Pillole di Storia

Yumihiki Dōji

Diconsi karakuri ningyō dei dispositivi meccanici ad altra precisione che noi definiremmo “bambole meccaniche”.
Nate in Giappone durante il periodo Edo (1603 – 1868), le karakuri ningyō sono un piccolo miracolo di ingegneria… in scala. Grazie a una complessa serie di molle, contrappesi, ruote ed ingranaggi in legno, questi piccoli capolavori si presentano come bambole raffinate – sofisticatissime – in grado di compiere azioni complesse. C’è la Cha Hakobi Ningyō, bambola in grado di servire il tè (il peso della tazza posta sul vassoio fa azionare una serie di ingranaggi che spingono la bambola a “camminare” in una certa direzione). Oppure ancora, c’è la Dangaeri Ningyō, che fa capriole all’indietro imitando alla perfezione i movimenti che avrebbe, in quel contesto, un corpo umano.
Erano bambole “da salotto” (salotto di gente ricchissima, naturalmente); non avevano nessun scopo particolare se non quello di intrattenere e di stupire gli ospiti, in una sorta di “gioco di prestigio” che lasciava tutti a bocca aperta.

Non sono improvvisamente diventata un’esperta di Giappone, ahò.
Mi sono limitata a visitare una bella mostra che si è tenuta a Torino il mese scorso – e che esponeva al pubblico, per l’appunto, alcuni esemplari di queste bambole.
Gli automi erano tutti splendidi (poi sapete che io ho una passione per le bambole…); ma ce n’è uno, in particolare, che mi ha colpito più degli altri. Si tratta di un esemplare del famoso (così dicono) Yumihiki Dōji: l’arciere fanciullo.

Il funzionamento, già di per sé, fa restare a bocca aperta. Mediante una complessa serie di ingranaggi, la bambola è in grado di girare il torso, prelevare una freccia dalla faretra, tendere l’arco, “prendere la mira”, e poi scoccare.

È uno spettacolo che colpisce seriamente (e che potete godere anche voi, in parte: in questo video, dal minuto 0:15 in poi). Ma a colpirmi non sono stati (tanto) l’espressività di questa bambola, o la complessità del gesto. A colpirmi veramente, è stata una piccola informazione buttata lì, en passant, nel catalogo della mostra, che ho letto quasi per caso.

La bambola – mi pare evidente – è stata creata da un tizio che sa fare il suo lavoro: non sbaglia un colpo.
Eppure, delle quattro frecce che l’arciere ha nella faretra, una non va a segno.
Non centra il bersaglio.

Non si tratta, chiaramente, di un errore deprecabile; e non è nemmeno un artificio per aumentar la suspance, dal momento che il colpo che non va a segno è sempre lo stesso, in ogni ciclo di tiri.
Si tratta, molto più banalmente… di un errore voluto.

Pare che c’entri la saggezza zen, altrimenti definita “buon senso”. L’arciere sbaglia un colpo perché… beh… perché nessuno è perfetto.
Nemmeno una bambola.

Non è realistico incantarsi di fronte a una figuretta che lancia centinaia di migliaia di dardi, e non sbaglia mai un colpo: perché sarebbe un esempio stupido, sciocco, inimitabile, e fallace. Tutti quanti facciamo errori: non esiste una sola persona al mondo, che in tutta la sua vita non sbagli mai neanche un colpo.
E quindi, perché una bambola dovrebbe sottrarsi a questa legge? Sarebbe stupido.

Probabilmente è un modo insolito per farvi gli auguri di buon anno; eppure, a me piaceva l’idea di farveli così. Con questa bambola.

Abbiamo un bel dire “ti auguro un anno fantastico, meraviglioso, senza nessuna tristezza”, e così via dicendo. Sta bene se vogliamo riempire un biglietto d’auguri; ma per il resto, sappiamo già in partenza che probabilmente, salvo casi eccezionali, non sarà proprio così. Qualche defaillance è da mettere in conto, quando proviamo a immaginarci l’anno nuovo che verrà.

Ecco: io vi auguro di fare semmai come la bambola Yumihiki Dōji, che di tanto in tanto sbaglia clamorosamente il colpo, non si fa prendere dall’imbarazzo, tira fuori un’altra freccia dalla sua faretra… e centra in pieno il suo bersaglio, sbalordendo tutti.

Questo che mi sembra un augurio realizzabile.
A tutti voi; di cuore.

8 thoughts on “Yumihiki Dōji

  1. Guardando il filmato ho capito di essere molto simile a chi costruisce questi splendidi meccanismi, vuoi se non altro per la pazienza necessaria… anche se nel mio caso i risultati non possono considerarsi fonte di saggezza.
    Grazie per gli auguri realistici!
    Allora, Buon 2012, e che sia fatto di più bersagli colpiti possibili! :)

    1. Davvero impressionanti, sì :-)
      Beh che anche in Europa, all’incirca dello stesso periodo, c’erano automi capaci di compiere azioni molto complesse. Non era un’esclusiva dei Giapponesi, voglio dire.
      Però, sì… davvero stupefacenti.

  2. Diamine. Peccato non poter vantare quasi mai mostre così interessanti in quel di Messina. Tengo sempre sott’occhio il calendario culturale, ma si tratta sempre della solita routine.
    In ogni caso, sono bambole magnifiche, sì.
    Probabilmente l’avrò letto da qualche parte, magari proprio in uno dei link che avevi postato, ma, se non ricordo male, questi piccoli automi dovrebbero avere una “carica” di qualche secolo, no? Passato questo periodo… Zac… I meccanismi smetterebbero di funzionare.

    1. E’ vero: a Torino ci sono effettivamente tante attività culturali degne di rilievo. Ci sto facendo caso proprio in questo periodo (sono stata a Torino per un bel po’ di settimane, ultimamente, e ho girato molte mostre), facendo il confronto con Pavia.
      Non che Pavia abbia poche attività culturali, percaritàdelcielo, anzi: ci sono moltissime conferenze, anche interessanti, aperte al pubblico, all’università. Io non ci vado quasi mai perché non mi piace uscire di sera (sai com’è: ragazza sola…), ma tutti quanti ne dicono un gran bene.
      Però, in effetti, se parliamo di mostre, non è che ce ne siano poi tantissime. Invece, obiettivamente, a Torino c’è quasi sempre qualcosa di interessante da vedere, se vuoi: ovviamente è una città molto più grande e quindi non si può fare il paragone… però non posso proprio lamentarmi, è vero.

      “Carica” di qualche secolo?
      Uccielo!
      No!
      Non credo, almeno!
      :-|
      Di per sé, gli automi stanno fermi: non è che siano perennemente in movimento, voglio dire. La “carica” gliela dà un agente esterno (un certo peso su una certa leva; una manopola da girare…).
      Però non mi risulta che dopo un po’ smettano di funzionare.
      Certo: sono meccanismi delicatissimi quindi immagino che dopo qualche secolo vadano incontro a un naturale degrado; ma in teoria, penso che potrebbero continuare a funzionare in eterno, se non fosse appunto per il fatto che prima o poi tutto quanto si rovina.
      :-|

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