Personale

La tabellina delle vacanze

Ormai l’ABC l’avevo già fatto: e allora mi tocca passare dalle Lettere all’odiata Matematica…

0, o, algebricamente, – 35, i minuti trascorsi dal nostro arrivo a destinazione allo scoppio del primo incendio. Ad essere precisi, avevamo appena oltrepassato il casello autostradale quando si è quasi schiantato sulla nostra macchina un canadair pieno d’acqua, che volava a quota bassissima.
Cosa non propriamente confortante, visto che, per i successivi trentacinque minuti, abbiamo guidato fra boschi secchi.

1, il numero di bagni che mia mamma è riuscita a farsi prima di essere accerchiata da un intero allevamento di meduse. Roba che c’è da stupirsi se non è andata in shock anafilattico, poveraccia.

2, il numero degli acchiappasogni degli Indiani d’America che abbiamo complessivamente comprato, nel banchetto di oggettistica pellerossa che esponeva ogni sera sul lungomare.
Il primo era destinato a mia zia, grande estimatrice del genere ma non ancora provvista di acchiappasogni – che, come saprete, sono quei pendenti che, secondo il folklore pellerossa, appesi sopra il letto lasciano passare solo i sogni allegri, bloccando e mandando altrove gli incubi.
Ricco com’era di piume e pendagli, però, il dono avrebbe rischiato di sgualcirsi, chiuso in una valigia per quindici giorni. Così, i miei genitori l’hanno attaccato al lampadario sopra il loro letto, e l’hanno lasciato lì. Ad agire.
Fatto sta che mio padre, frequentemente vittima di terrificanti incubi notturni, è sprofondato in notti di sogni sereni e profondi.
Fatto sta che io, che faccio quasi sempre sonni senza sogni, da quella stessa notte ho iniziato a ritrovarmi in situazioni mostruose e angoscianti, con cani mannari che mi inseguivano, piedi mozzati che mi sanguinavano addosso, sotterranei spaventosi che mi inghiottivano, e fantasmi ululanti che mi minacciavano.
Quando, dopo tre notti angosciosamente insonni, siamo ripassati davanti al banchetto di oggettistica pellerossa, più per scherzo che per consolazione i miei genitori hanno regalato anche a me un piccolissimo, modesto, acchiappasogni.
Da quella notte, non ho mai più fatto incubi.

3, i potenti oggetti magici che hanno caratterizzato le mie vacanze.
Sì, perché nel mercatino dell’artigianato sul Lungomare, quest’anno, c’era anche un bel banchetto di scherzosi oggetti magici, tanto per restare in quel clima da Diagon Alley che tanto fa innamorare una fanatica di Harry Potter.


Insomma.
Egli è il mio potente bambolotto vodoo: ché non si può mai sapere, con, in giro, tutti questi Mangiamorte.
E anche voi fate attenzione a non farmi irritare, ché adesso ho un vodoo e non ho paura di usarlo. Toh.

4, il voto che mio padre deve aver avuto in Inglese, per cinque anni, al Liceo.
Il pover’uomo, sulla cui testa pelata si rifrangono in mille scintille i raggi del sole, il primo giorno di vacanza è andato in un negozio e si è preso un bel cappello di paglia, discreto e piuttosto elegante.
Il cappello portava, cucito nel bel mezzo della tesa, un cartellino verde e giallo dai colori sgargianti, che recava la scritta:

The Big Australian Hat
has all round protection
against skin cancer

(Made in China)


Intimamente convinto che si trattasse di una scritta decorativa, questo genio acclarato ha preteso di andarci in giro per tutte le vacanze.

5, i centimetri di girovita persi nell’arco di quindici giorni.
In prima battuta ho iniziato a preoccuparmi seriamente, temendo strani mali incurabili e terminali forme di cancro.
In seconda battuta, mia mamma mi ha invitata a leggere meglio quello che c’era scritto sulla confezione della tisana serale che avevo preso al supermercato, badando solo al fatto che aveva un buon profumo e che era in offerta.
Ebbene, sulla confezione della mia tisana campeggiava la scritta “Tisana Snellente”.
Ammàzzate, se funziona…

6, i passanti sconcertati che mi hanno definitivamente presa per matta, quell’infelice sera in cui sono andata a riciclare la carta indossando una graziosa maglietta di Harry Potter, oculato dono di un’amica che conosce la mia passione.
Sola e sanza alcun sospetto, stavo buttando nel cassonetto anche l’ultimo giornale, quando una voce sconosciuta alle mie spalle ha tuonato: “Hogwarts, Hogwarts, hoggy, warty Hogwarts…”. Il primo verso dell’inno di Hogwarts, la scuola di Harry Potter.
Con una certa inquietudine, mi aggrappo al cassonetto e mi giro. Davanti a me si erge un perfetto sconosciuto, di nazionalità britannica, che indossa la mia stessa maglietta, e che mi scoppia a ridere in faccia.
Ohibò. Sbatto le palpebre un paio di volte, e rispondo per le rime con il secondo verso: “teach us something, please!”.
Il ragazzo sorride, e mi canta il quarto verso. Io rifletto sul fatto che ormai la mia reputazione lho persa, e replico col quinto.
Abbiamo cantato in questa maniera l’intero inno di Hogwarts, per concludere gloriosamente in uno stonatissimo coretto. E poi ognuno se n’è andato per la sua strada, senza nemmeno una parola, come se mettersi a cantare in strada con uno sconosciuto fosse la cosa più naturale del mondo.
J. K. Rowling ha creato una generazione di deficienti a piede libero.

7:59, l’ora che segnavano le lancette del mio orologio quando un pazzo in motosega ha iniziato a segare l’edera nel giardino condominiale. Svegliandomi di botto al mio primo giorno di ferie, mentre io avevo messo in conto di poltrire fino a mezzogiorno.
C’è qualcosa di perverso in tutto ciò.

8, che notoriamente è il numero dell’infinito, la quantità di esplosioni che si sono susseguite nei miei quindici giorni di vacanza, facendo tremare i vetri e increspare la superficie del mare.
Ci dissero che non si trattava di attentati di Al-Qaida, bensì delle esplosioni per costruire un nuovo tunnel sotterraneo per la ferrovia, o non so io che altro.
Fatto sta che la prima esplosione è stata registrata nella mia prima sera di vacanza, quando, sempre sola e sempre sanza alcun sospetto, guardavo in televisione un film di alta tensione che ti faceva sobbalzare a ogni piè sospinto. Nel momento clou della scena più inquietante, il tizio in televisione ha pestato un legnetto secco, e in tutta la mia casa ha rimbombato l’eco di un’esplosione tremenda che ha fatto tremare i vetri e tintinnare il lampadario.
Da cardiopalma.

9, e dico nove, applicazioni di cortisonici, per far tornare a forme vagamente umane la mia povera caviglia, morsicata da non si sa bene quale insetto pericoloso e velenosissimo, e in grado di farle assumere nell’arco di due ore il diametro del mio ginocchio.
Un morso di ragno, una caduta, una puntura di bestia non meglio identificata; il tutto sulla stessa gamba, e nell’arco di sei settimane. Forse ha ragione Star, quando dice che capitano tutte a me. In quest’ottica si spiega anche la perfetta sconosciuta in coda dietro di me per la Comunione alla Messa di Ferragosto, che mi sviene addosso e ha una crisi epilettica sul mio piede. (Sì, sempre lo stesso).

10, le ore di angosciosa attesa in una notte interminabile, dopo che mio padre era partito dal mare in tarda serata per una commissione urgente a Torino. “Quando arrivo ti mando un sms”, aveva annunciato amorevolmente: “così, se per caso dormite già, non vi sveglio con una telefonata”.
Benissimo.
Attendemmo il suo sms fino a tarda notte, e mia mamma fu la prima a crollare, quando già era passata l’una.
Mi sforzai di leggere fino alle due e un quarto nel disperato tentativo di convincermi che magari aveva trovato coda, perché in effetti è pieno di gente che percorre la Torino-Savona, di notte, alle due e un quarto.
Mia mamma si rigirò nel sonno intorno alle quattro meno venti, e, appurato che nessun sms era arrivato, decretò che era meglio non telefonare a mio padre in piena notte. Metti mai che stia ancora guidando.
Io mi svegliai alle cinque e mezza, e, con una nota di vero panico, iniziai a dare veramente per morto il mio amato padre.
Alle sei e venti del mattino, una moglie sull’orlo di una crisi di nervi compose il numero di cellulare di suo marito, pronta a sentirsi rispondere da un sequestratore, o un poliziotto, o un medico, o un becchino. Fu invece accolta da un grugnito assonnato e piuttosto isterico, seguito da una serie di insulti e di “perché diavolo mi svegli a quest’ora del mattino?”.
Perché diavolo non ci hai avvisato che sei vivo, se non sei morto?”, ruggì mia madre di rimando, in tono inequivocabilmente omicida.
“Ma io ho avvisato!”, protestò mio padre cascando dalle nuvole. “Appena arrivato in casa, ho mandato a Lucia un sms!”.
Il mistero di questo sms vagante nell’etere ci perseguitò coralmente fino all’ora di pranzo. Momento in cui mio padre, appena seduto a tavola e finalmente pronto a mangiarsi una bella insalata, appurò dal display del suo cellulare che lo stava chiamando un tal Luciano, memorizzato in rubrica perché anni fa ci aveva aiutato a traslocare il mobilio della vecchia casa di mia nonna.
E fu così che, dopo aver mandato nel panico moglie e figlia, mio padre si dovette sorbire cinque minuti di insulti da parte di un energumeno rabbioso, che non riusciva a capire chi fosse quel deficiente che a mezzanotte e mezza gli mandava un sms con tanti baci affettuosi, e un abbraccio speciale per sua madre.

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