Pillole di Storia

[Pillole di Storia] La chiesa e il cioccolato

Come tutti sanno, liquidum non frangit.
Ovverosia, le bevande non spezzano il digiuno ecclesiastico: se il Venerdì Santo ti vien voglia di una bella pizza rinforzata, forse forse sarebbe meglio cercar di trattenersi; ma se hai sete e vuoi berti un bicchier d’acqua… non c’è assolutamente alcun problema.
Gli uomini di Chiesa, non essendo dei cretini, hanno da sempre approfittato di questa “concessione”, per sopportare al meglio i giorni di digiuno. Se liquidum non frangit e io devo comunque lavorare, tanto vale bere un liquido un poco energizzante. Così non vado in ipoglicemia mentre sto spaccando legna, voglio dire.
Nel Medio Evo, ad esempio, i monaci hanno incominciato a produrre birra rinforzata, per sopportare al meglio il tempo di digiuno. Avete presente le birre forti (quelle scure, più corpose)? Bene: sono state inventate come bevanda ipercalorica, per consentire ai monaci di digiunare senza indebolirsi troppo. Niente pasti luculliani, nei giorni di digiuno, ma liquidum non frangit: con un sorso di birra non spezzi il tuo digiuno, e nel contempo immagazzini le energie.

Per tutto il Medio Evo, insomma, era perfettamente chiaro, quali nutrienti fosse consentito assumere, nei giorni di digiuno. Una vera e propria mappa mentale di tutti i cibi leciti, che abbracciava ogni singola sostanza commestibile presente sul mondo conosciuto (con dispute teologiche anche molto affascinanti, tipo: indubbiamente la carne è vietata, durante la Quaresima, e si mangia il pesce; ma i castori, che son mammiferi, e che nuotano nell’acqua, van considerati carne, o pesce?). (Sventuratamente, non credo si sia mai giunti a una risposta univoca).

Ma tutt’un tratto, arriva il 1492. Finisce il Medio Evo, comincia l’Età Moderna, Colombo scopre l’America…
… e in America, effettivamente, scopre un sacco di cibi nuovi, che pongono inedite domande ai religiosi del Cinquecento. Quei nuovi cibi strani che arrivan dall’America, cosa sono? Come bisogna rapportarsi a questi cibi, nei giorni di digiuno?
Vediamo un po’…

Patate. Sono un cibo. Spezzano il digiuno.
Pomodori. Sono un cibo. Spezzano il digiuno.
Mais. Senz’altro cibo. Spezza il digiuno.
Cioccolata. Cibo. Spezza il dig…

Lo spezza?
Ne siamo certi?
Se pensiamo ai nostri Magnum Algida, la risposta ci sembra più che ovvia: certamente sì, una torta alla Nutella è un cibo.
Ma a fine Cinquecento, quando il cacao cominciava a diffondersi in tutto il Vecchio Mondo, non esistevano ancora le barrette di cioccolato. Il cacao veniva consumato liquido, a mo’ di cioccolata calda (o meglio ancora: era una specie di tisana ai semi di cacao)… e quindi: è un cibo, o un liquido?

La questione non è da poco: la moda europea ha trasformato il cioccolato in una splendida bevanda, ma gli Indios, nelle Americhe, consumano il cacao come un vero e proprio cibo. Dunque la cioccolata è una bevanda, ma ha come ingrediente principale il cacao, che a quanto pare è un alimento… cosa deve fare, a questo punto, un buon cristiano? È moralmente lecito, bere cioccolata nei giorni di digiuno, o è meglio accontentarsi delle birre forti dei frati medievali?

Non prendetemi per scema: il problema si è posto per davvero. Tant’è vero che, nel 1636, l’erudito spagnolo Antonio de Léon Pinelo pubblica un corposo studio in 238 pagine, circa l’annosa Questione morale se il cioccolato rompa il digiuno ecclesiastico.
La risposta è “no”, a detta di Pinelo (nato e cresciuto in America Latina, e quindi persona informata sui fatti): la cioccolata liquida è senz’altro una bevanda, e quindi il suo consumo in modica quantità (precisamente, mezza oncia) non infrange la regola del digiuno, nemmeno nei giorni di Quaresima.
Però ne fa perdere il merito ascetico, aggiunge Pinelo un po’ prudentemente: il cioccolato è talmente buono, che berlo è una lieve debolezza…

Juan De Cardenas, dal canto suo, è invece contrario all’assunzione: i suoi studi medici lo portano a sostenere che il cioccolato sia proprio un alimento, sebbene in forma liquida – l’evidenza dei fatti dimostra che il cacao è molto nutriente. Troppo, per essere “bevanda”.
Sulla questione si riflette anche il tipico contrasto secolare tra gesuiti e domenicani: molto possibilisti i primi; molto rigidi i secondi. Il cardinal Francesco Maria Brancaccio, a fine Seicento, si sbilancia a favore del dolcissimo cacao; subito viene rintuzzato da agostiniani e frati di San Domenico, che invitano anzi ad astenersi in toto: se non per mortificazione, lo si faccia almeno perché la cioccolata è troppo cara. Coi soldi risparmiati, si faccia un po’ di carità: evitare lussi inutili è proprio il minimo, in tempo di Quaresima…
Ribatte un gesuita, con un cavillo… piuttosto gesuitico: gli Indios in America usano il cacao come vero e proprio cibo; ma allora, perché si mandano in America gli schiavi neri che vengono dall’Africa? Evidentemente gli Indios non hanno le forze sufficienti per lavorare essi stessi, e dunque sono deboli, e dunque il cioccolato non è poi così nutriente per davvero
… insomma, la polemica si è incartata nei cavilli, e per fortuna è ai suoi ultimi sprazzi: di lì a qualche tempo, la questione annosa sarà accantonata a favore di tematiche più urgenti…
… e insomma: agite secondo coscienza, se vi vien voglia di farvi un Ciobar nei giorni di digiuno.
 

***


Noi, a Torino, siamo molto più pragmatici.
Noi, a Torino, il cioccolato lo mangiamo – lo mangiamo eccome!
E lo mangiamo in tutte le salse: amaro, fondente, in tavolette, in tazza, mescolato alle nocciole… e in effetti, lo mescoliamo anche al caffè. Il famosissimo bicerin (che non è un liquore, come credete voi stranieri), è una storica, prelibata, imperdibile bevanda calda e analcolica, propria di Torino. Gli ingredienti sono semplici, come per tutte le cose buone: puro cioccolato fatto in casa, caffè caldo, crema al fiordilatte. La ricetta è rigorosamente riservata (i baristi addetti alla produzione del bicerin sono tenuti al segreto per contratto – no, non sto scherzando), ma il risultato è delizioso: una bevanda calda e energizzante, servita in grandi bicchieri trasparenti, accompagnata da quattordici tipi differenti di biscotto… insomma, una colazione indimenticabile! Lo zabaione sarà anche buono, ma il bicerin è la vera specialità imperdibile…

Solo che il bicerin non lo si trova, in Piazza San Carlo, dove ci siamo soffermati in questa nostra visita virtuale. Il bicerin lo si trova in uno storico caffè di Torino – il Bicerin, appunto – collocato in Piazza della Consolata.
La Consolata è Lei – andate qui per (ri)-leggerne la storia.
Piazza della Consolata è la piazzetta di Torino in cui sorge la sua chiesa, nel punto in cui Jean Ravais, il cieco di Briançon, ritrovò miracolosamente il quadro.
E davanti alla Consolata, bello e frequentatissimo… sorge appunto il celebre caffè. Il caffè del Bicerin.

Sarà un caso?
No, ovviamente non è un caso, altrimenti non sarei qui a scriver queste righe. E soprattutto, non avrei perso tempo con lo sproloquio sul cacao, se non fosse stato necessario: essì, perché a Torino si era convinti che il cioccolato si potesse bere, anche nei giorni di Quaresima, senza rompere il digiuno; e visti i presupposti…
… visti i presupposti – voglio dire – era più che logica questa geniale idea: aprire un caffè in piazza della Consolata (e cioè di fronte al santuario più importante di Torino), per fornire una bevanda energizzante ai fedeli che uscivano da Messa.
Da lì in poi, è storia culinaria: qualche sperimentazione ardita, e poi l’idea di mescolare il caffè, il latte, e il cioccolato… ci vuole veramente poco, prima che il bicerin diventi un mito.
Peraltro, la collocazione del locale era perfetta in ogni caso, e in qualsiasi periodo dell’anno: la miscela deliziosa era il sostegno ideale per chi usciva a digiuno dalla chiesa, dopo aver assistito alla Messa mattutina… e quindi aveva un bisogno urgente di caffè, per cominciare a carburare, oltre che di zuccheri e di dolci, per un poco di energia immediata. E non vi par forse che sia una cosa molto adatta a questo scopo, una miscela deliziosa di caffè, con crema al latte e cioccolato, condita da dolcetti?

Insomma: è una vera pacchia, esser cattolici a Torino. Abbiamo un sacco di bellissime tradizioni. Tipo questa.
E anche voi, se volete, seguite il mio consiglio: prendetela come una nota di folklore!
Venite a Torino. Andate a Messa. E poi fate una ricca colazione, con una buona tazza di bicerin fumante: avrete appena rivissuto una Tipica Domenica Sabauda, nella sua Versione Gustosasmente Ottocentesca.
Se voi foste miei ospiti a Torino, vi consiglierei proprio così.
Ma purtroppo il bicerin è una cosa talmente buona, che una degustazione virtuale non basta, per rendere l’idea…

11 thoughts on “[Pillole di Storia] La chiesa e il cioccolato

  1. Comunque la ricetta su internet si trova, se sia buono uguale… non credo.

    Bene bene, la prossima quaresima convinco i miei a bere solo ciobar

    Daniele

  2. Cara Lucyette, sei grande, questo post sul bicerin è un capolavoro!Qualcuno mi aveva già chiarito che le bevande in Quaresima non rompono il digiuno.Sinceramente troverei poco serio fare penitenza evitando la braciola e poi sorbirsi un bel bicchiere di cioccolata!Pure i frati , poi, dalli con la birra ! Si vede che ai tempi non usava l'alcool test! Sarebbe comodo digiunare e rimpinzarsi di birra scura al doppio malto: una vera sofferenza !!Ciao e grazie di questi gustosissimi post. Che voglia di cioccolata mi hai fatto venire…Ornella 

  3. Daniele: sì, in realtà il bicerin si trova anche in molti altri bar di Torino, in tante varianti diverse che comunque sono molto simili a quella "ufficiale"… però quella di piazza della Consolata è veramente unica :-DOrnella, io concordo con te e trovo che sia piuttosto folle, digiunare, se poi vai a berti cioccolata calda e tè e così via dicendo… però, a parziale giustificazione dei Medievali, credo che loro prendessero il digiuno molto più sul serio. Non ne sono certissima, ma credo che, almeno nei monasteri, digiunassero per tutta la Quaresima, (ovviamente nella forma di "unico piccolo pasto da consumare nell'arco di una giornata")… quindi effettivamente è anche comprensibile, che si siano inventati una birra forte, per tirare avanti! Quaranta giorni di questo regime alimentare, in effetti, devono essere pesanti…(Più che altro, sto cercando di immaginare questi monaci completamente a digiuno che vanno avanti a scolarsi boccali di birra forte… :-S)Aerie, Stella: evvai! :-DLo ammetto: questi post mi sono stati commissionati dal Comune di Torino, che voleva attirare nuovi turisti :-PPPChiara, e perché no? :-D In effetti, sospetto che mangiassero più o meno qualsiasi cosa fosse commestibile… ;-)

  4. Diavolo! Avessi saputo dell'esistenza del Bicerin quando sono stata in gita a Torino con la scuola… mannaggia, chissà quando mi ricapita adesso. Però cavolo, mi hai messo così tanta voglia di assaggiarlo che partirei alla volta di Torino seduta stante…

  5. Cominciamo con il dire che il digiuno l'ho sempre considerata una presa per i fondelli. Innanzi tutto perché non è non mangiando qualcosa che alla fine ottieni il Paradiso, ma sono ben altre le cose che dovrebbero contare per un buon cristiano. E poi, essenzialmente perché le cose imposte non servono mai a niente, fuguriamoci in 'sto caso – come i tuoi esempi hanno appunto dimostrato.Quindi, a prescindere dal fatto che se una persona mi viene a rompere con la storia del digiuno, oltre a mandarla male di mio, posso appellarmi a questi illustri esempi che una studiosa di storia medievale non deve solo conoscere, ma anche applicare per amor di storia, una considerazione mi viene da fare: il mondo, come si gira e si volta, non cambia. Perché, certamente, la questione della cioccolata se è bevanda o meno, è importante. No, fondamentale. Tutte le guerre che c'erano nel Seicento, la gente che, come al solito, moriva di fame, di carestie, di peste e quant'altro… effettivamente, dietro una simile domanda esistenziale, cadono e perdono importanza.E alla fine, anche oggi, a ben vedere, le cose non sono affatto cambiate.Sì, son filosofica stasera!

  6. Nanochan non ha tutti i torti anzi :P

    Io interpreto il digiuno a mio modo: cerco di rinunciare a qualcosa a cui tengo, anche una piccola cosa, se va bene meglio, se nn va amen, tra le tante cose penso sia il peccato minore proprio

    Daniele

  7. Be' con i fraticelli  medioevali abbiamo un po'  scherzato: immagino che con una bella birra scura si possa fare penitenza in perfetta…letizia !Tuttavia non sarei così drastica come  Nachocan che rifiuta in toto l'idea del digiuno. Anche in altre religioni- credenze l'astenersi dal cibo è considerata una via per avvicinarsi al divino, come se il corpo, privo del nutrimento abbondante, affinasse la sua sensibilità al mondo non visibile. Per i  cristiani credo, c'è qualcosa di più. Anche Gesù ha digiunato prima di iniziare a predicare, e nella Bibbia, nel pericolo si prega e si digiuna prima di affrontare i nemici .Carissimi saluti a tutti Ornella 

  8. Si mormora che, alla morte di Pio VII, il cardinare Sala, da gran parte degli altri cardinali inizialmente scelto (Spirito Santo a parte) per succedere sul trono pontificio, si vide strappar di mano la tiara proprio a causa di una tazza di cioccolato. Doh.Si continua a mormorare, infatti, che in piena ondata di austerità e richiamo all'intransigenza da parte della Chiesa, il suddetto cardinale osò, durante uno dei tempora d'autunno (il 17 settembre del 1823), stando ad un paio di testimoni, consumare una tazza di cioccolato (probabilmente era dello stesso parere del tuo Pinelo). Il sostegno gli fu prontamente tolto ed i voti passarono a terzi.Bell'aneddoto che mi hai fatto venir in mente u.uSul bicerin, che dire?Leggendo questo blog si ha, ormai, una lista di pietanze da provare. Io i nomi  le eventuali ricette le segno, eh. Difficile pescare però qualcuno tanto paziente da poi metterle in pratica… u.u

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