Di come il rosso divenne un colore politico

Certo che il rosso è un colore ben strano, mi dicevano stamane tenendo in mano una blusa color vinaccia e soppesandone pensierosamente la valenza socio-politica, mentre la gente sui social litiga furiosamente circa la maglietta rossa da indossare in segno di appoggio ai migranti. Povero rosso: non s’è mai visto nel corso dei secoli un colore che si porti appresso simbologie così tanto politicamente marcate: dal berretto frigio dei rivoluzionari alla bandiera rossa che trionferà, passando attraverso le giubbe delle armate garibaldine.

E allora mi sono chiesta: ma perché?
Tra tutti i colori che esistono al mondo, perché proprio il rosso doveva piacere tanto a tutta ‘sta gente?
Per ogni dubbio relativo alla storia dei colori, grazie al cielo esiste Michel Pastoureau, storico francese che s’è fatto un nome proprio in questo specifico campo di ricerca. Il suo (consigliatissimo) Rosso: Storia di un colore è bastato per aiutarmi a togliermi questa curiosità.

***

È solo dalla fine del secolo XVIII che il rosso assume (e prepotentemente) un significato politico che lèvate. Fino ad allora, gli stendardi rossi non veicolavano alcun messaggio particolare, anzi erano dei semplici segnali di ordine pubblico: per avvisare il popolo di una minaccia, si faceva sventolare un vessillo d’un rosso acceso. Era un segno di allarme, un “fossi in te, io me ne andrei da qui e pure in fretta”, in tutto e per tutto simile al semaforo rosso che ci avvisa che non è il caso di attraversar la strada in quel momento.

Qualcosa inizia a cambiare nel corso del Settecento, quando le autorità francesi cominciano ad approfittare di questa simbologia non tanto per annunciare al popolo un pericolo effettivo, quanto più per disperdere le folle che si radunavano in piazza. Nello specifico, nell’ottobre 1789 l’Assemblea Costituente in Francia decreta che, in caso di tumulti, le forze dell’ordine “portino in tutte le vie e in tutti gli incroci una bandiera rossa”, dopodiché “tutti gli assembramenti verranno considerati criminosi e dovranno essere dispersi”.
Insomma: una bandiera rossa dal significato piuttosto liberticida, verrebbe da dire: altro che simbolo del sol dell’avvenir!

Sventolava una bandiera rossa anche nella famosa giornata rivoluzionaria del 17 luglio 1791.
Luigi XVI, dopo aver tentato di fuggire all’estero, viene bloccato a Varennes e riportato in patria. La folla si raduna sul Champ-de-Mars, è in subbuglio; il raduno spontaneo pare mutarsi in rivolta. Il sindaco di Parigi ordina di esporre le famose bandiere rosse per dare alla folla l’ordine di disperdersi, ma prima ancora che i parigini abbiano il tempo di allontanarsi le guardie nazionali aprono il fuoco, senza preavviso.
Le vittime – una cinquantina – vengono immediatamente proclamate “martiri della Rivoluzione”. La bandiera rossa (naturalmente, ormai “tinta del loro sangue”) diventa provocatoriamente negli ambienti rivoluzionari il simbolo del popolo in rivolta, pronto a levarsi contro la tirannia.

Da quel momento in poi, scrive Pastoureau,

il rosso avrà questa funzione in ogni sommossa e insurrezione popolare. Viene risfoderato ogni volta che il popolo scende in strada o vengono minacciate le conquiste sociali ottenute grazie alla Rivoluzione. E’ un segno di riconoscimento la cui forza simbolica andrà crescendo per tutto il XIX secolo.

Prudentemente chiusa nei cassetti durante l’esperienza napoleonica, la bandiera rossa ricomincia a sventolare dalle brarricate man mano che si avvicina la metà dell’Ottocento. Nelle giornate rivoluzionarie dell’estate 1830, nelle insurrezioni repubblicane del ’34, nella primavera del popolo del ’48: in tutte quelle occasioni, la bandiera rossa è lì, forte della straordinaria potenza simbolica ormai acquisita.
Ma non solo: man mano che i moti del ’48 si allargano a macchia d’olio in tutta Europa… ecco: anche in quel caso la bandiera rossa è lì. Di Stato in Stato, “dal Mazzanarre al Reno”, il rosso è ormai diventato il colore di chi lotta per un futuro migliore.

E – ça va sans dire – anche di chi politicamente sostiene la loro causa.
Attorno alla metà dell’Ottocento, cominciano a nascere nei vari Stati d’Europa i primi partiti operai. Non c’è manco bisogno di dirlo: ognuno di loro sceglie di adottare il rosso come proprio vessillo. E, a quel punto, gli esiti sono prevedibili: la bandiera rossa che inneggia a Lenin, il libretto rosso di Mao Tse-Tung, le Brigate Rosse di triste memoria, il rosso di piazza Tienanmen…
Il legame tra il rosso e i partiti o i gruppi politici di sinistra ha dominato per un secolo e mezzo la storia di questo colore, finendo col relegare in secondo piano tutti gli altri significati simbolici che fino a qualche tempo fa il colore rappresentava: l’infanzia, l’amore, la passione, la bellezza, l’erotismo, il potere; persino la giustizia.

Pastoreau, per la cronaca, non ne è felice proprio per niente:

Una corrente di pensiero lo ha confiscato a proprio uso esclusivo come simbolo o emblema, facendone, più che un colore, un’ideologia. Tanto che, ancora qualche anno fa, non era possibile confessare di preferire il rosso a tutti gli altri colori senza passare per un comunista convinto.

Ho l’impressione che ultimamente le cose stiano cambiando; la fine della Guerra Fredda ha sicuramente contribuito a farci arrivare a una certa distensione anche in… campo cromatico (voi che dite?). Ma in fin dei conti, la storia dei colori e delle simbologie è così: straordinariamente appassionante, inaspettata e piena di colpi di scena; sempre.

4 risposte a "Di come il rosso divenne un colore politico"

    1. Lucia

      😀

      Sono contenta che questi post piacciano, perché a me la storia della moda piace tantissimo… e ‘nsomma, è un modo per scoprire un sacco di cose curiose per davvero, della nostra vita di giorno.
      Penso che ritornerò su temi simili, prossimamente 😛

      "Mi piace"

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