Alla ricerca del tesoro scomparso

Quando io ero una bambina, volevo fare l’archeologa.
O meglio. In realtà no, io non volevo fare l’archeologa. Ma sapevo che quello dell’archeologa era un mestiere che mia mamma aveva voluto praticare, quando era una bambina, e, allora, per solidarietà familiare, avevo deciso che anch’io avrei dovuto desiderare di diventare un’archeologa.
E, in fin dei conti, visto che sto diventando un’archivista, non ci siamo nemmeno poi allontanati così tanto…

In ogni caso, da bambina volevo fare l’archeologa. Anche se, da quando mi avevano spiegato cosa facesse, in concreto, un’archeologa, ero diventata piuttosto dubbiosa sull’intera faccenda. Un’archeologa – mi avevano raccontato – passa la vita a scavare nel deserto, tutta sudata e sotto il sole cocente, per cercare oggetti sepolti dalla sabbia. E, essendo che io detestavo sabbia, sole, sudore e deserto, non ero più molto sicura di voler fare quel lavoro, da grande.
E poi, soprattutto, mi mancava un requisito fondamentale: cioè, il deserto.
A Torino non esistono deserti.
Io avevo giurato che mai e poi mai mi sarei allontanata da Torino.
Per cui, fare l’archeologa a Torino mi pareva una cosa piuttosto difficile.
E così, mi consolavo facendo l’archeologa quand’ero in vacanza, al mare. La sabbia non mancava, e nemmeno il sole e il sudore, purtroppo: lì si che mi sentivo una vera archeologa!
E, naturalmente, da brava archeologa mi divertivo a rinvenire reperti.

In un primo momento, avevo gloriosamente sperato di ritrovate antichi cocci etruschi nel suolo sabbioso dello stabilimento balneare, ma i miei speranzosi tentativi erano stati tutti delusi sul nascere. Al che, facendo di necessità virtù, provvedevo io stessa a seppellire tesori da dissotterrare: un giorno era una formina per la sabbia, un giorno era il cucchiaino di plastica col quale avevo mangiato il gelato; ricordo che una volta avevo rinvenuto con entusiasmo i mozziconi di sigaretta fumati da mio papà.
Se non che, col passare dei giorni, le mie abilità da archeologa aumentavano esponenzialmente, e rinvenire questi antichi reperti diventava sempre più noioso e monotono. Che senso ha fare una buca, ricoprirla, e poi riscavarla? E’ da idioti!
Così, ho iniziato a complicare il mio mestiere.
Magari scavavo la buca, poi andavo a fare il bagno, e quando tornavo dovevo faticare un po’, per ritrovare il luogo esatto in cui era nascosto il prezioso resto.
Magari scavavo la buca, poi andavo a pranzo, e poi passavo il pomeriggio a divertirmi come una pazza alla ricerca del tesoro nascosto.
Era una vita felice, e il futuro mi sorrideva.

Un giorno – era inizio settembre – la spiaggia era ormai quasi vuota.
Complice il bagnino consenziente, iniziai gioiosamente a scavare buche per tutto lo stabilimento, nascondendoci dentro secchielli, palette, formine, bicchieri di carta, zoccoli da spiaggia di mia mamma, coppette del gelato, schifezze di vario genere.
Poi, dopo un lungo bagno ristoratore, mi misi al lavoro e riportai alla luce il più grande tesoro archeologico mai rinvenuto dalla scoperta della tomba di Tutankamon ad oggi.
Se non che…

Se non che, non mi riuscì di ritrovare il secondo esemplare di un prezioso paio di calzari appartenuto a una matrona romana.
La matrona romana, che incidentalmente era anche mia mamma, seguì con una certa apprensione le mie mosse su e giù per il litorale, stringendo con una certa preoccupazione la sua scarpa sinistra, che avevo già recuperato, e pregando silenziosamente perché saltasse fuori anche la sua scarpa destra.
Ma questo non accadde.
Quando la spiaggia stava per chiudere, mia madre e mio padre persero la pazienza e urlarono che quello zoccolo doveva ben venire fuori: al che, si misero anche loro ginocchioni a scavare con me nel terreno, recuperando una gran quantità di immondizia buttata via da maleducati bagnanti, ma non la scarpa destra di mia mamma.
Impietosito, e anche un po’ divertito dal nostro dramma, accorse in nostro aiuto persino il bagnino, che con un grande rastrello setacciò la sabbia davanti al nostro sdraio; ma fu tutto inutile.
Insomma, mia mamma tornò a casa zoppicando su una scarpa sola, e, da quel momento, mi impedì ufficialmente di tentare mai più la carriera archeologica.

In ogni caso, nonostante i ripetuti tentativi di scavo succedutisi anche nei giorni seguenti, la zoccola di mia mamma dev’essere ancora là, sepolta da qualche parte sotto la sabbia.
Ma io non demordo, e non mi arrendo alla sconfitta.
Domani partirò alla volta del sito archeologico, armata di una buona vanga e di tanta, tanta determinazione.
Spero di potervi salutare, al mio ritorno, sventolando in aria l’ambìto trofeo.
Nel frattempo, in vista di queste mie due settimane di mar… ehm, di duro lavoro, vi saluto tutti, con un grande abbraccio.

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