Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] Parenti serpenti

Il povero Etelberto, come ho già scritto precedentemente, c’è rimasto secco per essere andato a cena dalla suocera. Non so fino a che punto quel poveraccio possa apparire ai vostri occhi un esempio incoraggiante, ma potete comunque pensare a lui tutte le volte che state per conoscere i genitori della vostra fidanzatina e ve la fate sotto dalla paura.
Giustamente, però, la mia amica Meli ha protestato: e che ne sarà di quelle fanciulle che devono presentarsi alla famiglia del ragazzo? Forse che questa Chiesa maschilista non le tutela?
Tutt’altro, signori e signori: anzi, vedersi piovere addosso una suocera insopportabile vuol dire essere già a metà strada verso il Paradiso. E così, grazie alla figura della povera Elisabetta d’Ungheria, quest’oggi la rubrica “Ma che santa donna!” si arricchisce di un utile e pratico vademecum per tutte le mie lettrici:

Come diventare Sante grazie alle beghe familiari,
in poche e facili mosse

Prima fase: prendi l’impegno solenne di sposarti col tuo fidanzatino dell’asilo. Santa Elisabetta, povera donna, lo fece.
O per meglio dire, lo fece per lei il re suo padre, Andrea II d’Ungheria: Elisabetta non aveva nemmeno quattro anni, quando le fu comunicato che avrebbe dovuto sposare un certo Ludovico principe di Turingia.
E le era già andato bene, in fin dei conti: Ludovico aveva solo sette anni in più di lei, e non settanta.Seconda fase: fidànzati col figlio di Pininfarina, se tuo padre è un metalmeccanico in cassa integrazione.
D’accordo, a questo punto il re d’Ungheria si starà rivoltando nella tomba, ma la situazione, terra a terra, era più o meno questa. Nel 1211, anno in cui viene stipulato il contratto di matrimonio, la Turingia è un regno potente e del tutto invidiabile; l’Ungheria è un regnucolo francamente insignificante, e che peggiorerà ulteriormente la sua situazione negli anni a venire.
Non si capisce bene il motivo per cui i re di Turingia abbiano avuto, un bel giorno, la geniale idea di imparentarsi con i re d’Ungheria; quel che è certo è che, a un certo punto, si sono resi conto di aver fatto una immane cavolata.

Terza fase: vai a mendicare a casa Pininfarina, dicendo che ti manda tuo padre.
In effetti, il contratto di matrimonio era già stato sottoscritto e l’impegno era già stato preso. A questo punto, re Andrea era ben determinato a concludere il tutto piuttosto in fretta: e così la povera Elisabetta fu costretta a trasferirsi nella casa del fidanzatino, quando aveva appena cinque anni. “In questo modo imparerà a comportarsi secondo la vostra etichetta”, aveva spiegato papà Andrea ai perplessi re di Turingia, “e poi farà amicizia col suo futuro sposo”.
E così Elisabetta aveva tristemente traslocato in Turingia, rinunciando all’affetto dei suoi familiari per cominciare a star sulle croste della suocera.

Quarta fase: ostinandoti fermamente a sposare Pininfarina anche se a tuo padre non hanno rinnovato il contratto, comincia a dar di matto nelle occasioni ufficiali. Tipo toglierti la corona regia quando passi davanti a un crocifisso in una Messa solenne, o rifiutarti di indossare abiti sontuosi perché vuoi essere più vicina ai poveri.
Il tocco di genio sarà quello di presentarti con un abito da porcaia davanti alla delegazione di ambasciatori ungheresi, mandati in Turingia da tuo padre per controllare che la tua nuova famiglia ti tratti bene.

Quinta fase: fai trovare a tuo marito un altro uomo nel suo letto.
Il suo migliore amico e testimone di nozze, potrebbe essere una soluzione interessante; qualora tu voglia andare più sul mistico, può andar bene anche un lebbroso. Il primo lebbroso che raccatti per strada andando in giro vestita da porcara oltre le mura del tuo castello, insomma: quando ne troverai uno e ti si spezzerà il cuore al pensiero di lasciarlo a patire sul suo misero giaciglio, lo condurrai con te a palazzo e lo farai riposare nel tuo letto coniugale.
Tornando a casa dopo una battuta di caccia, tuo marito sarà sicuramente entusiasta di trovare un lebbroso che agonizza sul suo cuscino.

Sesta fase: progetta una gravidanza nel momento in cui iniziano a farsi sentire i venti di guerra, e ignora il trascurabile dettaglio che tutta la corte a parte tuo marito congiuri per toglierti dai piedi. Se sei particolarmente fortunata – e Santa Elisabetta lo era – sarai piegata in due dalle doglie del parto nel momento in cui arriverà a palazzo la notizia che tuo marito è morto in combattimento.
Se sei ancor più fortunata, il trono vacante passerà immediatamente a tuo cognato, che prova nei tuoi confronti un amichevole odio assassino.
Se sei così fortunata da dover diventare Santa, tuo cognato ti caccerà da palazzo subito dopo il parto, appropriandosi dei tuoi averi e disinteressandosi completamente di te e dei tuoi figli.

Se c’è la santità nel tuo destino, tuo cognato impedirà a tutti i suoi sudditi di aiutarti, sfamarti, o darti un posto in cui dormire. Trascorrerai lunghe notti nascondendoti in una stalla assieme ai maiali, e inizierai a filare, a tessere, a mendicare come il più povero fra i poveri, per sostenere te e la tua bambina neonata. Da regina diventerai accattona, e dai lussi della corte nei quali eri cresciuta passerai al gelo e allo squallore dell’inverno nevoso; solo dopo mesi e mesi, tu, principessa d’Ungheria e regina di Turingia, troverai asilo presso il monastero di Kitzingen, e solo allora gusterai finalmente la pace per quel che resta della tua breve vita. Morirai infatti giovanissima, il 17 novembre 1231, ad appena ventiquattro anni.

E ora dico a voi, gentili lettrici, che avete appena smesso di infilzare gli spilloni nel bambolotto vudù che assomiglia tanto a vostra suocera.
Sì, dico proprio a voi, vasta schiera di spose disperate che maledicono il giorno in cui hanno sposato il proprio marito, perché assieme a lui hanno acquistato anche un branco di ingestibili parenti idioti.
Parlo proprio con voi, che prendereste volentieri a pugni la nonna dei vostri figli, e alla primogenita insegnerete di sposare solo ragazzi orfani e senza fratello alcuno.
Beh, pensate a Santa Elisabetta d
’Ungheria, la prossima volta che i parenti risveglieranno in voi istinti assassini. Ve lo assicuro: è terapeutico.
Pensate a Santa Elisabetta, vi dico, e sorridete.
Tutto sommato, poteva ancora andarvi peggio.

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