Pillole di Storia · Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] La madre della sposa

Il veneratissimo Sant’Etelberto, poveraccio, c’ha tutte le sfortune di questo mondo. Oltre ad aver fatto una fine alquanto miserevole, ha avuto anche la jella di morire il 20 maggio – proprio nel giorno in cui c’è stato il passaggio alla Tv digitale in Piemonte. E così, la sottoscritta, che aveva preparato da tempo un post sulla figura di questo povero Santo, ha ceduto alla tentazione di mettersi a insultare la Rai, e si è dimenticata di commemorare la sua memoria.
Jella più, jella meno, direi che il povero Etelberto possiamo commemorarlo anche oggi, con due giorni di ritardo sul calendario liturgico. Ed allora, per la rubrica

Ma che sant’uomo!

ovverosia
tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che men che meno avreste osato chiedere
,

ecco a voi la storia di Etelberto, il Santo che morì nella situazione più pericolosa in assoluto, nella vita di un uomo: andare a pranzo dalla suocera.


Meglio non indagare sulle cause per cui, in Gran Bretagna, il 90% dei re inglesi è unanimemente venerato come Santo dalla popolazione. Del resto, la popolazione inglese di fede anglicana sta per riconoscere come Capo Supremo della sua Chiesa un tizio che aveva come massima ambizione quella di diventare il tampax della sua amante, quindi mi sembra di poter affermare piuttosto serenamente che i cristiani d’Oltremanica hanno sempre avuto una certa fissazione, per conciliare la vita religiosa e  la vita pubblica dei regnanti.
Sant’Etelberto, re dell’Anglia Orientale, non è sfuggito alla regola.Il giovane Etelberto, figlio di re Etelredo, aveva ereditato il trono paterno nel 779, quand’era poco più che un infante.
Essere re dell’Anglia Orientale, ai tempi di Etelberto, non era cosa da niente: a partire dal 616, dopo la vittoria sul sovrano di Northumbria, la florida regione inglese era diventata uno dei regni più influenti dell’intera isola. Era solo nell’arco degli ultimi anni, che il potere militare del monarca era andato gradualmente indebolendosi: già tre volte, nell’arco di una sola generazione, i vicini Merciani erano scesi in campo contro le truppe dell’Anglia. E già tre volte, nell’arco di una sola generazione, le truppe dell’Anglia avevano combattuto, ed erano state sconfitte.

Regnava sulla Mercia, ai tempi di Etelberto, il potente re Offa, a tutt’oggi considerato uno dei più potenti e abili sovrani inglesi. Oltre ad aver inventato il penny, oltre ad aver costruito il Vallo di Offa, oltre ad aver conquistato una considerevole parte delle isole britanniche, Offa aveva anche cercato di farsi amico Carlo Magno. E se, in un primo momento, ci era anche riuscito, nell’Anno del Signore 789 era incorso in una gaffe colossale, destinata a compromettere definitivamente ogni rapporto diplomatico presente e futuro: quando Carlo Magno aveva proposto di far sposare uno dei suoi figli con la figlia di Offa, Offa gli aveva dato picche. E, peggio ancora, aveva preteso di far sposare uno dei suoi figli maschi con una delle figlie femmine di Carlo Magno: il che, al futuro Imperatore del Sacro Romano Impero, era apparso un oltraggio gravissimo. Nell’arco di poche settimane, il buon Carlo aveva vietato ai suoi sudditi qualsiasi forma di commercio con l’Inghilterra; e, come se non bastasse, aveva preso ad accogliere nella sua corte tutti i nemici di Offa, esiliati dalla Mercia per congiura.

A farne le spese furono gli eredi di Offa: ché, quando i congiuratori tornarono in Mercia per congiurare, il buon Offa era già morto.
Ma, nell’immediato, a farne le spese fu soprattutto la povera Alfreda, che era la figlia femmina di re Offa: Carlo Magno la desiderava come nuora, e invece la poveretta era rimasta zitella. Per colpa di suo padre.

Quella di Alfreda, riconosciamolo, era una situazione non facile. La poveretta si vedeva già madre affettuosa, e sposa fedele, e invece si era ritrovata lì, sola come una deficiente, stringendo in mano un pugno di mosche.
Poraccia, piangeva da mattina a sera.
E il giovane Etelberto – il re dell’Anglia Orientale, quello che è diventato Santo – se n’era accorto.

Etelberto, che all’epoca aveva appena sedici anni, aveva provato compassione per quella povera e innocente ragazzina.
E oltre alla compassione, intendiamoci, aveva provato anche qualcos’altro: la giovane Alfreda era davvero simpatica e carina, e Etelberto aveva pensato che sarebbe davvero molto dilettevole, sposarla.
Ed anche utile, se è per quello: le corone di Anglia e di Mercia si sarebbero finalmente unite, e le truppe di Offa avrebbero smesso una buona volta di premere sui confini.

Etelberto, innamorato come solo un sedicenne può esserlo, sognava Alfreda ogni notte.
Alfreda, dicevano voci di corridoio, era assolutamente entusiasta al pensiero di sposare quel baldante giovanotto.
Re Offa, come si evinceva da una serie di ambascerie, era più che favorevole all’unione dei due Stati.
Il 20 maggio del 794, con il cuore che gli batteva forte forte e con la mente piena di speranze, il giovane Etelberto aveva raggiunto la reggia di re Offa, aveva ripassato mentalmente tutte le carinerie da fare per risultar simpatico ai genitori della sua ragazza, e aveva suonato al citofono.

Era stato un grande successo, un successo enorme, quello di quella sera.
Alfreda era oggettivamente bellissima, e sembrava molto intenzionata a diventare una brava mogliettina.
Offa era un sovrano lungimirante, e si era mostrato più che favorevole a scendere a patti con Etelberto.
La signora Cwendreda, madre della sposa, era sembrata molto più diffidente, ma del resto a Etelberto era stato spiegato che tutte le mamme sono un po’ gelose della propria figlia.
E così, tutto gasato per il palese e dirompente successo, Etelberto era andato a letto con un gran sorriso stampato sulle labbra, quella sera.

Solo che Cwendreda, francamente, era un po’ più possessiva della mamma-media. Adducendo come scusa il fatto che, morto il re dell’Anglia, per il suo consorte Offa sarebbe stato un gioco da ragazzi conquistare il regno vicino e ampliare così il suo potere, Cwendreda aspettò che Etelberto fosse andato a dormire, e poi ordinò di chiamare una guardia.
E quindi fece imprigionare Etelberto in un sotterraneo; e poi lo decapitò; e poi ne gettò il corpo in fiume; e infine prese a calci la testa del defunto, ridacchiando: “tiè! E tu volevi sposarti mia figlia!”.

La povera Alfreda, dopo aver visto suo padre oltraggiare il fidanzato numero uno, e dopo aver visto sua madre prendere a calci il cranio sanguinolento del fidanzato numero due, ebbe comprensibilmente di che risentirsi. Vagamente seccata, scappò di casa e pensò bene di farsi suora – ché tanto, ormai era piuttosto evidente che il matrimonio, decisamente, non era cosa.
Morì quarant’anni più tardi, e successivamente fu proclamata Santa. Proprio come fu proclamato Santo il povero Etelberto, che qualcuno definisce un “martire della giustizia” (?), assassinato “per testimonianza di carità eroiche”.

Eroicamente o meno, ad ogni modo, fu proprio così che morì il povero Etelberto.
E allora ricordatevi di lui, miei cari e affezionati lettori, nel giorno in cui la vostra ragazza deciderà di presentarvi ufficialmente ai suoi genitori, e voi ve la starete facendo sotto per l’agitazione.
State sereni: da oggi, sapere di avere un Santo a cui votarvi.
E soprattutto, cercate di vedere il lato positivo delle cose: male che vada, vostra suocera vi decapiterà e userà la vostra testa come pallone da calcio.
Ma se fino a quel momento avevate fatto i bravi, c’è sempre una pur remota possibilità da prendere in considerazione. Fra mille e seicento anni, potreste diventare famosi su un blog al grido di “Ma che sant’uomo!”.

 

10 thoughts on “[Ma che sant’uomo!] La madre della sposa

  1. Mmm e narrazioni educative per giovani fanciulle sulla famiglia del “moroso”?Non c’è nulla, mio piccolo pozzo di sapere? =)

    Bacioni

    Meli

  2. Lon: in effetti… :-P

    Meli: uhm… sì, effettivamente sì: c’è Santa Elisabetta d’Ungheria – adesso ne scrivo :P

    (N.B. “moroso” – a pro’ dei lettori al di sotto della linea Massa-Senigallia – non è quello che non ti paga l’affitto: è il fidanzatino padano :P
    Già a me, che pure dico “murus” parlando in Piemontese, suona sempre un po’ strano sentir(te)lo usare in Italiano corrente; un calabrese che passa di qui e legge il tuo commento, secondo me non capisce proprio :P)

  3. “N.B. “moroso” – a pro’ dei lettori al di sotto della linea Massa-Senigallia – non è quello che non ti paga l’affitto: è il fidanzatino padano :P ”

    Eh, eh :-)
    Chissà come io lo sapevo eppure sono campana (non quella che suona però ;-)

    Aerie

  4. Ma allora son scemi i ragazzi del Centro-Sud che vengono all’Università con me: una volta avevo usato per scherzare il termine “morosetta”, e quelli mi han guardata come se stessi parlando in Cinese… O.o

    O magari siete voi ad essere dei geniali poliglotti :P

  5. Lucia, la seconda direi :P

    Poi dipende eh… se consideri centrosud tutto quello che sta sotto l’emilia(stile: sotto bergamo tutti terroni!) o altro, in ogni caso io finisco ingiustamente sempre nel sud, dai libri di geografia alle circoscrizioni elettorali, al contrario del Lazio che lo mettono bellamente nel centro O_O

  6. E dai, Lucy, hai studiato Medioevo . . . Il Sud comincia al Tronto, confine naturale per un sacco di anni! (Ancora adesso per dire "Abruzzesi" qua, nella Citta sulla Costa, si dice "quelli di là di Tronto"!). 

    Comunque, quaggiù, il Moroso si chiama "lo spöso" e la Morosa è la "Spösa" . . . il periodo di fidanzamento "fare l'ammore" . . .  la qual cosa (tutte tre, in verità) mi sconcertava i primi tempi . . . del tipo, sentire la futuracognata che diceva , davanti atutti, suoceri e figli o nipoti"prima di sposarci, con F abbiamo fatto l'ammore per 5 anni!" e io, giovane 22enne arrivata da sotto le Orobie, pensavo: "Gasp! e lo dice così,davanti a tutti?" 

    Ciao, R

  7. Ma ancora adesso, a volte capita che, per certe frasi, poi si passi del tempo a spiegarsi . . . metti il verbo (dialettale in tutti i casi) "menare", qui indica "picchiare", dalle parti mie indica "girare"!

    Mi piace l'idea che l'imbuto in bergamasca si chiama "pedriol" e qui, l'imbuto grosso, di legno, che si usava per versare il latte è "petriola"  . . . e se noi attacchiamo al camino "ol stignat" per la polenta . . . qui, il pentolone attaccato al camino ( non solo per la polenta) è "lo stagnato" !

    Mi dilungo sempre, lo so! 

    Baci, R (e vado via)

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