«E tutti quasi ad un fine tiravano assai crudele, ciò era di schifare […] gli infermi»

La Peste di Firenze, descritta da Boccaccio

L’abbiamo sempre accusata.
L’abbiamo insultata, maledetta, perseguitata, additata come la sadica responsabile della più grande pandemia che abbia mai colpito il mondo intero. Milioni e milioni di vittime, la popolazione decimata fino a ridursi ad un terzo di quella che era prima dell’epidemia: morti, orfani, gesti inumani ed impietosi, tutti causati dalla crudeltà di un piccolo insettino. Certo, un piccolo insettino: la minuscola pulce che infida si annida fra il pelo dei ratti e dei roditori, e che, nel momento in cui si sveglia il mattino con la graziosa idea di scatenare una pandemia, non trova niente di meglio che saltare sulla crapetta di un uomo, morderlo, ed attaccargli la peste.

E poi sono decine, centinaia, migliaia di vittime. E poi ci sono cadaveri accatastati per la strada, e poi c’è odore di morte, e poi c’è solo il silenzio. Silenzio, perché non c’è più nessuno che possa parlare, perché nessun campanaro fa più suonare a lutto le campane delle chiese. E chissà se il campanaro tace perché morto, o per non voler deprimere ulteriormente i pochi superstiti, che si vedono stretti nella morsa crudele della malattia.

E, in tutto ciò, noi l’abbiamo sempre pensato: la pulce, quella maledetta pulce che si chiama Xenopsylla cheopis, se la ride osservando gli uomini cadere l’uno dopo l’altro come foglie. Se la ride, strofinandosi le zampette, con un sorriso compiaciuto sul volto, progettando l’indomani di salpare sulla prima nave in partenza per portare il terribile morbo anche dall’altra parte dell’Europa.

E la Xenopsylla cheopis è stata additata per anni, secoli, come la perfida responsabile, senza cuore, di questa terribile epidemia. Ebbene, non è così! E questo messaggio nasce dall’obbligo morale di riabilitare la memoria e la dignità delle pulci portatrici di peste.

In una pulce non infetta, scrive lo storico John Kelly, autore de "La Peste Nera", il sangue succhiato mediante una puntura della pelle arriva direttamente allo stomaco, saziando la fame. Al contrario, in una pulce infetta, il bacillo si sintalla nella parte anteriore dell’apparato digerente, formando una sorta di blocco. […] Poiché il nutrimento non arriva allo stomaco, la Xenopsylla cheopis, afflitta da fame cronica, continua a mordere incessantemente; inoltre, siccome il sangue non digerito resta nella parte anteriore dell’apparato digerente, la pulce […], ogni volta che punge, per non restare soffocata dal sangue non digerito e ormai infettato dal bacillo della peste, lo vomita nel muovo morso.

Cioè, insomma.
Questa poveretta di una pulce va avanti per non so quanto tempo con i crampi da fame allo stomaco, costretta a vomitare sangue per non restarci soffocata dentro.

Insomma.
Non so se è peggio quello o un sozzo bubbone d’un livido paonazzo, che diamine.

Se un giorno vi prendete la peste bubbonica, prima di lamentarvi per le vostre sofferenze, pensate un attimino a quella povera, piccola, innocente pulce che vi ha vomitato addosso nel disperato tentativo di non morire soffocata nel sangue.

Ecco.

Una Xenopsylla Cheopis. Non appestata. Spero.

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