La coperta per Gesù Bambino

“Ha freddo”.
Lo disse quasi in tono acido, tenendo gli occhi puntati sul bambino che dormiva nella mangiatoia. Semi affondato nella paglia sporca, il neonato era leggermente livido per il pianto, per il freddo, e per quella congestione tipica dei bambini che sono appena venuti al mondo.
Guardò il bambino, che passava le sue prime ore di vita in una stalla puzzolente in condivisione con mucche e asini, e poi fissò la madre.
La fissò a lungo, con aria critica.

Esaminò i lineamenti delicati di quel volto ancora giovane: ispezionò con la vista il suo incarnato, le sue mani, i suoi vestiti; tutto. Al di là dell’aspetto concreto della ragazza, c’era qualcosa in lei che la faceva sembrare innaturalmente splendida: e quella bellezza, se possibile, infastidì ancor di più la anziana donna di Betlemme.
Spostò lo sguardo dalla madre (che era giovane, certo: ma lei, alla sua età, non era mica così stupida!) e lanciò un’occhiata al bambino, nella mangiatoia. Poi tornò a fissare la ragazza, scosse il capo con aria critica, e ripeté la sua osservazione. “Ha freddo”.

La ragazza portò gli occhi su di lei, e poi sul bimbo. La sua espressione di quieta gioia mutò rapidamente in uno sguardo preoccupato e un poco incerto. Guardò il bambino, che comunque dormicchiava quietamente, e si morse le labbra, mentre un’espressione colpevole le rabbuiava il volto. “Io…”. Tornò a guardare la vecchia e sentì quasi il bisogno di giustificarsi: “non era previsto che nascesse qua; non abbiamo molto, con cui…”.
“Si è notato”, commentò la vecchia, acidamente. Guardò negli occhi la ragazza e si domandò come facessero queste nuove generazioni ad essere così incoscienti e stupide: partorire in una grotta, in mezzo agli escrementi degli animali, senza un minimo di responsabilità, come se tutto fosse un gioco, e…
“Ehi, aspetta!”. La ragazzina lanciò uno sguardo di infinito amore al neonato che mugolava nella paglia, e con un gesto veloce si levò il velo. Lunghe onde di capelli corvini caddero a incorniciarne il volto, mentre la ragazza si protendeva verso il bambino in fasce e lo avvolgeva nella stoffa leggera. Con la punta delle dita gli accarezzò la guancia e sussurrò, pianissimo: “adesso va meglio, piccolo?”.
La vecchia si morse la lingua per tacere, ma fu tutto inutile. “Ma non credo proprio che adesso vada un granché meglio”, sbottò con l’esasperazione incredula di quelle vecchiette che sanno che loro saprebbero fare tutto mille volte meglio; a prescindere. “I bambini appena nati devono stare al caldo, sotto stoffe pesanti, non sono abituati a queste temperature basse; e lasciare un neonato seminudo coperto solo da un pezzo di stoffa, con questo tempo, potrebbe portare a conseguenze gravi, o addirittura…”.
Ossignore”. La ragazzina era sbiancata; aveva guardato prima il figlio e poi la vecchia, con gli occhi sgranati per la paura. Ci fu un momento in cui la ragazza si dibatté visibilmente nell’agitazione, e la vecchia ebbe la certezza di essere di fronte a una madre degenere, e anche delle più idiote: non si può far nascere un bambino così, e trattarlo così, come se fosse un bambolotto; probabilmente, a quella stupida non gliene importava nemmeno della sorte di suo figlio, e…
I miei capelli!”.
La vecchia fissò la ragazza, inorridita: adesso si metteva pure a pensare ai suoi capelli?
Posso tagliarmeli!”, esclamò la fanciulla, propositiva. “Posso tagliarmeli, e… buona donna, voi non sareste disposta a filare per me una copertina per il neonato, con i miei capelli? Vi ripagheremo, naturalmente: mio marito cercherà qualche lavoretto, e nell’arco di pochi giorni potremo…”. Ma si interruppe, cogliendo l’espressione sconcertata della vecchia. Deglutì, un po’ intimidita, e si sentì in dovere di giustificarsi: “i capelli tengono caldo, no? Sarà come la lana delle pecore. Se me li taglio, forse voi potreste…?”.
La vecchia sgranò gli occhi: era così incredula che passarono dieci secondi abbondanti, prima che riuscisse a far parola. “Voi vorreste…?”. Esitò. “Sareste disposta a tagliarvi i vostri capelli, per farmi tessere una coperta per il bambino…?”.
La ragazza esitò, un po’ a disagio. “È troppo poco, non basta?”.
Sacrifichereste…?”. La vecchietta era incredula. “Sacrifichereste la vostra chioma, pur di tenere al caldo il bimbo?”.
La giovane madre abbozzò un sorriso incerto, imbarazzata. “Beh, se può servire…”.
La vecchia arretrò di un passo e sentì gli occhi che le si riempivano di lacrime, mentre guardava, sotto uno sguardo improvvisamente nuovo, quella ragazzina fragile che sarebbe stata disposta a rinunciare ai suoi capelli (ai suoi capelli!! A questo punto, sarebbe stata disposta a rinunciare a tutto!!) per il bene del suo bimbo. Mentre fissava la ragazza, ad occhi lucidi, la vecchia si trovò a pensare che lei, alla sua età, probabilmente non avrebbe nemmeno concepito un pensiero del genere. E lei era stata così dura; così
“Non dite stupidaggini, per carità”, le sussurrò affettuosamente, con la voce che tremava di commozione. “Datemi solo… mezza giornata: vi preparerò io stessa con le mie mani una copertina morbidissima, fatta apposta per il vostro bimbo…”. E sorrise alla madre, e poi al bimbo piccolino: “e starà benissimo. È bellissimo. Non poteva desiderare una madre migliore: è un bambino fortunato. Lo farete diventare un uomo speciale; ne sono certa”.

Filatrice (Presepe Ulrich)

È per questa ragione che, in un vero presepio, non dovrebbe mancare mai la statuetta di una filatrice.
E, a quanto pare, è per questa ragione che, in molte culture, era tradizionalmente vietato alle donne lavorare al fuso nella notte di Natale (o, addirittura, nell’intero periodo di festa dal Natale all’Epifania). Sarà nato prima il divieto tradizionale, o la leggenda natalizia? Chi può saperlo: è un po’ come la vecchia storia dell’uovo e della gallina.

Ma, in ogni caso, il risultato è stato questo. Le donne si prendevano una vacanza dai lavori casalinghi, e abbandonavano il fuso per tutti i giorni di Natale. Diversamente, sarebbe stato un po’ come accettare l’offerta, scandalosamente generosa, della Mamma del Signore: e accettare dunque di tessere una coperta coi suoi splendidi capelli.
Fino a tal punto può arrivare, se serve, l’amore di una mamma.

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