Di come il rosso divenne un colore politico

Se qualcuno avesse bisogno una volta di più di avere la conferma sul fatto che la ggggente è scema, suggerisco di farsi un giro sui social network usando come chiave di ricerca “maglietta rossa” (quella che siamo invitati in questi giorni a indossare in segno di appoggio ai migranti). Anche solo consultando la mia personale timeline di Facebook, potrei additarvi senza fatica quella che usa la stessa maglietta rossa da una settimana, lavandola la sera quando torna dal lavoro e rimettendosela addosso la mattina, e quella che – rea di aver indossato un toppino rosso che si accompagnava bene alle sue scarpe nuove – è stata esortata da sua madre a cambiarsi d’abito, perché la signora non vuole in casa “i pietisti delle magliette rosse”.

Certo che il rosso è un colore jellato, mi dicevano stamane tenendo in mano una blusa color vinaccia e soppesando pensierosamente la valenza socio-politica di quella specifica sfumatura. Non s’è mai visto nel corso dei secoli un colore che si porta appresso simbologie così tanto politicamente marcate: dal berretto frigio dei rivoluzionari alla bandiera rossa che trionferà, passando attraverso le giubbe delle armate garibaldine.

Rosso Pastoureu

E allora mi sono chiesta: ma perché proprio il rosso?
Ok, nel caso dei rifugiati lo sappiamo bene: le madri vestono di rosso i loro bimbi prima di farli salire a bordo, per renderli più riconoscibili in caso di naufragio. E ok: ma i sanculotti? I comunisti? I garibaldini? Come mai proprio e sempre questo colore, tra tutti quelli che esistono al mondo?

Per fortuna che c’è Michel Pastoureau, storico francese che s’è fatto un nome in questo campo di ricerca. Il suo (consigliatissimo) Rosso: Storia di un colore è stato perfetto per aiutarmi a togliermi questa curiosità.

***

È solo dalla fine del secolo XVIII che il rosso assume (e prepotentemente) un significato politico che lèvate. Fino ad allora, gli stendardi rossi non veicolavano alcun messaggio particolare, anzi erano dei semplici segnali di ordine pubblico: per avvisare il popolo di una minaccia, si faceva sventolare un vessillo dal rosso acceso. Era un segno di allarme, un “fossi in te, io me ne andrei da qui e pure in fretta”.
Nel corso del Settecento, le autorità francesi cominciano ad approfittare di questa simbologia non tanto per annunciare al popolo un pericolo effettivo, quantopiù per disperdere le folle che si radunavano in piazza. Nello specifico, nell’ottobre 1789, in Francia, l’Assemblea Costituente decreta che, in caso di tumulti (già in corso, o anche solo presagiti), le forze dell’ordine “portino in tutte le vie e in tutti gli incroci una bandiera rossa”, dopodiché “tutti gli assembramenti verranno considerati criminosi e dovranno essere dispersi”.
Insomma: una bandiera rossa dal significato piuttosto oscurantista e liberticida, verrebbe da dire – altro che simbolo del sol dell’avvenir!

Sventolava una bandiera rossa anche nella famosa giornata rivoluzionaria del 17 luglio 1791. Luigi XVI, dopo aver tentato di fuggire all’estero, viene bloccato a Varennes e riportato in patria. La folla si raduna sul Champ-de-Mars, è in subbuglio, il raduno spontaneo pare mutarsi in rivolta. Il sindaco di Parigi ordina di esporre le famose bandiere rosse per dare alla folla l’ordine di disperdersi, ma prima ancora che i parigini abbiano il tempo di allontanarsi le guardie nazionali aprono il fuoco, senza preavviso.
Le vittime – una cinquantina – vengono immediatamente proclamate “martiri della Rivoluzione”, e la bandiera rossa (naturalmente, ormai “tinta del loro sangue”) diventa provocatoriamente negli ambienti rivoluzionati il simbolo del popolo in rivolta, pronto a levarsi contro la tirannia.

Da quel momento in poi, scrive Pastoureau,

il rosso avrà questa funzione in ogni sommossa e insurrezione popolare. Viene risfoderato ogni volta che il popolo scende in strada o vengono minacciate le conquiste sociali ottenute grazie alla Rivoluzione. E’ un segno di riconoscimento la cui forza simbolica andrà crescendo per tutto il XIX secolo.

Prudentemente chiusa nei cassetti durante l’esperienza napoleonica, la bandiera rossa ricomincia a sventolare dalle brarricate man mano che si avvicina la metà dell’Ottocento. Nelle giornate rivoluzionarie dell’estate 1830, nelle insurrezioni repubblicane del ’34, nella primavera del popolo del ’48: in tutte quelle occasioni, la bandiera rossa è lì, forte della sua straordinaria potenza simbolica ormai acquisita.
Ma non solo: man mano che i moti del ’48 si allargano a macchia d’olio in tutta Europa, ecco, anche in quel caso la bandiera rossa è lì. Di Stato in Stato, “dal Mazzanarre al Reno”, il rosso è ormai diventato il colore dei poveri, degli oppressi, di chi lotta per un futuro migliore.
E – ça va sans dire – anche di chi politicamente sostiene la loro causa.
Attorno alla metà dell’Ottocento, cominciano a nascere nei vari Stati d’Europa i primi partiti operai. Non c’è manco bisogno di dirlo: ognuno di loro sceglie di adottare il rosso come proprio vessillo. E, a quel punto, gli esiti sono prevedibili: la bandiera rossa che inneggia a Lenin, il libretto rosso di Mao Tse-Tung, le Brigate Rosse di triste memoria, il rosso di piazza Tienanmen…

Il legame tra il rosso e i partiti o i gruppi politici di sinistra e di estrema sinistra ha dominato la storia di questo colore per un secolo e mezzo, relegando in secondi piano tutti gli altri suoi campi simbolici: l’infanzia, l’amore, la passione, la bellezza, il piacere, l’erotismo, il potere, e persino la giustizia.

Pastoreau, per la cronaca, se ne rammarica:

Una corrente di pensiero lo ha confiscato a proprio uso esclusivo come simbolo o emblema, facendone, più che un colore, un’ideologia. Tanto che, ancora qualche anno fa, non era possibile confessare di preferire il rosso a tutti gli altri colori senza passare per un comunista convinto.

Certo: il caso specifico delle magliette rosse a sostegno dei migranti ha origini ben diverse e molto molto circostanziate. Rosse – come sanno anche i muri – sono le magliette con cui vestono i migranti nella speranza di essere più visibili in caso di naufragio: se vogliamo trovare una origine per l’hashtag del momento, dobbiamo ricercarla non certo nel berretto frigio di qualche dipinto ottocentesco ma nel vestitino del piccolo Aylan e dei suoi sfortunati compagni.

Se Aylan – poniamo – avesse avuto un vestito giallo, di giallo, oggi, il web si vestirebbe.

Ma la storia dei colori, e delle simbologie ad essi collegati, è così: straordinariamente appassionante, e ricca di colpi di scena. A me piace così tanto esplorare le infinite vie per cui, nel corso dei secoli, proprio un colore (quello lì: non gli altri) assume (spesso per caso) un significato forte e pregnante (che, spesso, si imprime nella nostra mente… e, da lì, è ben duro a morire).

4 pensieri su “Di come il rosso divenne un colore politico

    • Lucia ha detto:

      :D

      Sono contenta che questi post piacciano, perché a me la storia della moda piace tantissimo… e ‘nsomma, è un modo per scoprire un sacco di cose curiose per davvero, della nostra vita di giorno.
      Penso che ritornerò su temi simili, prossimamente :P

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...