Artos

Non stava guardando proprio proprio il pane.
Quello, più che altro, lo teneva in mano. Ci giocherellava, si potrebbe dire: lo teneva in mano distrattamente. La sua attenzione, però, sembrava catturata da qualcosa d’altro (impossibile dir cosa). Aveva uno sguardo serio, grave, consapevole, di chi sta riflettendo su qualcosa di importante o di chi sta prendendo decisioni estreme.
Era da cinque minuti abbondanti che era così. A un certo punto, Giovanni decise di avvicinarglisi.
“Maestro?”, sussurrò. “Tutto bene?”.
Gesù si riscosse, e si voltò verso il suo amico. Accennò un sorriso: “sì, grazie”.
Rimise a posto la pagnotta sul vassoio e posò una mano, leggermente impolverata di farina, sulla spalla di Giovanni. Lanciò un’occhiata agli altri undici, che chiacchieravano a gruppetti attorno al tavolo.
“Su, andiamo anche noi”, commentò a bassa voce. “È ora”.

***

Mentre navigavo su qualche sito Internet, alla ricerca di informazioni aggiuntive per preparare questo post, mi sono improvvisamente trovata immersa in una disputa esegeto-gastronomica mica da ridere.
A quanto pare (non sono andata a controllare; riporto solo quanto ho letto), i Vangeli sono tutti abbastanza concordi nel descrivere la famosa pagnotta che Gesù prese in mano e spezzò, istituendo l’Eucarestia. Tutti i Vangeli la definiscono artos, che vuol dire appunto “pane”.
Piccolo dettaglio: il vocabolo artos deriva dal verbo greco airo, che significa “sollevare”. Fin dalle radici, il sostantivo artos indica inderogabilmente il pane lievitato. Niente a che vedere con il sostantivo azumos, pure usato abbondantemente in altri passi dei Vangeli: l’azumos è evidentemente il pane azzimo, non lievitato. Esattamente quel tipo di pane che ci si aspetterebbe di trovare in tavola, quando si festeggia… beh… la Festa degli Azzimi.

La cosa, a quanto pare, ha creato un bel po’ di scompiglio fra gli esegeti biblici. Ma insomma: ‘sto pane dell’Ultima Cena era lievitato oppure no?
Alcuni dicono di sì, era lievitato: Gesù stava istituendo la Pasqua cristiana, mica si preoccupava di seguir le norme di una festa ebraica.
Alcuni dicono di no, il pane era ovviamente azzimo: gli Evangelisti hanno usato il termine generico per “pane” perché volevan scrivere un Vangelo, mica un ricettario d’arte bianca.
Altri dicono che non sanno, non importa, e tutto sommato sono domande sterili; quanto a me, mi sono limitata leggiucchiare qualche pagina Web in questi giorni, dopo aver scoperto la notizia in un periodo della Quaresima drammaticamente troppo tardo per potermi documentare seriamente in merito.

Vabbeh.

Comunque.

Sganciata la bomba dello scoop (?) di Gesù che festeggia gli azzimi ma senza usare il pane azzimo (?), torno al vocabolo greco che ha creato tanti grattacapi agli esegeti biblici.
“Artos”.
“Artos”, in Greco, sta appunto ad indicare il “pane” per eccellenza, l’idea platonica del pane. Immaginatevi una pagnotta fresca e fragrante e dolcemente lievitata, appena uscita dalla panetteria.
Ecco, appunto. Quello è un “artos”.

“Artos”, nella cucina greca-ortossa, indica oggi però un altro tipo di preparazione… che, per l’appunto, indica il pane per eccellenza. L’idea platonica del pane. Quella cosa a cui tutti dovrebbero pensare immediatamente, tutte le volte che viene nominato il pane.
Indica insomma il pane dell’Ultima Cena. Il pane che è diventato il Corpo di Gesù Cristo.

***

Verso la fine della Veglia Pasquale, una grossa pagnotta viene portata processionalmente al prete. Il prete (che – vi ricordo – è un prete ortodosso) la solleva, la mostra a tutti i fedeli, e la benedice con l’acqua santa.
E poi, la posa solennemente su un tavolo decorato, posto davanti alla parete dell’iconostasi.

La pagnotta resterà lì sul tavolo, per tutta la settimana che segue la Pasqua.
Ogni giorno, in una cerimonia apposita, l’artos verrà preso in mano dal prete ortodosso e sollevato in alto, per esser mostrato ai fedeli.
“Cristo è risorto!”, griderà a quel punto il prete.
“È risorto veramente!”, esclameranno loro in risposta.
E allora, processionalmente, i fedeli si recheranno, ad uno ad uno, a baciare devotamente l’artos. Che simboleggia, com’è evidente, il Signore che è risorto.

Non bisogna confondere l’artos con “l’ostia” degli Ortodossi.
L’Eucarestia viene consumata con un tipo di pane diverso, preparato con altri ingredienti, e che ha tutta un’altra forma. L’artos è una pagnotta che viene preparata solo ed esclusivamente a Pasqua, e che NON È l’Eucarestia e assolutamente non va confusa.
Più che altro, è un simbolo della Resurrezione di Gesù: è un simbolo di Gesù presenza viva fra di noi, nelle nostre case e nelle chiese.
D’altro canto, Gesù non aveva forse detto “io sono il pane disceso dal cielo”? Ecco, appunto: l’artos serve proprio a ricordare, simboleggiare, mostrare la sua presenza. La sua Resurrezione, il suo ritorno in vita; il suo amore per l’umanità, il suo sacrificio per il prossimo.

Non c’è una ricetta precisa per preparare l’artos – alcuni lo plasmano come grossa pagnotta schiacciata; altri lo preparano come un piccolo panino morbido. Però, generalmente, l’artos porta su di sé, a mo’ di decorazione, i simboli tipici della Resurrezione di Gesù. Tralci d’uva, agnelli, spighe di grano. A ricordare, anche visivamente, che Gesù è tornato dalla morte. È vivo. E vive assieme a noi.

Alla fine della settimana che segue la Pasqua, l’artos viene preso in mano per l’ultima volta, a Messa. Il prete lo spezza, e, assieme all’Eucarestia “vera”, lo distribuisce a tocchettini a tutti i fedeli presenti a Messa.
In questo modo, la settimana di Pasqua si concluderà con un richiamo fortissimo alla Resurrezione stessa del Signore – un richiamo così forte da non poter passare inosservato. La scelta di conservare il pane per tutta la settimana, e poi di consumarlo la domenica successiva, è in fondo un modo per ricordare “wé, quello è risorto! Cerchiamo di non dimenticarcelo all’alba di Pasquetta, quando abbiamo aperto l’uovo e la colomba è già tagliata!”.

Che bello. Ci pensate?
Un piatto tipico di Pasqua che viene consumato, tradizionalmente, sette giorni dopo Pasqua per ricordarci che la Pasqua è sempre: non finisce col lunedì dell’Angelo, e poi tanti saluti.

Volete provare anche voi a seguire questo rituale?
Se volete cimentarvi nel tentativo di preparare l’artos in casa, trovate una ricetta (in Inglese) qui.
E… attenzione, amici cari!
È senz’altro vero che la ricetta dell’artos non è uguale in tutto il mondo. Però, per tradizione, alcuni Ortodossi amano pensare che la pagnotta di artos che campeggia nelle loro chiese sia stata preparata con la stessa identica ricetta con cui era stato impastato il pane che Gesù ha moltiplicato in quel giorno memorabile. E con la stessa ricetta che era stata seguita per preparare il pane, famoso, d’Emmaus.
Circa il pane dell’Ultima Cena, per l’appunto, c’è tutto un annoso dibattito in materia.
Ma in fondo… non sarebbe bello?
Non sarebbe bello immaginare di star gustando proprio quello stesso identico, indimenticabile, sapore che Gesù ha gustato, nella sua ultima cena?

5 pensieri riguardo “Artos

  1. A proposito dell’annosa discussione “ma perché i Vangeli parlano di pane lievitato in una cena che in realtà era la festa ebraica degli azzimi”… mentre scrivevo questo post, mi tornava in mente la teoria secondo cui, a onor del vero, Gesù non stava affatto celebrando la festa ebraica degli azzimi, durante l’Ultima Cena.
    A ben vedere (cito il Gesù di Nazaret di Benedetto XVI, p, 124), “Giovanni bada con premura a non presentare l’ultima cena come cena pasquale. Al contrario: le autorità giudaiche che portano Gesù davanti al tribunale di Pilato evitano di entrare nel pretorio “per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua” (18, 28). La Pasqua comincia quindi solo alla sera; durante il processo si ha la cena pasquale ancora avanti; processo e crocifissione avvendono nel giorno prima della Pasqua, nella “Parascève”, non nella festa stessa. La Pasqua in quell’anno si estende dalla sera del venerdì fino alla sera del sabato, e non dalla sera del giovedì fino alla sera del venerdì”. E gli storici della Chiesa sono abbastanza concordi nel dire che la cronologia di Giovanni è storicamente più credibile di quella dei sinottici, per una lunga serie di ragioni.
    Secondo alcuni studiosi, sapendo già di dover morire nel giorno della Pasqua ebraica, Gesù ha voluto trascorrere un’ultima serata assieme ai suoi discepoli (prima della Pasqua) in cui ha celebrato un rito che, a onor del vero, non era il classico rito pasquale ebraico (perché appunto non era ancora Pasqua), ma era ‘na roba diversa. Era la cena del Giovedì Santo ;-)

    Non so se qualcuno abbia mai analizzato la faccenda del pane lievitato in tutti questi studi sulla cronologia della Passione (e al limite, quello del pane potrebbe anche essere un falso problema: potrebbe anche essere – non lo so, non ne ho idea – una mera questione terminologica)… però, mentre pensavo alla pagnotta in tavola, mi son tornate in mente queste teorie :-D

  2. Bello e curioso questo post, grazie mille!
    Io di solito a Pasqua il pane non lo tocco, perchè è già troppo abbondante il resto delle vettovaglie, e mi sembra di non fare onore alla cucina della mamma…
    Ma a questo punto un pezzo lo devo per forza mangiare, o non mi sembrerà più Pasqua…

    1. Io in genere non mi faccio mai mancare il pane al Giovedì Santo.
      A Pasqua in effetti ne faccio meno anch’io (ma io in realtà non sono un tipo da pane in generale: a tavola non ne mangio, semmai spilucco qualche grissino se sono fuori al ristorante. Ma per il resto, non ho proprio l’abitudine!).

      Però… il Giovedì Santo, sì, per me è praticamente un obbligo :-)

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