tante lacrime in ciò che è solamente un problema terreno?”.

Cominciando a nutrire la vaga impressione di essere perseguitata da una qualche maledizione che faceva apparire nella sua vita, nel momento meno opportuno, dei perfetti sconosciuti con uno scarso senso pratico, Bessie cercò di trattenere le parolacce. Ma decise che non era il caso di risparmiare a quel tizio l’umiliazione di sentirsi descrivere (e fin nel minimo dettaglio) tutti i motivi che la rendevano perfettamente legittimata a piangere, grazie tante. Si sarebbe immaginata di vederlo arrossire e profondersi in un mare di scuse; in compenso, l’uomo ascoltò attentamente, a occhi socchiusi, quella infinita caterva di disgrazie e non ebbe niente di meglio da dire che “mh. Hai preso in considerazione che tutto questo possa essere una punizione divina, perché qualcosa che hai fatto ha suscitato la giusta collera dell’Onnipotente? Egli sta cercando di comunicarti qualcosa, ma tu non lo ascolti”.
La povera Bessie aprì la bocca per insultarlo, ma era così spiazzata che la richiuse senza dire niente. E lo sconosciuto approfittò di quel momento di silenzio per precisare: “ma non sono qui per rimproverarti. Anzi, il mio scopo è quello di offrirti il mio aiuto. Sono qui su ordine della regina delle fate, che vuole ricambiare il dono che tu le facesti tempo addietro”.
“Il dono? Che dono?”, mormorò stranita Bessie.
“Il dono di quel bicchier d’acqua che accettasti di offrirle mentre già ti avevano colta i dolori del parto; era lei la donna che bussò alla tua porta. Lo fece per metterti alla prova”. E mentre Bessie cominciava a interrogarsi seriamente sulla sanità mentale del tizio che le stava davanti, lui sorrise guardandola con infinito affetto e le promise: “la tua generosità, com’è giusto, verrà premiata”.

***

Le si presentò col nome di Thomas Reid (ma gli amici – le disse – potevano chiamarlo Tom), e spiegò di essere quello stesso Thomas Reid che tutti ritenevano erroneamente essere morto nella battaglia di Pinkie. Bessie ne aveva sentito parlare, anche se si trattava di un evento accaduto quand’era bambina: era stato uno scontro sanguinoso che, nel 1547, aveva visto contrapporsi gli eserciti scozzese e inglese, concludendosi con una totale disfatta della Scozia.

La perplessità con cui Bessie ascoltò questa storia di morti simulate è probabilmente pari alla perplessità con cui lo storico si approccia alla vicenda. Perché un uomo che portava il nome di Thomas Reid visse veramente in quella zona: era un funzionario pubblico, che viene nominato in numerosi documenti siglati fino al 1547. Effettivamente, Thomas Reid partecipò davvero alla battaglia di Pinkie, ed effettivamente non tornò mai a casa, anche se (effettivamente) il suo cadavere non fu mai identificato.

Ma allora, che fine aveva fatto questo Tom?
Lo storico non può non iniziare a interrogarsi, soprattutto alla luce della testimonianza giurata di Bessie secondo cui Thomas Reid era riapparso dopo cinque lustri, sostenendo di non essere morto affatto. Dopo la disfatta di Pinkie – spiegò alla sua attonita ascoltatrice – mentre vagava ferito e senza meta, era stato soccorso da una creatura non umana che gli aveva proposto di andare a vivere con lei a Elfland, ovverosia nel regno delle fate. E l’uomo aveva accettato di buon grado, trovando riparo presso la corte della regina, che col passar del tempo gli aveva insegnato l’arte della magia. Quella stessa arte che, adesso, Tom si offriva di insegnare a Bessie, per aiutarla a sbrogliare i suoi guai: era la regina stessa a mandarlo.
E Bessie, sventurata, rispose. E disse “oh beh. Perché no?”.

***

In primo luogo, Tom le passò le ricette di alcune pozioni magiche e di alcuni incantesimi, utili a curare le malattie degli uomini e degli animali. Il marito fu la prima cavia di Bessie, che sentì un brivido freddo scenderle lungo la schiena quando un giorno, svegliandosi al mattino, realizzò che il suo sposo s’era alzato prima di lei, ed era perfettamente sano in ogni fibra del suo corpo.

A quanto pare, le cure magiche di Tom funzionavano davvero; e fu così che Bessie cominciò a proporle a chiunque ne avesse bisogno. Nell’arco di pochi mesi, divenne una guaritrice così famosa che la gente si metteva in viaggio appositamente farle visita; e, in un paio di occasioni, fu Bessie ad essere convocata nei palazzi signorili della nobiltà locale per offrire i suoi consulti e praticare le sue cure.

Tom, ormai diventato un buon amico, la visitava frequentemente, insegnandole ogni volta qualche trucchetto nuovo con cui ampliare la sua offerta. Un giorno, dopo aver deciso che la sua alunna era già sufficientemente abile nell’arte della guarigione, l’uomo le insegnò alcune tecniche infallibili per scrutare nel passato e nel futuro. Bessie le apprese con una certa curiosità, ma senza riuscire a immaginare in che modo poterle monetizzare… quantomeno fino al giorno in cui non si rese conto che questa abilità la metteva in grado di indagare sulla dinamica di un furto, o più banalmente le permetteva di capire che fine avesse fatto un oggetto andato smarrito. E, paradossalmente, fu proprio questo dono a permetterle di spiccare, emergendo da quel sottobosco di mammane e guaritrici che offrivano i loro servizi di villaggio in villaggio. Certo: anche Bessie sapeva curare i malanni, ma era una spanna al di sopra delle sue concorrenti – la sua magia fatata le permetteva di compiere prodigi normalmente inaccessibili agli umani.

Fu Bessie Dunlop una vera strega?
Se, convenzionalmente, definiamo “strega” colei che riceve i suoi poteri da Satana dopo un accordo stretto col demonio, e che tendenzialmente usa la magia allo scopo di arricchire se stessa e danneggiare gli altri: no, tecnicamente Bessie non fu una strega.
Potremmo definirla tutt’al più una “strega buona”, o meglio ancora “una fattucchiera”: nel piccolo villaggio di Glenn Lynn, nessuno la riteneva responsabile della malasorte; anzi, la gente era ben contenta di poter ricorrere ai suoi servigi previo pagamento di una piccola tariffa (peraltro, ragionevolmente bassa).

E infatti, Bessie restò sul mercato per parecchio tempo, mettendo da parte grazie alla magia un gruzzoletto che permise alla sua famiglia di vivere agiatamente e, soprattutto, godendo di quel rispetto sociale che s’era creato attorno a lei in quanto “fattucchiera della porta accanto”.
Fu solo nel 1576, dopo quattro anni di onorata carriera, che la vita di Bessie tornò a prendere una brutta piega. Qualcuno direbbe che si trattò di una tragedia annunciata, e che Bessie aveva commesso lo sbaglio della sua vita: aveva offeso la regina delle fate e litigato col suo maestro, Tom.

***

Ma che tipo di maestro era, esattamente, Tom?
Se lo chiesero, con palpabile incertezza, anche i giudici che di lì a poco furono chiamati a valutare la storia di Bessie. Tipicamente, quando una donna apprendeva le arti occulte alla scuola di un maestro di magia, costui era un laido servo di Satana che si portava a letto la strega e poi la convinceva a utilizzare il suo potere per compiere le imprese più turpi ed efferate. Al contrario, il garbatissimo Tom volle da Bessie nulla più della sua amicizia… almeno fino al momento in cui (forse contando sulla confidenza che s’era ormai instaurata tra di loro) non cominciò a farle richieste più compromettenti. Tipo quella di abiurare.  

Provò a convincerla più volte, dicendole che la regina delle fate sarebbe stata ben lieta di accoglierla nel suo regno, permettendo a lei e a tutta la sua famiglia di vivere in quella eterna beatitudine che è propria di quella landa incantata. Bessie e i suoi cari sarebbero stati i benvenuti, ma a una condizione: quella di essere pronti a rinunciare alla loro fede, menzognera.
Tom le fece questo invito più e più volte, e più e più volte Bessie rifiutò sdegnata: lei era una brava donna, timorata di Dio; mai avrebbe accettato quelle condizioni!
E così, a un certo punto, Tom la salutò per sempre.
Se Bessie non era disposta a rinunciare alla sua fede, se non aveva intenzione di accettare l’ospitalità della regina delle fate, tanto valeva che ci si salutasse: insegnato tutto ciò che aveva avuto da insegnarle, Tom non vedeva altro motivo per portare avanti la loro amicizia.
Fu un addio teso: fu il commiato di due persone che hanno camminato a lungo fianco a fianco, con stima reciproca e infinita gratitudine, e che adesso si separano con l’amaro in bocca, dopo aver compreso di non aver più niente da spartire.

Se Tom aveva preso male il rifiuto di Bessie, possiamo solo immaginare l’irritazione che provò la regina delle fate – non esattamente quel tipo di donna che è abituata a sentirsi dire “no”. Sarà una coincidenza, sarà che (come il folklore insegna) non è mai prudente attirarsi l’ira di una fata… ma, poco dopo che Tom le ebbe detto addio, Bessie si ritrovò in guai grossi come una casa.

***

Tutto cominciò in un giorno di lavoro come gli altri: un ricco uomo di nome Hugh aveva subito il furto di un mantello e, dopo aver sentito parlare di Bessie, aveva inviato da lei il suo servitore, per chiederle di ritrovare il maltolto.

Bessie portò avanti il suo rito di divinazione e spiegò che il mantello era stato rubato a Hugh da una certa donna, di cui fece nome e cognome, avvisando però che il manto era già stato fatto pezzi per essere riutilizzato per altri capi d’abbigliamento. I pezzi di stoffa, in ogni caso, erano ancora nella dimora della ladra, casomai qualcuno avesse voluto recuperarli: e dichiarando così conclusa la sua divinazione, Bessie fece presente all’uomo il suo tariffario. Dopo aver intascato i denari per il servizio, lo congedò garbatamente e passò alle richieste del cliente successivo.

Il problema è che Hugh andò a cercarli per davvero, i frammenti del suo mantello fatto a pezzi, determinato a trovare le prove necessarie per consegnare la ladra alla giustizia. E, prevedibilmente, non trovò nulla: la casa della presunta ladra fu esaminata da capo a fondo, ma non si trovò alcun indizio a suo carico; anzi, un’indagine sommaria portò alla luce elementi che tendevano a scagionarla dall’accusa.

Cosa abbia pensato la presunta ladra nello scoprire che la fattucchiera della porta accanto l’aveva pubblicamente accusata di furto: questo, purtroppo, non è noto.
In compenso, è nota la reazione di Hugh, l’uomo che aveva pagato Bessie per una consulenza magica che non solamente si era rivelata erronea, ma aveva anche finito col metterlo in una posizione imbarazzante. Ormai convinto di aver buttato i soldi appresso a una specie di Wanna Marchi, Hugh accusò Bessie di truffa e la portò davanti al tribunale.

Non la accusò, formalmente, di stregoneria.
Anzi, la accusò paradossalmente di non essere una strega: davanti ai giudici, incolpò Bessie di aver millantato poteri magici inesistenti al solo scopo di spillare soldi agli allocchi.
La storia di Elizabeth Dunlop, in effetti, è interessante anche perché dimostra che avere la nomea di essere una praticante di magia non era automaticamente sinonimo di una condanna a essere arse sul rogo da una folla inferocita. Le donne che asserivano di usare la magia a vantaggio della popolazione potevano anche riuscire a cavarsela, con un po’ di fortuna, riuscendo a vendersi come depositarie di doni preziosissimi, forse di origine celeste.
Nel bel mezzo della caccia alle streghe, Bessie lavorò come fattucchiera per quattro lunghi anni e lo fece pubblicamente, senza che nessuno trovasse alcunché da ridire. I suoi guai iniziarono quando fu accusata di frode, dopodiché le cose iniziarono a mettersi molto male: Bessie fu prosciolta grazie all’intercessione di un suo cliente altolocato… ma (sciocchina!) non si rese conto immediatamente delle implicazioni di quella assoluzione. Perché se un tribunale stabilisce che no, non sei una truffatrice, e sì, sei davvero capace di compiere magie, la tua vittoria è al tempo stesso una condanna, tenuto conto che là fuori infuria la caccia alle streghe.

Nell’arco di pochi mesi da quella prima sentenza, Bessie fu nuovamente convocata al cospetto del tribunale, e stavolta con un’accusa ben più sinistra: stregoneria. Non sorprendentemente, visti i precedenti giudiziari, la donna fu trovata colpevole (del resto, pochi mesi prima, era stata lei a presentare ampie prove circa la reale efficacia magica dei suoi riti!). Condannata a essere strangolata e poi bruciata sul rogo, Elizabeth Dunlop morì a Edimburgo l’8 novembre 1576.

E qui si potrebbe anche chiudere la nostra storia, se non fosse il caso di soffermarci per qualche istante su un’ultima domanda. Sostanzialmente riassumibile in:

Ma chi diamine era Thomas Reid?

Ovviamente, la questione fu sviscerata con attenzione dal tribunale che processò Bessie, anche perché dalla risposta a questa domanda dipendeva in gran parte il destino della donna. Bessie non fu mai accusata di aver stretto un patto con Satana (non v’erano indizi di alcun tipo, in tal senso), ma certamente la sua frequentazione con Thomas Reid fece alzare più d’un sopracciglio. Chi o che cosa era, esattamente, questo tizio misterioso le aveva insegnato l’arte della magia?

In primo luogo, brancolando nell’incertezza, il tribunale si premurò di capire ciò che Tom non era.
Sicuramente, non era l’amante di Bessie, e già questo era un dettaglio rilevante, in un’epoca in cui si riteneva che le streghe avessero frequenti relazioni sessuali con Satana.
Poco ma sicuro, non era neppure un demone: non v’era alcun elemento che potesse far sospettare qualcosa di simile. E tuttavia, fu messo agli atti che erano decisamente anticristiane le critiche che, fin da subito, Tom aveva espresso alla religione, per non parlare poi di quell’inquietante richiesta di abiura.
In terzo luogo, fu acclarato che Tom non era neanche un fantasma: altro dettaglio non privo di importanza, tenuto conto che Thomas Reid risultava legalmente morto. Eppure, quell’entità che si mostrava a Bessie pareva essere in tutto e per tutto un uomo in carne ed ossa: corporeo, tridimensionale, capace di afferrare oggetti e di spostarli a suo piacimento.

Paradossalmente, la spiegazione più “plausibile” (compatibilmente col contesto di un processo per stregoneria) era proprio quella che Bessie stessa aveva dato, descrivendo Tom come un essere umano che, semplicemente, aveva lasciato questa terra per andare a vivere nel mondo delle fate. A noi sembra folle ma, a quanto pare, traslochi di questo tipo erano assai frequenti, all’epoca.

Tom come emulo di re Artù e mago Merlino?

Pensando a un uomo che non è propriamente morto, ma che muore a questo mondo per andare a vivere in un regno fatato, è probabile che il pensiero corra istintivamente ai personaggi di re Artù e mago Merlino, rispettivamente ospiti del regno di Avalon e del castello della Dama del Lago (terre da cui, per quanto ne sappiamo, potrebbero anche voler tornare, un giorno).

Ma, in realtà, personaggi di tal fatta non si limitavano a popolare le pagine dei libri: nell’immaginario collettivo delle isole britanniche, la gente credeva davvero nell’esistenza delle fate e nella possibilità di andare a vivere con loro. Nella seconda metà del Duecento, Thomas de Ercildoun, un ricco proprietario terriero della Scozia meridionale, aveva costruito attorno a sé una fama di profeta sostenendo di aver vissuto per sette anni con la regina delle fate, la quale aveva voluto premiarlo insegnandogli l’arte della divinazione. E negli stessi anni in cui Bessie guadagnava denaro curando i compaesani grazie all’uso della magia fatata, a qualche chilometro di distanza, nella ridente Aberdeen, un uomo di nome Andrew Man faceva esattamente la stessa cosa, sostenendo di aver appreso queste arti arcane durante le sue frequenti visite al regno degli elfi.

Insomma: quelle che a noi sembrano solo farneticazioni senza senso a base di fate e di morti redivivi si inserivano in realtà in un contesto culturale in cui la gente era davvero pronta a ritenere possibili storie di tal fatta. Non stupisce che Bessie abbia voluto attingere a questo topos (non solo) letterario, per trovare un modo “plausibile” per giustificare la sua conoscenza delle arti magiche.
Ammesso e non concesso che sia stata lei a usare questa scusa per raggiungere gli obiettivi che si era prefissa. Il che, a ben vedere, è una presunzione che molti storici hanno messo in dubbio.

Tom: un elfo un po’ troppo papista?

È pur vero che Tom non era un demone; e tuttavia, risulta a dir poco strano vedere un galantuomo così garbato e ammodo che critica i principi chiave della religione e addirittura cerca di spingere all’abiura la brava gente.
È quasi superfluo specificare che, nel Cinquecento, questo comportamento non rientrava nella norma. Affermazioni come “sono in disaccordo con la Chiesa” oppure “non condivido questo aspetto della religione” non rientravano nelle chiacchiere da bar che noi moderni ci concediamo a cuor leggero, in nome della libera espressione. Nella bocca di un galantuomo cinquecentesco, frasi di questo tipo risultano fin troppo ardite: fuori contesto, dissonanti, francamente senza senso…
…a meno che il loro senso non fosse fin troppo chiaro.

E se Tom avesse criticato la religione di Bessie, cercando insistentemente di spingerla all’abiura, perché la donna professava la fede calvinista… mentre lui era in realtà cattolico? Un cattolico che, allo scoppiare delle persecuzioni seguite alla riforma protestante, aveva colto l’occasione per fingersi morto e far sparire convenientemente le sue tracce?
In quest’ottica, il “regno delle fate” da cui diceva di provenire sarebbe stato nulla più che un nascondiglio in cui Tom viveva in clandestinità, in compagnia di altri cattolici che avevano scelto di darsi alla macchia per non essere costretti a scegliere tra la vita e l’abiura.
Certo: anche Tom aveva chiesto a Bessie di abiurare, proponendole di traslocare con tutta la sua famiglia in quel mondo paradisiaco e beato. Ma, se diamo per buona l’ipotesi di un Tom che in realtà era cattolico in pectore, l’abiura che l’uomo aveva richiesto a Bessie non era una rinuncia al cristianesimo tout court: ciò che il maestro chiedeva alla studentessa era in realtà di abbandonare la sua fede calvinista.

Possibile? Plausibile? Su una scala da 1 a 10, come valutiamo la verosimiglianza di questa ipotesi?
È bene essere molto prudenti quando, facendo Storia, si avanzano teorie senza avere il sostegno di alcuna prova documentale.
In questo caso, l’ipotesi è sostenuta tutt’al più da (pochi, flebili) indizi.

Primo fra tutti: l’enigmatico “Sancta Maria” con cui Thomas era solito salutare. Nessun protestante sano di mente avrebbe utilizzato quella strana forma di saluto, che invece era propria di numerosi ordini religiosi sviluppatisi in seno alla chiesa cattolica. Questa circostanza ha spinto alcuni a ipotizzare che Thomas Reid, dopo aver inscenato la sua morte, si fosse unito a uno di quegli ordini, andando a vivere in clandestinità con quei religiosi non avevano voluto separarsi dopo lo scioglimento dei monasteri.

In questo senso, è suggestivo notare che Thomas incontrò per la prima volta Bessie in un appezzamento di terreno che era (stato?) proprietà della (ex?) abbazia di Kilwinning. Fino a qualche decennio prima, il luogo di culto aveva ospitato una comunità di monaci di tironianensi: con l’avvento della riforma protestante, la comunità era stata sciolta e l’abbazia era stata confiscata. Dopodiché, spogliata di tutte le sue ricchezze, era stata abbandonata al suo destino. Troppo isolata per poter servire ad alcunché, se ne stava lì a cadere lentamente in rovina.

E se in realtà (hanno ipotizzato alcuni storici) l’abbazia non fosse stata disabitata?
Se, qualche tempo dopo la loro fuga, i monaci che da sempre l’avevano abitata fossero tornati a cercare riparo tra quelle mura (magari portando con sé alcuni correligionari laici), convinti di poter sostare lì senza dare troppo nell’occhio, grazie allo stato di totale abbandono in cui versava quell’edificio remoto, che evidentemente non faceva gola a nessuno?

Poco ma sicuro: se così stanno le cose, il piano di quei monaci ha funzionato a meraviglia. Non esiste un singolo elemento concreto che ci possa indurre a sospettare uno scenario di questo tipo. L’unico indizio, se così lo vogliamo chiamare, è costituito proprio dalla strampalata confessione di Bessie Dunlop: quella stranissima strega buona che aveva appreso l’arte della magia da un galantuomo non-totalmente-morto che invocava ogni tre per due la Vergine Maria, criticava costantemente la fede calvinista e cercava insistentemente di convincere la sua alunna ad abbandonare quella falsa religione.

Assai curioso pensare che Bessie (donna che non aveva mai avuto particolari coinvolgimenti nelle guerre di religione) abbia potuto, con la sua fervida fantasia, crearsi un amico immaginario nella persona di un elfo-fantasma che era più papista del papa. Davvero verrebbe la tentazione di pensare che possa esistere un fondo di verità dietro a questa strana storia, che forse Bessie si divertì a descrivere in termini più fantasiosi del necessario.

Ma allora, quale potrebbe essere la verità dietro alle fantasticherie di Bessie?
Beh: è chiaro che gli uomini non tornano da morte, e che gli elfi vivono solo nel mondo della fantasia. In compenso, la Scozia dell’epoca era piena di papisti che non volevano ammettere di essere tali.
E allora: chi era davvero quel misterioso individuo (evidentemente pratico nell’arte della scienza medica, oltre che in quella della magia), che aveva voluto soccorrere Bessie nel momento del bisogno, celando (o chiedendole di celare) la sua identità dietro quella strampalata storia di fate?

Sia chiaro: non lo sapremo mai. Che Thomas Reid avesse espresso a più riprese posizioni teologiche in linea con quelle della chiesa di Roma è un dato di fatto che emerge chiaro dalle carte processuali. Tutto il resto, è nulla più che una congettura, priva di reali prove davvero capaci di sostenerla.
Eppure, è una congettura che è stata avanzata più volte… e – se non altro per dovere storiografico – chi sono io per non riportarla?

Ed è proprio Bessie la fattucchiera che io e Babacio abbiamo deciso di presentarvi, in una nuova tappa del nostro viaggio alla scoperta delle vere storie di donne processate per stregoneria. E, se a Bessie io ho dato voce, a Babacio va il merito di averle dato un corpo: sul suo blog, tutte le informazioni circa il processo creativo (davvero non scontato!) che l’ha portata a creare questa nuova bamboletta. Ad esempio: sapreste indovinare cos’è la pietra che Bessie porta al collo?


Per approfondire:

  • Emma Wilby, Cunning Folks and Familiar Spirits. Shamanistic Visionary Traditions in Early Modern British Witchcraft and Magic
  • Dane Love, Legendary Ayrshire. Custom, Folklore, Tradition
  • Walter Scott (sì, proprio lui), Letters on Demonology and Witchcraft

10 risposte a "Bessie, la fattucchiera che apprese la magia alla scuola d’uno strano elfo papista"

  1. Pingback: Le Masche #5 – Bessie Dunlop – Babacio, pupazzi artigianali

  2. Ago86

    Credo tu lo sappia già, ma Thomas Reid è anche un filosofo (scozzese) del XVIII secolo. Non c’entra niente con la storia, ma quando ho letto quel nome mi è subito balzato in mente.

    Tornando al post, un dettaglio che mi interessa riguarda la sua esecuzione: fu “strangolata e poi bruciata sul rogo”. Mi chiedo quanto frequente fosse questo tipo di esecuzione nei casi conclusi con una “condanna al rogo”, nei quali si bruciava una persona già morta (come avvenuto, mi pare, con Savonarola ma non con santa Giovanna d’Arco).

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    1. Gianluca di Castri

      La prassi inquisitoria, almeno in ambito cattolico, era quella di condannare l’eretico al rogo (l’inquisizione non si occupava di stregoneria generica che era soggetta alla giurisdizione civile) ove sarebbe stato bruciato vivo tuttavia, qualora si fosse pentito, avrebbe ottenuto di essere strangolato prima dell’accensione del rogo.

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    2. Lucia Graziano

      Eh, sarebbe molto interessante in effetti avere una statistica: non credo sia mai stata fatta (o se è stata fatta, non ne sono a conoscenza), però sarebbe sicuramente un dato interessante. Ti posso dire che, per quanto so io, la pratica di strangolare i condannati a morte prima di accendere il rogo era assai diffusa in Francia e in Germania. La morte per rogo, di per sé, normalmente non aveva lo scopo di far morire male il condannato, ma quello di simboleggiare anche visivamente la sua totale distruzione; tant’è vero che a volte venivano bruciate sul rogo anche streghe che erano già morte settimane prima in carcere, come nel caso delle streghe di Zugarramurdi che ho raccontato qualche settimana fa. In quel caso, poiché le condannate erano già morte di stenti (e ovviamente erano state sepolte), sul rogo fu bruciato un fantoccio che le rappresentava.

      La decisione di bruciare sul rogo un individuo ancora vivo e cosciente era abbastanza rara (o almeno è questa la mia percezione) e veniva motivata da crimini particolarmente odiosi che erano stati commessi dal morituro. All’atto pratico era comunque abbastanza rara la scena della strega che urla disperata mentre le fiamme le bruciano i vestiti, nel senso che quasi sempre il condannato a morte perdeva la coscienza a causa del fumo, che lo soffocava prima ancora che le fiamme arrivassero a toccare il corpo. Chi aveva amici capaci di fare quest’ultimo favore aveva anche la possibilità di legarsi al collo un sacchettino di polvere da sparo, che in teoria che avrebbe dovuto rendere il tutto più rapido.

      Nel caso di Giovanna d’Arco, ad esempio, so che gli esecutori avevano avuto particolare cura nel preparare un rogo particolarmente “alto”, in modo tale che le fiamme raggiungessero effettivamente la ragazza prima ancora che il fumo avesse potuto stordirla. Però questa era davvero una cattiveria rara, ecco.

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      1. Ago86

        Grazie per la risposta, Lucia.

        La domanda mi era sorta qualche anno fa leggendo un libro del quale non ricordo il titolo, dove si notava (il riferimento era ad un fatto avvenuto nel 1400 nell’attuale Svizzera italiana) che mandare una persona viva sul rogo era qualcosa di inaudito e sconvolgente per l’epoca, ma purtroppo non ho trovato nessun’altra fonte che specifichi qualcosa riguardo tale prassi nel corso dei secoli, per cui ho tenuto la domanda in sospeso.

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    1. Lucia Graziano

      Sì, è “Young Girl”, del 1886. I quadri di Bougererau sono inconfondibili 😂

      Diciamo che se questa aveva preso l’abitudine di andare in giro accusando di furto i compaesani che non c’entravano niente, era solo questione di tempo prima che qualcuno la corcasse di botte. Al di là della strana storia del processo per truffa che, nel suo caso specifico, ha scatenato poi il processo per stregoneria, vien da dire che Bessie stava giocando a un gioco davvero pericoloso. Se si fosse limitata a fare la guaritrice di campagna, secondo me avrebbe avuto buone chance di cavarsela senza irritare nessuno (con un po’ di fortuna, ché in questi casi ci andava sempre)…

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