Vecchia ciabatta

Non puoi dire di conoscere veramente una persona,
se non hai camminato almeno una luna nei suoi mocassini

(Proverbio pellerossa)

Sono vecchissime.
Cioè. Più ch’esser vecchie, sono malconce.
Stanno ancora assieme, quello sì: ma a una veloce occhiata, vien da chiedersi quanto tempo passerà ancora prima che comincino a perdere letteralmente i pezzi.
Sono le mie pantofole da bagno, nella casa di Pavia.
E giusto per rendere più evidente l’effetto “prima / dopo”, aggiungerò anche che, in origine, si presentavano così.
Le avevo comprate all’Ikea, eoni fa, quando dovevamo scegliere i mobili per la casa di Pavia.

È passato tanto tempo, da quei giorni; ma me li ricordo ancora come se fosse ieri. Ricordo la stretta alla bocca dello stomaco il giorno in cui è suonata la sveglia e mi son detta ‘bene. Chiudiamo la valigia, e andiamo’. Mi ricordo cosa abbiamo mangiato a pranzo, cos’ho fatto quella sera, (quanta paura ho soffocato affondando la testa nel cuscino); mi ricordo la sensazione strana di svegliarsi, l’indomani, in una casa che non è la tua. Eppure, che è la tua.

Non mi ricordo di loro, effettivamente; però, ho la certezza assoluta che loro c’erano.
Loro ci sono sempre state, a ben vedere.

Le pantofole da bagno sono una di quelle cose a cui non fai caso, normalmente. Te le metti nei piedi quando esci dalla doccia, e via.
Però, a far due più due, loro c’erano e ci sono sempre state: le ho comprate all’Ikea assieme ad altre cose per la casa nuova; me le sono messe in valigia, le ho tirate fuori quando ho dovuto usarle, le ho spacchettate dalla plastica… e le ho messe ai piedi, senza farci caso.
È successo la sera del giorno in cui ho traslocato a Pavia: per forza.

E da allora, quelle ciabatte sono rimaste con me: ogni giorno.
Ogni sera, prima di andare a letto, sono uscita dalla doccia e me le sono infilate ai piedi, senza quasi farci caso.
Ogni sera, ad ogni doccia – in ogni singolo giorno che ho trascorso qui a Pavia – quelle ciabatte sono state lì.
E, voglio dire, sono ciabatte: non è che adesso voglia comporre un’intera ode in loro onore… però, sono sempre le stesse. Fin dal primo giorno. (Per chi fra di voi se lo stesse domandando: non le ho mai cambiate ma la risposta è : le ho lavate un’infinita di volte).

Insomma: le ciabatte sono sempre le stesse ed io le ho indossate ogni giorno, tutti i giorni, in ogni singola giornata che ho trascorso qui a Pavia.
E in effetti non c’è da stupirsi, nel vederle così malconce: ne è già passato, un po’ di tempo, dal giorno in cui sono venuta a vivere qui!

Ma io mi stupisco, invece.
Le guardo, le prendo in mano: le vedo così usurate e lise, così vecchie, così consunte dopo tanto tempo… ed è come se quelle ciabatte mi mostrassero, visibilmente, tutto il tempo che ho trascorso qua.
Tutte le notti passate a studiare. Tutte le lavatrici, le bollette, le ricette nuove, e le pulizie. Tutte le telefonate a casa, dalla mamma. Tutte le sere troppo lunghe, quando ti vien la nostalgia. Tutte le passeggiate in riva al fiume; tutti gli esami e le lezioni. Tutti i pomeriggi passati con gli amici; tutti i pomeriggi passati a sentir la mancanza degli amici: gli altri.
È passato così tanto tempo ed è trascorsa così tanta vita – e fin lì me ne accorgevo anche da sola, certo. Ma ieri pomeriggio, mentre tenevo le ciabatte in mano, non potevo non pensare che… caspita: ma allora è proprio da tanto tempo, che vivo qui!

Perché ce ne va un bel po’, di tempo, per conciare in questo modo un vecchio paio di ciabatte.

12 pensieri riguardo “Vecchia ciabatta

    1. Ma davvero!
      In questo caso, per me è stato un piccolo shock, quando ho realizzato com’erano prima… e come son ridotte adesso :-D
      Ma veramente è già passato tutto questo tempo?

  1. Un mio vicino di casa aveva chiamato il proprio cane “vecchiaciabatta” in piemontese, mi pare suonasse “ciabattafrusta” o giù di lì… tu potresti chiamare le ciabatte “Fido”!

    1. Nooooo!!!
      Patërla!
      Io sono una grande fan della parola “patërla” (che – lo dico per i non Piemontesi – indica la ciabatta di casa, e va letta con una e strettissima che praticamente non si sente).
      Io vado matta per la parola “patërla”, è fantastica: non puoi dirmi che il tuo vicino aveva usato il più italiano “ciabatta”!

      “Patërlafrusta”. Senti come suona bene!!

  2. Quando mi hai scritto che sei afona e andavi a scrivere non pensavo che uscisse un’ode alla Ciabatta Ikea (tra l’altro sono comodissime ma se tutti facessero come te l’Ikea potrebbe chiudere il reparto ciabatte) … comunque è bello leggere del tempo passato dall’usurarsi delle cose, semplici e quotidiani, a cui non dedicheremmo un soldo, come delle semplici ciabatte :)

    Ps ma in origine di che colore erano? :oP

    1. No: quando ti ho scritto che sono afona e che andavo a scrivere, intendevo che, nella necessità di chiamare su Skype mia mamma per comunicarle un tot. di cose, io scrivevo messaggi in chat mentre lei parlava, perché fisicamente mi manca la voce anche solo per sussurrare “ciao”.
      :-D

      LOL, il colore era sempre quello: un bellissimo tortora (in origine).
      E… LOL: in effetti, è la gente come me che non fa girare l’economia… povera Ikea :-D

  3. Questi sono i tuoi post in cui mi riconosco di più! Anch’io mi lego tantissimo agli oggetti come “compagni di vita”. L’ultima sera che ho passato a casa dei miei, prima di andare a vivere da sola in questa casa che, appunto, era la mia casa ma per tanto tempo è stata solo “la casa nuova”, ho passato una serata nostalgica scrivendo sul mio diario, consapevole che era l’ultima notte della mia vita che dormivo lì. Pochi giorni fa ho riletto quelle pagine… c’è praticamente un elenco straziante di tutte le cose della mia camera che mi avevano accompagnata tutto quel tempo e che sarebbero rimaste lì, mentre io dal giorno dopo avrei iniziato una nuova vita senza di loro! Ora per fortuna ho già altri oggetti che mi ricordano i due anni (quasi) passati in questa mia casa! Comunque anch’io finché le cose non sono ormai completamente consunte e logorate continuo a usarle ;-)

    1. Quanto ti capisco.
      Io mi affeziono agli oggetti. Mi ci affeziono proprio. Ma sono capace di affezionarmi anche ad oggetti totalmente stupidi, da poco conto, senza alcun valore, che per me vogliono dire tutto.

      E poi mi affeziono alle case.
      Oh, quanto mi affeziono alle case.
      Ne vogliamo parlare, di come mi sentirò, quando non si tratterà più di andar via dalla casa dei miei genitori (che è lì, rimarrà lì), ma dalla casa in cui ho vissuto a Pavia, da sola, per tanti lunghi anni?
      (Ehm. In effetti, non sono perfettamente sicura di volerne parlare :-DDD)

    1. Fin troppo!
      E questa cosa mi spaventa un sacco, perché si avvicina sempre più il momento in cui dovrò tornare a Torino.
      (Insomma: alla fine dell’università, dopo la laurea, l’idea sarebbe quella di tornare a casa. Poi, “mai dire mai”, ma l’idea di base sarebbe quella).
      E il solo pensiero di andar via da Pavia e non rimetterci mai più piede mi spaventa un sacco e mi stringe il cuore: ci ho passato così tanto tempo (e una parte così importante della mia vita!), che il pensiero di andar via…

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