La canonizzazione della famiglia Romanov

Non è facile parlare della famiglia Romanov, e il fatto che io abbia riscritto quattro volte l’incipit di questo post lo dimostra bene. (Ok, dimostra anche che ho un drammatico bisogno di una vacanza).

I Romanov sono chiaramente le vittime innocenti di un massacro così cruento da far venire i brividi, epperò in un certo senso se la sono anche ‘andata a cercare’. Con tutto il rispetto dovuto ai morti, non è che lo zar Nicola fosse esattamente un monarca illuminato.
Visto il macello che è successo in Russia dopo la loro caduta, è difficile non politicizzare la loro morte e/o non accostarcisi con pregiudizio. Epperò a distanza di cent’anni sarebbe anche bello cercare di guardare a questa tragedia con una certa obiettività – anche se dopo aver scritto “tragedia” m’è venuta la tentazione di cancellare e cercare un sinonimo più soft.

Esattamente cent’anni fa, nella notte tra il 16 e il 17 luglio, la famiglia imperiale veniva massacrata a Ekaterinburg, assieme a quattro dei suoi più fedeli servitori. I Romanov erano reduci da una lunga prigionia, e, se vogliamo giocare un po’ alle sliding doors, potremmo dire che avevano anche buone chance di non finire nel modo tragico che conosciamo tutti. Secondo i progetti iniziali di Kerenskij, primo ministro della Russia post-zarista, la famiglia (o quantomeno la sua componente femminile, ‘innocua’ nell’ottica di eventuali rivendicazioni del trono) avrebbe anche potuto espatriare in esilio, non appena si fossero calmate un po’ le acque.
Con la salita al potere di Lenin, la situazione dei Romanov peggiora drasticamente. All’interno del partito bolscevico, cresce il numero di chi chiede a gran voce una soluzione definitiva una volta per tutte. In particolar modo, è il soviet radicale di Ekaterinburg a fare la voce grossa, e alla fine ottiene ascolto. Nella tarda primavera 1918 i prigionieri gli vengono consegnati – e tutto ciò che segue è un rapido cammino verso la morte.

Famiglia Romanov 1913

Uno dei più bei ritratti fotografici della Famiglia Romanov (colorato successivamente): 1913.

E adesso facciamo un salto avanti di qualche decina d’anni. Siamo a New York sul finire degli anni ’70, e ci troviamo di fronte a una commissione riunitasi per uno scopo che probabilmente potrà sorprendervi: aprire il processo di canonizzazione per i membri della famiglia Romanov.

L’idea balzana (ma sarà poi così balzana?) viene per la prima volta agli esponenti della Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia, che messa così sembra ‘na chiesucola separatista con un nome da far ridere, ma invece è una cosa seria. Nasce al principio degli anni ’20, quando, preso atto del fatto che in Russia marca male, il patriarca di Mosca autorizza tutti gli ortodossi espatriati all’estero a cercare altrove un’altra guida spirituale (ché se stai ad aspettare le direttive di una Chiesa clandestina sotto dittatura, allora campa cavallo…).
Nasce così la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia, composta da un sinodo di vescovi residenti al di fuori dell’URSS e aventi come capo un loro proprio metropolita.
Ebbene, verso il finire degli anni ’70, questi signori si mettono in testa una cosa: la famiglia Romanov è stata uccisa barbaramente, è stata uccisa dai comunisti, in un certo senso è morta da martire… dunque, deve essere canonizzata.

Ok, non fate queste facce: capisco la vostra perplessità. A naso, io ho come la vaga impressione che i Romanov siano morti per ragioni politiche, più che per una questione di persecuzione religiosa. Ehm.
Certo è che i Romanov erano persone di fede. Chi più, chi meno, e non sto dicendo fossero tutti stinchi di santo: però, ci sono lettere, scritti personali, testimonianze a suffragio di questa tesi. La zarina e una delle sue figlie si sono pure fatte il segno della croce subito prima d’esser crivellate a morte, per dire.
E poi i bolscevichi sono notoriamente anti-cristiani, e poi la conosciamo tutti la quantità di martiri che ci sono stati nell’URSS nel corso dei decenni…

Insomma, la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia non ci va tanto per il sottile: il 31 ottobre 1981 proclama santi martiri tutti i membri della famiglia Romanov uccisi a Ekaterinburg, come pure i quattro servitori che sono andati incontro alla stessa sorte. Successivamente, provvederà a canonizzare come martiri anche altri membri di rami secondari della famiglia imperiale, uccisi dai bolscevichi in tempi successivi.
Una scelta coraggiosa e non priva di valore politico. Proclamare i Romanov santi martiri, a New York, e nel bel mezzo della Guerra Fredda, è chiaramente un messaggio per il mondo.

Icona Romanov e Servitori

In una icona che mette una vaga angoscia per quanto è affollata, i martiri di Russia secondo la Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia.

Procedette con molta più cautela, dieci anni più tardi, la Chiesa Ortodossa Russa dentro la Russia.

Nel 1991, succedono due cose. Una, è la dissoluzione dell’URRS; l’altra, è il ritrovamento della fossa comune in cui erano stati gettati i resti dei Romanov dopo il massacro.
‘nsomma: un po’ la ritrovata libertà religiosa, un po’ il rinvenimento di quelle che in teoria sarebbero le reliquie se davvero i Romanov sono santi… era quasi inevitabile che anche in seno alla Chiesa Ortodossa in Russia nascesse l’idea di un processo di canonizzazione.

I Russi, per l’appunto, procedono con più cautela. Ovviamente, ‘sul posto’ la situazione è più delicata. Da un lato, c’hai decenni di propaganda comunista in cui gli zar sono stati dipinti come l’incarnazione del male in terra; dall’altro, c’hai una minoranza inquietante e rumorosa di nostalgici con simpatie zariste a cui non vuoi mettere strane idee in testa.
Perdipiù, una Chiesa appena uscita allo scoperto non vuole manco mostrarsi all’opinione pubblica come un sostenitore dei Romanov oltre tempo massimo. Intervistando la popolazione, si nota come in molti (anche tra gli ortodossi praticanti, dico) ritengano lo zar Nicola tutt’altro che un brav’uomo. Ok, poverino, ha fatto una fine barbara: però il suo governo è stato debole e poco attento ai bisogni della nazione. Insomma: spiace che sia morto, ma da lì ad additarlo come esempio da seguire…
Per contro, c’è – esiste già! – una devozione popolare nei confronti della famiglia Romanov, basata su un comune sentimento di pietà che a tratti diventa vera e propria pietà cristiana. Secondo questi devoti, Nicola Romanov aveva avuto come unica colpa quella d’esser stato scelto dall’Onnipotente a governare sulla Russia in un periodo durissimo. Ha fatto del suo meglio per tutelare gli interessi della patria e ha fallito miseramente: però, ci ha provato.

La Chiesa Ortodossa, per togliersi dall’imbarazzante empasse, decide di sviluppare il suo processo di canonizzazione concentrandosi in modo particolare sugli ultimi giorni di vita dei membri della famiglia imperiale. In fin dei conti, non è forse vero che il martirio è un battesimo di sangue, e che esperienze forti di conversione in punto di morte possono cancellare interi decenni di vita peccaminosa?
La commissione decide quindi di esplorare due strade: se i Romanov cioè possano dirsi veramente martiri, e se i Romanov abbiano vissuto la loro morte e la loro prigionia con un afflato religioso tale da essere proposto come esempio ai posteri.

Sulla prima domanda, la risposta è un no: con buona pace di quanto hanno deciso gli ortodossi americani, dire che i Romanov sono stati uccisi in odium fidei… ‘nsomma…

Resta da stabilire se abbiano vissuto in modo esemplare la loro prigionia. Sul punto, il problema è che pochi sanno veramente ciò che accadde davvero a Casa Ipatiev, nelle settimane precedenti all’esecuzione. Corre voce di vessazioni continue subite dai Romanov e sopportare con cristiana pazienza (…anche perché, poracci, del resto cosa potevano fare?). Ma appunto, è un ‘corre voce’: le testimonianze non sono mai di prima mano.

Granduchesse Romanov estate 1917

Esempio: questa foto, scattata alle Granduchesse Romanov nell’estate 1917 durante i loro primi mesi di prigionia, parla di sevizie offensive, umilianti e immotivate, no? All’atto pratico, parrebbe che i capelli fossero caduti da soli a causa di terapie molto pesanti seguite dalle granduchesse per contrastare un attacco di morbillo che le aveva colpite. Vai a capire?

Esistono, sì, alcuni (rari) testi scritti dai Romanov nella prima fase della loro prigionia. E in alcuni di questi testi, un afflato religioso c’è – ma ovviamente, non in tutti. O meglio, non per tutti. Cosa vuoi che scrivesse di particolarmente religioso il piccolo Alexei, che poveretto aveva tredici anni? Nelle lettere di Anastasia si trova a stento qualche accenno a Dio e alla vita di fede, per non parlare poi della documentazione relativa ai quattro domestici che sono stati massacrati assieme ai Romanov: di loro, sopravvive una quantità di scritti veramente esigua. E comunque, in questi scritti, i tapini (giustamente), parlavano dei fatti loro, non dei massimi sistemi.

L’eventualità di canonizzare i domestici, in particolar modo, pone alla commissione altri due ordini di problemi. Il primo, non da poco, è che alcuni di questi domestici non erano ortodossi (!) – e se questo non era stato un problema (!) per la Chiesa Ortodossa fuori dalla Russia, secondo cui il martirio in odium fidei era stato un battesimo di sangue all’ultimo minuto… beh: il dettaglio diventa invece un grosso problema per la Chiesa Russia, che l’ipotesi martirio – come s’è detto – l’aveva già esclusa.

Ma anche per quanto riguarda i domestici che quantomeno professavano fede ortodossa, la posizione della commissione per la canonizzazione non è univoca.
Da un lato, ci si domanda fino a che punto si possa parlare di “serena accettazione” della prigionia e della morte, da parte di quattro poveri disgraziati che – detto tra i denti – erano lì perché erano sul libro paga degli zar. Cioè, poracci: lavoravano. Il valletto di Nicola Romanov è morto malamente perché Nicola Romanov ha insistito per avere con sé il suo valletto anche in prigionia. Ma allora: il valletto è morto da santo, o è solo una vittima della situazione?
Certamente, la risposta ovvia è che il valletto, a una certa, avrebbe anche potuto licenziarsi. Nessuno lo avrebbe biasimato – neppure i Romanov, probabilmente. Nella decisione (questa sì, eroica) di rimanere al fianco dei loro signori fino all’ultimo momento, i domestici ebbero quantomeno l’occasione di fare una scelta. I Romanov, ovviamente, non avrebbero potuto scegliere la libertà neanche volando; i domestici in teoria sì: e dunque non è ancor più lodevole ed esemplare il modo in cui hanno affrontato la prigionia anche a costo di morire?

Secondo me sì; però, con buona pace dei domestici, la Chiesa Russa decise alla fine di non occuparsi di loro. Se santi sono stati, si disse, non abbiamo modo di dimostrarlo: troppa poca documentazione (e non parliamo poi del fatto che alcuni di loro non erano ortodossi). Il modo migliore per onorarli – suggeriscono le autorità ecclesiastiche – sarà ricordare i loro nomi durante le commemorazioni e raccontare la loro storia. Ma nulla di più.

Quanto alle vittime imperiali, beh… dopo dieci anni di duro lavoro, la commissione giunge infine a una decisione condivisa. I Romanov non sono martiri, ma possono essere annoverati tra i “portatori di passione”, una categoria di santità che non trova un corrispettivo esatto tra quelle di noi cattolici.

Citando Wikipedia,

il titolo può essere assegnato a una persona che ha affrontato la sua morte in modo simile a Gesù. A differenza dei martiri, i portatori della passione non sono stati esplicitamente uccisi per la loro fede, sebbene si siano attenuti a quella fede con pietà e vero amore per Dio. Quindi, sebbene tutti i martiri siano portatori della passione, non tutti i portatori della passione sono martiri.

In particolar modo, la commissione per la canonizzazione dei Romanov ritiene che, nelle loro lunghe settimane di prigionia, i membri della famiglia imperiale abbiano affrontato quello che la Chiesa Ortodossa definisce podvig – altro termine che non ha corrispettivi nella tradizione cattolica, ma che sta a indicare una forte e dolorosissima lotta spirituale, per certi versi assimilabile a quella di Gesù nell’Orto degli Ulivi.

Granduchesse 1917

Un sereno scatto delle granduchesse Tatiana, Maria e Anastasia nelle prime fasi della loro prigionia, nella primavera 1917

Alla fine la canonizzazione ci fu: a due rate, tra il 19 e il 20 agosto 2000. Le celebrazioni si tennero nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, proprio a pochi passi dal Cremlino. Un luogo simbolico, quello: la chiesa, costruita nell’800 per volontà dello zar Alessandro I, fu demolita nel 1931 con l’intenzione di costruirci sopra un grandioso Palazzo dei Soviet. (All’atto pratico, il palazzo non fu mai costruito a causa della carenza di fondi, e nel buco lasciato dalle fondamenta dell’ex-chiesa, Chrusev ebbe la pittoresca pensata di far costruire una piscina a cielo aperto). Ricostruita ex novo negli anni ’90, la cattedrale è già di per sé un simbolo potente.

Icona Famiglia Imperiale

Una delle tante icone raffiguranti la Santa Famiglia Imperiale

Quanto ai resti mortali dei Romanov (o reliquie, se preferite), essi riposano nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo, assieme ai loro antenati. Sul punto in cui a Ekaterinburg ebbe luogo il massacro, sorge oggi la Cattedrale sul Sangue. Curiosamente per una chiesa, il nome completo ha un “sottotitolo”: in onore di tutti i santi risplendenti nella Terra Russa.

Cattedrale Sul Sangue

P.S. E comunque… non è mica finita qui!
Presente, i quattro servitori venerati come santi dalla Chiesa Ortodossa Russa fuori dalla Russia e ‘scartati’ invece da quella Ortodossa in Russia? Ecco, io ho tutta l’intenzione di assecondare la proposta della Chiesa Ortodossa e di tenere viva la loro memoria.
Anche perché… non era mica un caso, il mio ripetere ossessivamente che alcuni di loro non erano nemmeno battezzati ortodossi. No, era finalizzato a questo ultimo colpo di scena: uno di loro, in effetti… era battezzato cattolico.

10 pensieri su “La canonizzazione della famiglia Romanov

  1. Luca ha detto:

    Spesso ho sentito, soprattutto negli ultimi anni, di questa storia dei Romanov (mi sembra di ricordare che ad oggi ci sia una discendente), e devo dirti la verità, un po’ mi ci sono appassionato. Da quel poco che sono riuscito a capire per farmi un’idea, sembra essere stata una dinastia che – oltre ad averne passate di cotte e di crude – abbia anche dei risvolti segreti… mi piacerebbe leggere qualcosa in proposito.
    Ti auguro un sereno pomeriggio :)

    • Lucia ha detto:

      :D
      A me piacciono molto le storie sulle famiglie reali, tutte, anche quelle attuali, sono l’unica concessione al gossip sui VIP che mi concedo ;-)
      Quindi, se il tema interessa… beh, perché no? :-D

      Sulla discendente, sì, so anch’io che esiste. Se non ricordo male c’è anche in quel caso una disputa (simile a quella in corso per Casa Savoia, per capirci) su chi dovrebbe realmente essere l’erede al trono se il trono ci fosse ancora. Anche in quel caso, proprio come per la famiglia Savoia, ci sono o ci sarebbero stati tra i discendenti dei Romanov dei matrimoni morganatici (e/o comunque non approvati dalle leggi di famiglia), per cui i nubendi e i figli di questa unione sono automaticamente al di fuori della linea di successione.

      Per chi ritiene che questa pretendente al trono donna sia da considerare esclusa dalla linea di successione a causa delle nozze morganatiche dei suoi antenati, l’erede al trono sarebbe stato un certo Nicola Romanov, morto qualche anno fa… in Italia, perché si era sposato con un’Italiana. La figlia primogenita di costui, che credo però non abbia la minima velleità di reclamare il trono imperiale russo XD è l’attrice Nicoletta Consolo.

  2. lopsicotaccuino ha detto:

    Avevo un docente fissato con la storia di questa famiglia e – se non ricordo male – portai la figura di Anastasia anche nella mia tesina di maturità. Queste informazioni però nemmeno lui ce le aveva fornite (nonostante ci abbia fatto una LEZIONE MONOGRAFICA!) perciò sono contenta di aver letto questo articolo. Molto preciso e coinvolgente.

  3. Ilaria ha detto:

    Sono contenta di non appartenere alla Chiesa ortodossa, né dentro né fuori la Russia, perché questa scelta non la condivido. Certo, dispiace per i Romanov, ma probabilmente ci sono stati autentici portatori di passione se non veri e propri martiri tra i milioni di contadini e di sacerdoti uccisi o deportati nei Gulag, solo che non erano “famosi”. E poi bella pretesa e bell’altruismo da parte di Nicola voler portare il balletto con sé anziché lasciarlo spontaneamente libero salvandogli la vita. A parte ciò, in realtà mi pare di ricordare che ‘sto Nicola fosse anche considerato abbastanza “buono” come zar, forse perché non si sentiva molto tagliato per governare e quindi avrebbe voluto tenere una linea abbastanza morbida (pur all’interno di un regime che aveva mantenuto la Russia in una profonda arretratezza e che ormai, come poi tragicamente si vide, non poteva più essere tollerato, dati i tempi).

    • Lucia ha detto:

      No, beh, di brava gente morta nei gulag e compagnia cantante che è stata canonizzata dalla Chiesa ortodossa, giustamente è pieno il mondo! Per carità del cielo, ci mancherebbe altro. Alcuni di loro (molti di loro) sono senz’altro martiri uccidi in odium fidei in senso stretto.
      Ma ce ne sono di canonizzati, hai voglia!

      Infatti secondo me il problema della canonizzazione dei Romanov è stato un po’ un grattacapo, soprattutto per la Chiesa Ortodossa in Russia. Da un lato, c’era il popolo che già li venerava come santi e li considerava le vittime di tutte le vittime; dall’altro, c’era il fatto che tutti gli altri poracci morti nei gulag in effetti erano canonizzati e/o canonizzabili. Quindi secondo me erano in una di quelle situazioni “come ti muovi, sbagli”: o li canonizzavano suscitando le alzate di sopracciglia come le tue, o non li canonizzavano facendola così sembrare una scelta politica (tutte le altre vittime del comunismo, canonizzate, e solo i Romanov no).
      Poracci, non avrei essere voluto nei loro panni :-D

      Comunque, la brava gente morta nei gulag ha ricevuto la sua palma del martirio a sua volta, ecco ;-)

      Per il fatto di lasciare libera la servitù invece di portarla con sè nella tomba… eh.
      A discolpa di questa scelta, posso anche dire che, oggettivamente,
      A) la servitù non era stata costretta, aveva avuto la possibilità di tornare alle sue vite e aveva rifiutato. O meglio: moltissimi avevano accettato, quelli che son morti al fianco dei Romanov avevano deciso volontariamente di restare;
      B) a quanto pare, probabilmente nessuno credeva davvero che la prigionia degli zar sarebbe finita così. Il pensiero comune era che, dopo un periodo di detenzione, sarebbero stati mandati in esilio da qualche parte. Si parlava tanto dell’Inghilterra: c’è anche una famosa polemica su Giorgio V (il nonno della regina Elisabetta) che forse avrebbe potuto salvare i Romanov offrendo loro asilo politico, se solo non avesse procrastinato per paura di attirarsi guai. Per dire. Cioè: col senno di poi siam bravi tutti a dire “eh ma i poveri servitori dovevano scappare e salvarsi la vita!”, ma loro probabilmente pensavano davvero che la vita l’avrebbero avuta salva comunque, dopo un periodo di prigionia…

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