Frate Francesco: un libro di Grado Giovanni Merlo

Mettiamo le mani avanti: non me ne intendo tantissimo su san Francesco. Ho letto un paio di cose su di lui, all’università ho ascoltato qualche lezione a tema… ma tutto questo mi sembra decisamente troppo poco per scriverci sopra qualcosa di mio, foss’anche due stupidaggini pubblicate su Internet.
Perché il problema di san Francesco è che, su di lui, è stato detto tutto e il contrario di tutto: è da anni che vorrei scrivere i my two cents sull’argomento, ma mi sembra di cercar rogne andando ad avventurarmi in un campo minato.

Embeh: Grado Giovanni Merlo, forte dei suoi studi decennali, ha scritto nel suo Frate Francesco le stesse identiche cose che – a naso – avrei voglia di scrivere anch’io.
Apprezzerete il fine stratagemma: io ottengo comunque di pubblicare il mio post sul santo, ma ad addentrarsi nel campo minato ci mando il professorone. 

Frate Francesco Grado Merlo

Parlare di san Francesco è una roba incredibilmente complicata. Lo ammette l’autore stesso, nel corso di una conferenza tenuta sul tema, qualche tempo fa, presso l’Archivio di Stato di Torino: io c’ero, ho preso appunti, e da lì attingo a tutti i miei virgolettati.

Parlare di san Francesco è una roba incredibilmente complicata, dicevamo. Lo è sempre stato, ma forse adesso lo è ancor di più, visto che il nostro modo di pensare al santo di Assisi viene inevitabilmente influenzato, almeno a livello inconscio, dalle gesta di un “secondo Francesco” che abita a Roma dalle parti di San Pietro.
Il fatto è che, sul santo di assisi, sono fioriti nel corso del tempo un sacco di stereotipi. E non si tratta nemmeno di un fenomeno recente: come commenta l’autore, la Storia è piena di “miti e luoghi comuni su quella che ognuno crede sia la storia francescana”. Per fare un bel lavoro, bisognerebbe riuscire a sgombrare il campo da tutti questi san-Francesco-ridotto-a-macchietta, tipo quelli che emergono – giusto per fare esempi recenti – dalle riletture di Dario Fo e Beppe Grillo.
(A margine: ma voi lo sapevate che Beppe Grillo ha dichiarato che il Movimento 5 Stelle ha molte affinità col francescanesimo, e che non a caso è stato fondato il giorno 4 ottobre? Io no, l’ho scoperto leggendo il libro di Merlo. Giuro!)

Fare una cosa del genere, dicevo, sarebbe una gran cosa… ma Grado Merlo non intende farla: non è questo lo scopo del suo libro.
Il suo libro non si interessa nemmeno al Francesco d’Assisi santo, con tutto il corollario di topoi agiografici fioriti attorno alla sua persona.
E non si interessa neppure al Francesco romanzesco à la Zeffirelli – fermo restando che la mania di romanzare la vita di Francesco non è certo una fissazione di questi ultimi anni,! Già nei Fioretti è presente una forte componente favolistica, certamente intrigante, certamente capace di avvincere il lettore… ma che, alla lunga, finisce col trasformare Francesco in una specie di personaggio letterario, “tipo Cenerentola, Biancaneve o Harry Potter”, ironizza l’autore.

No, a Grado Merlo non interessa analizzare questi fenomeni: in questo libro, lui vuole concentrarsi solo ed esclusivamente sul Francesco “vero”, il Francesco uomo. Non a caso, il titolo del libro non allude a “san” Francesco: cita solamente il Frate Francesco. Una sottigliezza, ma significativa.

Ma allora: se, attorno alla figura di Francesco, è fiorita (precocemente!) una documentazione sterminata (spesso letteraria e spessissimo parziale), a quali fonti possiamo far riferimento, per portare avanti una ricerca concepita come sopra?
Semplicissimo: possiamo far riferimento agli scritti che sono stati composti da Francesco stesso (…o che, quantomeno, gli sono stati tradizionalmente attribuiti).

Ebbene sì: esiste una serie di carte – recentemente edite da Carlo Paolazzi sotto il titolo di Francisci Assisiensi Scripta – che, teoricamente, dovrebbero essere state scritte da niente popò di meno che il santo di Assisi. Dico “teoricamente” perché in realtà esistono pesanti problematiche filologiche relative a queste carte: solo due pagine sono state riconosciute come sicuramente autografe; alcune altre pagine sono state riconosciute come sicuramente false; altre pagine sono autentiche nella misura in cui san Francesco “ci ha messo lo zampino”, ma sono state materialmente redatte da altri, forse mentre Francesco dettava.

Prima sorpresa che emerge dall’analisi di questi scritti: prendendo in esame le due carte autentiche e autografe, il paleografo Attilio Bartoli Langeli ha studiato la grafia e lo stile di scrittura di san Francesco. Scoprendo che Francesco d’Assisi scriveva suppergiù nello stesso modo di un notaio umbro di campagna.
Un notaio, non un poveraccio semi-analfabeta: quindi, non è che san Francesco fosse così tanto “idiota e illetterato”, nonostante la sua insistenza nel definirsi tale!
O questa sedicente illetteratezza va da intendersi come una metafora, o Francesco ha avuto una notevole cresciuta culturale col passar del tempo, come del resto accenna anche san Bonaventura.
In ogni caso – stereotipo sfatato numero 1 – verso la fine della sua vita san Francesco era tutt’altro che illetterato! Non dico fosse un intellettuale, ma non era illetterato manco per niente!

Ma torniamo ai nostri scritti francescani: fonte eminente per conoscere il santo di Assisi è sicuramente il suo Testamento – un testamento spirituale, ça va sans dire, ricco di insegnamenti e ammonimenti per i frati.
Ripercorrendo il cammino spirituale della sua vita, Francesco ci stupisce di nuovo.
Generalmente, pensando alla gioventù del Poverello, siamo abituati a rievocare alcuni episodi chiave che – tipo fulmine sulla via di Damasco – patapam! ne hanno portato alla scioccante conversione: la lite violenta con il padre, il bacio al lebbroso incontrato per strada…
Sorpresona: nel suo testamento, Francesco non attribuire il minimo peso a questi episodi. Non ci racconta di essersi convertito dopo un episodio traumatico, un segno eclatante: anzi, ci spiega di aver cambiato il suo stile di vita per azione della Grazia, che, gradualmente, “gli diede di fare penitenza”. Una penitenza che Grado Merlo intende nel senso greco di μετάνοια: cioè, un cambiamento della propria visione del mondo.
Nella conferenza che ho ascoltato, l’autore portava ad esempio l’incontro di Francesco coi lebbrosi – “i lebbrosi, si badi, non il lebbroso […]. Frate Francesco non incontra il lebbroso, bensì individui niente affatto simbolici”. Persone concrete, sporche, piagate, che perdono pezzi, la cui compagnia diventa sopportabile solo dopo un profondo mutamento della propria scala di valori.
Dopo una conversione, insomma.

Ma questa conversione precede l’incontro di Francesco coi lebbrosi, o è causata dall’impatto scioccante di questo incontro?
Molto più plausibile la prima ipotesi: il Testamento non ci descrive un Francesco che un giorno esce di casa e si imbatte in un lebbroso, e, paff!, sgrana gli occhi, salta al collo del malato e se lo sbaciucchia tutto.
Stereotipo sfatato numero 2: forse forse, Francesco non era quel mezzo svirgolato che faceva cose strane su cui la letteratura ama spesso soffermarsi. (Niente di male nel soffermarsi su questi episodi se stai facendo letteratura: già le prime biografie su san Francesco, scritte dai suoi contemporanei, amavano indugiare su questi episodi “a effetto”. Niente di male, dicevamo, ma deve essere chiaro a tutti quello che stai facendo – cioè, letteratura. E non storia).

Siamo attorno al 1205-1206; e Francesco, per azione della Grazia, cambia il suo orizzonte di vita.
A questo mutamento fa seguito la decisione di “uscire dal secolo”: Francesco abbandona la sua casa e comincia a gravitare attorno alla chiese, pregando e, soprattutto, scoprendo sempre più, di giorno in giorno, il valore assoluto dell’incarnazione divina che è fulcro di tutto il creato. In questo mondo corporale, Francesco non vede altro se non il riflesso del corpo e del sangue di Cristo – un “dettaglio” che talvolta alcuni sembrano dimenticare, quando parlano di un san Francesco che sembra una via di mezzo fra un attivista di Greenpeace e un medico di Emergency ma senza una motivazione religiosa a spingerlo in tal senso.

Devozione assoluta a Cristo incarnato, abbiamo detto. Ma, materialmente, come avviene questa incarnazione di Cristo?
Avviene ogni giorno, più volte al giorno, per le mani dei sacerdoti, che portano nel mondo il corpo e il sangue Cristo nell’ostia consacrata. Da ciò deriva, fin dagli albori dell’esperienza francescana, una totale, rigorosissima subordinazione al clero. A prescindere: indipendentemente dalle manchevolezze del singolo sacerdote, indipendentemente dai peccati della Chiesa. Essa vale a prescindere: comunque, in ogni caso, foss’anche solo motivata “a causa del loro ordine”, cioè l’ordine sacerdotale ricevuto “secondo la forma della santa Chiesa romana”.
Stereotipo sfatato numero 3 – alla faccia di quelli che vedono san Francesco come una specie di simil-cataro, che solo per un colpo di fortuna è riuscito a rimanere in seno alla Chiesa invece di esser bruciato sul rogo.

Questo mutamento nella vita di san Francesco ha luogo – dicevamo – attorno al 1205. Nel 1208, Francesco viene raggiunto da alcuni individui che, attratti dal suo stile di vita, domandando di poterlo condividere.
E, a quel punto, “Dio rivelò a Francesco cosa fare”.
Su questa rivelazione la fantasia dei fedeli s’è sbizzarrita, arrivando solitamente a ipotizzare un dialogo mistico fra Francesco e il Padre Eterno. Grado Merlo sostiene una tesi molto più “terra a terra”: secondo lui, Dio si sarebbe rivelato a Francesco con la tecnica tradizionale, cioè attraverso la preghiera e la meditazione del sant’uomo. Ancora una volta: gli scritti originali di Francesco non ci lasciano intendere nulla più di questo.

Com’è, come non è, Francesco si ritrova circondato da persone che desiderano condividerne l’esperienza religiosa. Attraverso la mediazione di alcuni prelati, Francesco e i suoi compagni ottengono un’udienza presso il Papa, che, rapidamente, approva il loro stile di vita. L’ok papale attrae sempre più persone attorno alla figura di Francesco, e in breve si registra una notevole affluenza di nuovi fratelli/frati, talora provenienti anche da luoghi molto lontani.

La comunità si sviluppa con l’aggiunta di un “ramo” femminile, passano gli anni, arriviamo al 1219: Francesco decide di viaggiare pellegrino in oltremare.
Su questo episodio si è scatenata la fantasia popolare: alternativamente, Francesco è stato dipinto come un precursore del dialogo con l’Islam e/o come un fustigatore dei Musulmani; come no-global pacifista e/o come crociato guerrafondaio.
Anche in questo caso, Grado Merlo non ha tempo da perdere con questa massa di idiozie, anche perché vuole focalizzarsi su un episodio che lo interessa molto di più: nel 1220, quando Francesco si trova ancora in oltremare, viene raggiunto da un messaggero che gli porta notizie inquietanti.

Approfittando dell’assenza del loro leader, i frati rimasti in Italia – riferisce il messo – stanno facendo cose strane: c’è stato un colpo di mano da parte dei frati “della primissima ora”; un tizio ha lasciato l’ordine per fondarne uno nuovo dedicato ai lebbrosi ambosessi; i vicari hanno fatto approvare alcune norme che sbilanciano pericolosamente la fraternità verso un monachesimo di tipo claustrale. Insomma, “l’assenza di frate Francesco aveva liberato tensioni prima sopite e orientamenti prima inespressi”.
Inorridito, Francesco riparte immediatamente per l’Italia, e si precipita…

non dai suoi confratelli, per far loro una bella lavata di capo, ma bensì da papa Onorio III. Senza nemmeno fare una tappa intermedia ad Assisi per sincerarsi della situazione e ascoltare le giustificazioni dei vicari che aveva lasciato alla guida dell’ordine.
No: parte e va direttamente dal papa – una reazione che forse non ci aspetteremmo, da questo umile fraticello illetterato che parla con gli uccellini e si macera nella modestia.
“La mia famiglia ha bisogno d’aiuto”, dice Francesco a papa Onorio III.
“E come posso aiutarti?”, gli domanda il papa.
“Ho bisogno di qualcuno che funga come da Papa per la nostra comunità”, spiega Francesco: “qualcuno che ci governi e a cui i miei fratelli debbano obbedire incondizionatamente”.
“Benissimo, dunque: fammi un nome”, lo incoraggia il papa.
E Francesco fa il nome di Ugolino da Ostia, quello che all’epoca era il cardinale più potente del mondo intero.
Anche questa, una reazione che forse non ci aspetteremmo, da questo umile fraticello…
Ma invece, forte di questa nuova guida, Francesco si presenta davanti al capitolo dei suoi frati e pronuncia parole durissime, quasi sconvolgenti: “da questo momento in poi, io, per voi, sono morto”.
E quindi, per qualsiasi cosa, fate riferimento a Ugolino.

Al di là del giramento di scatole, che sarebbe anche giustificato (ma come: io vado un attimo in oltremare, e voi mi stravolgete l’ordine approfittando della mia assenza??), una scelta così drastica da parte di Francesco denota anche la sua consapevolezza di una situazione pericolosa venutasi a creare, che Grado Merlo sintetizza così: “il carisma di frate Francesco, si direbbe, non era più sufficiente a regolare la vita di una formazione religiosa che era cresciuta e si era assai modificata rispetto alla piccola fraternità delle origini”.
Infatti, non appena “preso il comando” della fraternità che gli era stata affidata, Ugolino non si limita a rimediare alla singola situazione di turbamento che si era creata in quello specifico frangente. Lui – uomo esperto di cose di curia – vede lungo, e si adopera affinché si giunga alla formulazione di una Regola. Una regola seria, diciamo: un pochettino più articolata rispetto alle due righe che Francesco aveva steso nel 1209 per prepararsi alla sua udienza col papa.
E infatti, nel 1223 viene redatta la cosiddetta Regola bullata, che riceve prontamente l’approvazione pontificia.

Verrebbe da dire “e vissero tutti felici e contenti”, sennonché c’è un “ma”: in tutto ciò, Francesco è entrato in crisi nera.

Le fonti francescane ce la descrivono come una magna temptatio non meglio definita (anche se l’autore si sentirebbe di escludere la tentazione erotica fra Francesco e santa Chiara. Grandi risate in sala quando l’autore fa la battuta, ma lui precisa subito che, visto l’andazzo, è solo questione di tempo prima che qualche genio si inventi pure questa…).
No: i primi biografi di Francesco ci dicono che il santo si era in qualche modo incattivito: era diventato solitario, evitava i frati, sembrava un disfattista, diceva di non esser riuscito a combinare niente di buono. Era tentato di mollare tutto e tornare, solo, dai suoi lebbrosi, per ricominciare tutto da capo. Vedeva lo zelo iniziale dei suoi frati spegnersi inesorabilmente; molto probabilmente, non era neanche soddisfatto della piega che stava prendendo la sua fraternità.
Inoltre, come se non bastasse, tra Francesco e i suoi frati c’erano pesanti tensioni (…e vorrei anche vedere, dopo lo scherzo che gli avevano combinato mentre lui era in oltremare!).

Nel suo Testamento, Francesco non parla mai di questa situazione di disagio. Del resto, all’epoca in cui il frate scriveva le sue ultime volontà, aveva già superato questo scoglio: non era il caso di andare a rivangare questi fatti, ormai era acqua passata.
In compenso, questo forte disagio è descritto molto bene da alcune biografie (tipo quella di Tommaso da Celano). E la cosa interessante è che molti di questi testi sembrano tracciare un collegamento fra questa situazione di crisi interiore, e… la stigmatizzazione di Francesco.

Proprio così: Francesco è sulla Verna, vive una situazione di turbamento e di grandissima afflizione, e – in questo contesto di crisi personale e di frattura con i suoi confratelli – , riceve da Dio il dono delle stigmate.
Mettiamo da parte il significato spirituale di questo fenomeno, ché qui stiamo facendo Storia. Dal punto di vista dello storico, si nota una coincidenza interessante: a giudicare dalle fonti in nostro possesso, il dono delle stigmate sembra anche essere il momento a partire dal quale Francesco riesce a superare la sua tentazione. Quando il frate scende dalla Verna, le tensioni all’interno dell’ordine non si sono sopite (anzi: Tommaso da Celano ci dice esplicitamente che continuano), ma Francesco sembra aver recuperato la sua vecchia serenità.

A questo punto, Grado Merlo si lancia in una sua interpretazione della temptatio vissuta da Francesco: alla luce dei fatti, all’autore sembrerebbe di poter identificare questa tentazione con… la volontà individuale di Francesco.
Ovverosia: i desideri che Francesco nutriva per il futuro del suo ordine (desideri che, forse, erano stati in parte delusi). Oppure, il desiderio di imporre al capitolo dei frati la sua volontà e la sua visione. Che non necessariamente è per forza migliore rispetto a quella degli altri frati…
Di conseguenza, lo scioglimento di questa tentazione è lo smettere di seguire propria volontà, per sottomettersi del tutto alla volontà della Provvidenza. È fare un passo indietro, lasciarsi fiduciosamente scivolare nelle braccia del Padre – senza pretendere dagli altri più quanto la Provvidenza non vuole che tu riceva e senza ostinarsi nella pretesa di rendere gli altri  dei “cristiani migliori” rispetto a quello che già sono.
Un’affermazione fortissima, quest’ultima, e infatti ho sgranato gli occhi quando il professore l’ha citata. Poi sono andata a cercarmela nelle lettere di Francesco, e l’ho trovata davvero. “In questo amali, e non pretendere che diventino cristiani migliori”: amali per come sono adesso, non per come vorresti diventassero in futuro. Wow.

 ***

Si concludeva così la presentazione del libro a cui ho assistito: dopo aver letto il saggio, avrei da aggiungere tante altre cose (un’interpretazione interessantissima della predica sulla perfetta letizia; un capitolo finale favoloso su La metamorfosi di san Francesco, a partire dalla Legenda Maior per arrivare a Beppe Grillo)… ma giustamente mi fermo qui, anche perché temo che ci sia un limite assai sottile fra “riportare quanto è stato detto a una presentazione pubblica di un libro” e “fare un riassunto del medesimo, così la gente sa già tutto e non va più a comprarselo”.
Aehm, no: il libro è assai carino, e non si riduce solo alle cose che ho scritto qui. Peraltro, non so se per l’autore questo sia un complimento, ma questo saggio – di taglio volutamente storico/filologico, niente affatto religioso – mi ha fatto riflettere molto più di tanti libri di spiritualità che mi è capitato di sfogliare.
E con ciò… buona lettura!

3 risposte a "Frate Francesco: un libro di Grado Giovanni Merlo"

  1. Emilia

    Tu sì che sei sul pezzo! Io ho trattato san Francesco lo scorso anno, menzionando proprio questo libro come primo della lista dei testi che consigliavo per l’approfondimento.

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    1. Lucia

      Mi ricordavo il post su san Francesco, ma – mannaggia a me – mai una volta che vada a cercare i libri che tu citi. E’ già la seconda volta che scopro un libro che citi, ma molto tempo dopo che tu l’hai citato… e cavoli, hai buon gusto, nei tuoi consigli di lettura! Devo rimediare 😉

      (…con la notevole eccezione del libro sulle reliquie che citavi nel post per Ognissanti. Quello mi ha spalancato un mondo ed è finito dritto dritto nella mia wish list: non se ti avevo mai ringraziata per la dritta, ma… grazie :-D)

      Senti, ma… Merlo è stato per caso un tuo professore? Non mi ricordo più in quale università hai studiato, ma visto che insegnava a Milano…
      (Non per farmi i fatti tuoi, eh: era pura curiosità!)

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      1. Emilia

        Curiosità lecita, tranquilla! Il prof. Merlo insegnava effettivamente nell’università che ho frequentato, ma non ho mai seguito i suoi corsi. Coi miei studi non sono mai andata più in là di san Gregorio Magno come linea temporale, ma ho spesso visto, nelle biblioteche dove studiavo, tanti alle prese con un’altra sua opera molto più corposa, “Nel nome di san Francesco. Storia dei frati minori e del francescanesimo sino agli inizi del XVI secolo”.

        Quanto ai consigli che dò, in linea di massima sono testi che effettivamente ho letto oppure che conosco di fama. Per esempio, quello sulle reliquie cui tu fai cenno non ce l’ho, ma mi sembrava uno studio buono.

        Stavolta la curiosità è mia: qual era l’altro libro che citavo e che poi hai scoperto?

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