Halloween, la storia vera. Parte I: Esiste un nesso tra Halloween e Samhain?

…posso dirlo?
Lo dico, sperando di non essere… mandata al rogo (che ci starebbe pure bene, visto l’argomento).
Lo dico: “Halloween è la festa più incompresa del calendario”.

Chi dice che è una festa puramente pagana: non sa che cosa dice.
Chi dice che è un’americanata senza alcun legame con la nostra cultura: non sa che cosa dice.
Chi dice che è una festa diabolica profondamente anticristiana: non sa che cosa dice, o quantomeno s’è perso parecchie puntate.

Ma io, da storica, non riesco a sorvolare sulla tendenza ad esprimere un giudizio senza mettersi al pari con le puntate perse. E di puntate perse, in questo caso, ce ne sono tante. Halloween non è mica nato a fine anni ’90 quando un magnate ha deciso che doveva inventarsi un nuovo modo per spillare soldi alle famiglie.

Nel corso di questi ultimi anni, ho letto diversi libri sul tema.
Ce ne sono in commercio numerosi (non tantissimi): alcuni decisamente inattendibili e parziali, altri degni di maggior attenzione. In questo e negli altri articoli che seguiranno, e che ci accompagneranno fino al 31 ottobre, vorrei fare il punto di ciò che ho appreso attraverso queste letture e raccontarvi… qual è la vera storia di Halloween.

***

Lisa Morton

Se dovessi consigliare un unico titolo, ma imperdibile, a chi vuole approfondire la storia di Halloween, consiglierei senz’altro il bellissimo Trick or Treat di Lisa Morton. L’autrice – di per sé, scrittrice e sceneggiatrice di prodotti horror – ha sfruttato nelle sue opere il tema di Halloween così a lungo e così intensivamente da aver accumulato un bel po’ di materiale sul tema. Il frutto di anni e anni di ricerche è stato ordinato e dato alle stampe in questa meraviglia di libro che non solo è documentatissimo e storicamente rigoroso: è pure appassionante e scritto bene. Ché Lisa – ricordiamolo – sa come tenere il lettore attaccato alla sedia.

E allora, iniziamo proprio con questo libro il nostro excursus alla scoperta Halloween – excursus che, come ben immaginerete, non può che prendere le sue mosse dalla antica festa di Samhain.

…“non può?”.
Sicuri sicuri?

In realtà, Lisa ne parla perché, al giorno d’oggi, scrivere di Halloween senza citare Samhain sarebbe da pazzi furiosi. Però, sia messo agli atti che

gli storici non hanno ancora trovato un accordo su quanto Samhain abbia davvero influenzato il formarsi della moderna festa di Halloween.

La convinzione che Halloween sia la diretta derivazione della festa di Samhain, in cui Samhain sarebbe addirittura – secondo alcune fonti – l’antica divinità celtica della morte, è una fake news bella e buona messa in giro nel 1786 Charles Vallencey, un militare inglese che, per ingannare il tempo nel corso di una lunga missione in Irlanda, diede alle stampe un’opera piena di inesattezze chiamata Collectanea de Rebus Hibernicis.

Sfatiamone qualcuna.

Ad esempio: Samhain non è una divinità celtica.

Di certo non è la divinità celtica della morte, come talvolta si legge in giro.
Samhain non è neppure una festa che i Celti dedicavano a una divinità in modo particolare.
Samhain, molto semplicemente, era il Capodanno celtico.

In quell’uggioso periodo in cui l’estate cede il passo all’inverno, i campi venivano preparati per il riposo e il bestiame ritornava nelle stalle. I maiali venivano macellati e la carne era messa sotto sale in previsione del freddo inverno. Le tasse venivano riscosse, gli stipendi corrisposti. Al calar del sole, gli abitanti del villaggio si radunavano attorno a un falò e davano il via a festose libagioni per festeggiare la buona riuscita dei raccolti e la momentanea abbondanza di cibo. Sarebbe stato, per il villaggio, l’ultimo vero momento di festa, prima di essere avvinto dalla feroce morsa del gelo.

C’erano delle componenti horror – per così dire – in questa celebrazione di fine anno?
Mah. Qualcuna sì. Va anche detto che i Celti avevano un certo gusto per le leggende inquietanti: si raccontavano cose terrificanti dodici mesi all’anno.
Ad ogni buon conto, una antica favola celtica ambientata nella notte di Samhain raccontava di un cadavere parlante che insidiava (e uccideva) i vivi, sconfitto infine dall’eroe Nera. Un altro leggendario eroe, Finn mac Cumhaill, veniva rapito dalle fate nel bel mezzo dei festeggiamenti di Samhain e trasportato in una sorta di Oltretomba fatato da cui stentava a ritornare.
Qualche elemento “spaventoso”, insomma, era sì presente nella antica festa di Samhain (che comunque era caratterizzata dai bagordi e dall’ubriachezza, molto più che da queste storie di terrore).

Più che altro, va detto che Samhain portava con sé un altro elemento decisamente… “halloween-oso”: sennonché, era un elemento macabro, ma niente affatto spaventoso.

Gulisano Zucche

Momento liminale, che se ne sta sospeso tra l’inizio e la fine (di un anno, in questo caso), Samhain era – come un po’ tutti i Capodanni, in tutte le culture – il momento in cui si facevano più fragili i confini che separavano il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Così come, a Samhain, si rendeva omaggio alla morte della terra, che sarebbe rinata a primavera, così si riteneva che quella notte magica spalancasse le porte del regno dei vivi a coloro che erano morti nel corso dell’ultimo anno.

Trovo bellissimo citare, a questo punto, il consigliatissimo libro di Paolo Gulisano e Brid O’Neill dedicato a La notte delle zucche (edizioni Ancora).

Ciò che gli antichi Celti celebravano a Samhain era la sacra relazione della vita con la morte. Niente a che vedere dunque con […] spiriti maligni e terribili divinità dell’oscurità venute a soggiornare sulla terra e ad imprigionare e uccidere il sole. Samhain era invece la festa della comunione, dell’unità tra i vivi e i morti, dei quali non si aveva paura, dei quali si portava rispetto.

Io insisto: se aveste chiesto a un uomo celta, lui vi avrebbe detto che Samhain era, più che altro, la festa dell’ultima mega-strafogata prima dell’inverno crudele. Ma è pur vero che, en passant, tra ‘na bevuta e l’altra,

si pensava che in questo giorno i morti potessero tornare nella terra dei vivi per festeggiare con la propria famiglia, tribù, clan. […] I morti che tornavano alle loro case di un tempo dovevano trovarvi da mangiare, la tavola apparecchiata in segno di rispetto e di ricordo da parte dei vivi.

E quest’affermazione suona dolcemente familiare alle mie orecchie. Ché anche nella terra da cui arriva la mia famiglia – il Monferrato – è tradizione apparecchiare la tavola per i propri defunti nella notte tra il 1° e il 2 Novembre. Secondo la tradizione, i nostri cari torneranno dall’Oltretomba, quella notte. Visiteranno la loro vecchia casa, e desidereranno essere accolti con ogni onore.
E quello monferrino non è un caso isolato (anzi). In questi ultimi giorni, su Facebook e sul mio canale Instagram ho raccolto numerose testimonianze sullo stesso tenore, che abbracciano tutta l’Italia da Nord a Sud.
Laddove questa usanza si è conservata: amici, sappiate che, nell’apparecchiare la tavola per i defunti, voi vi state facendo erede di una antichissima tradizione, che ha origini addirittura pre-cristiane. Come scrive poeticamente Gulisano,

quando l’oscurità sembra all’apice della potenza, la terra si addormenta e attende il futuro […] gli uomini scruta[no] nella notte confidando di non essere soli, di non essere abbandonati in balia degli eventi, di avere la compagnia quantomeno dei propri morti, in un vincolo fortemente tenace di solidarietà tra generazioni, tra vivi e morti, tra passato e presente.

E non è forse questa, la Comunione dei Santi?

***

Se non è la Comunione dei Santi, quantomeno ci assomiglia molto. E quasi sicuramente non è un caso che, verso la metà dell’VIII secolo, papa Gregorio III abbia scelto proprio il 1 Novembre come data in cui proporre ai fedeli la commemorazione di tutti i santi. (Originariamente, la festa di “ognissanti” – o, per meglio dire, la festa in onore di tutti i martiri – era celebrata a Roma il 13 maggio).

Forse, la celebrazione fu spostata al 1 Novembre per far in modo che i recenti raccolti potessero essere usati per sfamare le masse di pellegrini che avrebbero raggiunto Roma per celebrare la festa di Ognissanti, come alcuni storici hanno suggerito?

si domanda Lisa Morton.

Oppure, la festa fu spostata nel tentativo di cristianizzare le celebrazioni Samhain, che le popolazioni di origine celtica erano restie ad abbandonare? Un celebre calendario di area celtica risalente al nono secolo, il Martirologio di Oengus il Culdeo, offre un indizio intrigante che potrebbe dirimere la questione: [all’interno dello stesso manoscritto], una traduzione inglese di epoca più tarda definisce il 1 Novembre “il tempestoso giorno di Ognissanti”, ma il testo irlandese originale parla semplicemente di “samain”.

Ma non bastava.
Attorno all’anno Mille, la Chiesa ordinò che, ogni anno, nel giorno del 2 novembre, i fedeli commemorassero i propri defunti e, in particolar modo, pregassero per la liberazione delle anime prigioniere del Purgatorio. La festa ci mise un po’ di tempo a prendere piede, ma, attorno all’inizio del ‘400 era conosciuta e celebrata da tutti i cattolici europei.

Accenni all’esistenza di una festa popolare chiamata Halloween appaiono nelle cronache proprio in quel periodo.

(La Storia continua, ovviamente)

48 risposte a "Halloween, la storia vera. Parte I: Esiste un nesso tra Halloween e Samhain?"

  1. Elisabetta

    Grazie mille Lucia.
    La festa dei morti accomuna cristiani e pagani in questo periodo dell’anno. A me personalmente non piace la deriva halloweenosa della nostra festa italiana perché ha preso solo l’aspetto del travestimento per i bambini, consumistico, da carnevale bis, lasciando da parte la memoria di onorare i morti. Ma del resto potremmo dire la stessa cosa del Natale…

    L’aspetto satanico… io ho sempre pensato non fosse connaturato alla festa, così come essa esiste ed esiteva nella cultura di uk e usa… la Chiesa ha sempre inglobato dentro sé elementi pagani (Natale, chiese rivolte a oriente dove sorge il sole ecc.)
    In ambiente cristiano ho sentito definire di Halloween come festa solo dagli evangelici e dai cattolici carismatici.
    Gli esoricisti sostengono che i satanisti abbiano scelto (in tempi recenti, quindi affiliandosi a una festa già esistente) proprio il 31.10 per i loro riti e che quindi festeggiare Halloween significa unirsi a loro. ..il cornuto ne sarebbe contento (sebbene la festa in sé non sia satanica).
    Qual è la posizione della Chiesa sulla festa di Halloween oggi?

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    1. ago86

      A quanto ne so non c’è nessuna posizione ufficiale sulla festa di Halloween. Come non c’è una posizione per il festeggiamento del proprio compleanno, o per qualsiasi festività di una qualsiasi altra religione. Anche perché non credo avrebbe senso: ogni religione si occupa delle proprie festività, non di quelle altrui.

      Tengo a dire che se leggerete degli articoli (clickbaiting al 100%) dal titolo “La Chiesa scomunica Halloween” lasciate perdere direttamente il sito: la scomunica riguarda le persone e le organizzazioni, non le festività.

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    2. Lucia

      Arrivo in ritardo con la mia risposta, in parte per mancanza di tempo e in parte perché spero che gli altri post della serie abbiano introdotto qualche elemento di riflessione in più.

      Detto ciò: a parte che, sì, concordo con Ago86 nel dire che non mi risulta che la Chiesa abbia una posizione ufficiale su Halloween, come del resto non ce l’ha sulla Giornata della Donna, sul 25 Aprile etc etc… ‘nsomma, non è affar suo 😀

      Detto ciò, a me lasciano molto molto perplesse le affermazioni che ogni tanto si leggono, per cui, siccome ad Halloween ci sono dei satanisti che fanno riti loro (boh, sarà), allora Satana è contento tutte le volte che qualcuno festeggia Halloween. Cioè: che una mamma e un bimbo che cucinano assieme dei biscottini a forma di zucca siano ‘na roba che involontariamente inneggia a Satana… a me, con tutto il rispetto, sembra follia.

      Posso trovare già più sensate le raccomandazioni rivolte a chi ha figli adolescenti. In quel caso, magari, sì, posso immaginare che ci siano magari casi in cui adolescenti scemi si divertono a scimmiottare riti occulti per giocare a sentirsi fichi alla festa di Halloween.
      Ma in quel caso il problema non sta nella festa, sta nella testolina bacata degli adolescenti. Possono fare scemenze ad Halloween così come possono fare scemenze (magari di altro genere, ma ugualmente pericolose) anche negli altri 364 giorni dell’anno. Lì è innanzi tutto una questione di vigilanza.

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  2. Umberta Mesina

    Bene, non vedo l’ora di proseguire… Grazie del tuo lavoro!
    Qualche anno fa avevo cominciato una ricerca sulle origini di Halloween ma poi l’ho dovuta sospendere. Mi ricordo solo che nelle fiabe raccolte da Yeats praticamente non si parla mai di una festa del genere e il termine stesso compare solo in un racconto dell’Ulster (comprensibile, visto che dovrebbe essere di provenienza scozzese). In Fraser non ve n’è traccia. Ricordo anche che il propalatore del termine presso il pubblico di lingua inglese fu Burns. Quanto all’Italia, la tradizione delle “anime” c’era anche in Sardegna e in Sicilia. Della Sicilia ho un articolo di Andrea Camilleri, della Sardegna mi pare che ne parlasse mia nonna.

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    1. Velenia

      In Sicilia era una festa bellissima,fino a una trentina di anni fa,circa,i miei migliori ricordi di infanzia riguardano i Doni dei Morti.Poi,ancora prima della moda di Halloween,il ceto borghese cominciò a non festeggiarla più,era un po’ come parlare il dialetto,veniva ritenuto da poveracci.Io quando avevo i figli piccoli la festeggiavo sempre.

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      1. Lucia

        Sì, che tristezza.
        Tante di queste tradizioni sono morte così, quando la gente “istruita” ha smesso di portarle avanti perché le riteneva robe insulse da contadini. Che peccato.

        Peraltro, è un po’ lo stesso atteggiamento che noto oggi, da parte di alcuni cattolici “studiati”, riguardo alle forme più semplici di devozione popolare. Che possono sì essere talvolta molto ingenue, ma che è un peccato perdere solo perché a noi sembrano robetta stupida!

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        1. klaudjia

          Mia madre era sarda e mi ha insegnato la sua lingua (perché il sardo è una lingua), ma mi è capitato spesso di conoscere sardi che non lo parlavano perché i genitori non hanno voluto insegnarglielo, ritenendo questa lingua roba da poveracci analfabeti. Chissà se sapevano che la prima costituzione italica fu scritta in questa lingua (la “Carta de Logu).

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          1. Lucia

            Figurati: sulla mia pagina Facebook, qualche tempo fa, in una discussione sugli stessi temi (tradizioni snobbate etc), era intervenuto un ragazzo piemontese originario di una vallata del Piemonte, in cui si parla la lingua occitana. E lui mi diceva di conoscerla, perché in casa i suoi nonni la usavano, dunque lui la capisce e la parla bene, ma ormai non trova più nessuno con cui esercitarla.

            E parliamo di occitano vorrei far notare. Cioè la lingua d’oc, quella dei trovatori medievali: le loro poesie le studi pure a scuola (in traduzione).

            Eppure…

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    2. Lucia

      😁

      Premetto che non sono assolutamente esperta di letteratura inglese. Però, giusto a titolo di curiosità, lascio qui due veloci note che ho ricavato dalla lettura del libro della Morton.

      Pare che la prima opera letteraria di un certo rilievo a parlare di Halloween sia la ballata scozzese Tamlane, del 1548. Racconta la storia di una ragazza, Janet, che rimane incinta del suo amato Tamlane, il quale però è stato rapito dalle fate e viene tenuto nascosto nel loro regno. Janet potrà tentare di liberarlo solo nella notte di Halloween, a patto di mantenere il sangue freddo nonostante le mille prove spaventose a cui sarà sottoposta dalle fate.

      Però mi sembra di capire che non sia stata una ballata di chissà quale successo. La riprende Scott, che la include a inizio ‘800 nella sua raccolta di poesie scozzesi, ma penso che fino a quel momento avesse avuto una diffusione limitata.

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  3. Murasaki Shikibu

    Sapevo vagamente che era una festa cristiana o almeno adottata in un qualche momento piuttosto indietro nel tempo dai cristiani – il calendario parla chiaro, siamo in zona Tuttissanti – ma districarsi tra celti e neopagani e bufale religiose è davvero complicato al giorno d’oggi.
    Comunque anch’io ho mangiato delle squisite fave dei morti, dolcetti tipici marchigiani dove credo che burro e mandorle facciano la loro parte, e so vagamente di tradizioni italicissime a base di zucche intagliate. Una collega mi pare abruzzese mi ha spiegato anche che in certe zone la tradizione dice che le porte che consentono il ritorno dei morti restano aperte per dieci giorni, o meglio dieci notti.
    Aspetto con entusiasmo le prossime puntate, prenditi il tuo tempo, ché se anche arrivano a Natale sono più che gradite 😃

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  6. Tigre da Laptop

    In certi paesi della Sardegna, quando mia madre era bambina, i ragazzini giravano casa per casa a chiedere dolcetti il giorno di Ognissanti, mancava giusto la parte delle maschere e degli scherzi.

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  8. Rettiliano Verace

    Ottimo articolo, ma secondo me hai trascurato un punto di vista interessante: la macellazione degli animali che non sarebbero sopravvissuti all’inverno. Come ben sa chi ci ha a che fare, l’abbattimento e la macellazione degli animali non fanno benissimo alla psiche. Nei macelli industriali gli scannatori e macellatori sono sotto controllo continuo da parte dello psicologo (ho lavorato per anni a Parma tra allevamenti e prosciuttifici). Mi e’ capitato di macellare conigli, e devo dire che l’impatto psicologico non e’ stato indifferente.
    Forse la festa serviva per aiutare la comunita’ a lenire gli effetti di una giornata passata tra schizzi di sangue, budella calde e urla di animali scannati?

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    1. Lucia

      …mah, chissà.
      E’ un punto di vista interessante: a me non sarebbe mai venuto in mente, anche perché a dire il vero le cronache medievali non restituiscono mai una immagine angosciosa del momento della macellazione. Anzi: in genere, viene descritto come un momento gioioso, immagini di macellazione sono miniate nei Libri delle Ore dei nobili; i bambini giocavano con la vescica di maiale gonfia d’aria come se fosse un pallone da calcio.
      Quindi a me verrebbe da dire che la sensibilità sul tema era evidentemente molto diversa da quella moderna.

      Però, chissà.
      Sicuramente era un giorno speciale, quello sì, con elementi festosi che si mescolavano ad elementi dai toni più cupi 🙂

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      1. Rettiliano Verace

        Mi era solo venuta in mente questa idea basandomi sulle esperienze personali, sono tutto tranne che uno storico. Ripensandoci, anche nel libro “The jungle” di Sinclair (1905) si parla di come la macellazione su scala industriale rovini la testa a chi ci lavora.

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        1. Murasaki Shikibu

          Certo, quella su scala industriale è tutt’altra cosa. Ma nei piccoli paesi, ‘nsomma, fa parte del trantran di tutti i giorni, non è che eliminavano decine e centinaia di capi immagino.
          Però è in effetti un fattore che può aver giocato.

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      2. blogdibarbara

        Io ho assistito una volta alla macellazione di un maiale (in effetti credo che fosse autunno). Assistito in realtà è un termine esagerato: ho visto qualcosa e il resto sentito, nel senso che ho sentito le urla del maiale. Sono passati sessant’anni e ancora il ricordo mi fa ghiacciare le budella. Si trattava di contadini, non di roba industriale, e chi crede che quella casalinga ci guadagni nel confronto si sbaglia di grosso: c’erano quattro uomini che lo tenevano per le zampe, poi quando il coltello è affondato nella gola il maiale urlando selvaggiamente si è strappato con tale violenza che gli è sfuggito dalle mani e ha cominciato a correre impazzito per il cortile lasciando scie di sangue dappertutto mentre tutti gli uomini all’inseguimento cercavano di riprenderlo…

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        1. klaudjia

          Oggi, infatti, gli si deve sparare in testa. Ci credo che le campagne si sono spopolate alla prima occasione di andare in città. Chi ha voglia di fare questo lavoro?

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          1. blogdibarbara

            Tenendo presente che si tratta di un chiodo lungo e grosso, che molto spesso non stordisce al primo colpo per cui bisogna spararne un secondo, e non di rado anche un terzo. Se questa è una macellazione umanitaria…

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    1. Elisabetta

      Lo uccidono sul colpo ma visto che è un animale intelligente, già quando lo porti al macello, capisce, grugnisce e fa suoni impressionanti … la pcaria ,ovvero la macellazione, da noi è festeggiata in piazza. Con tanto di locandine con maiali antropomorfi che mangiano salumi…cosa ricorrente nelle varie pubblicità.
      Beh che dire. Un argomento a favore dei vegetariani. Qui da noi si usa andare in gita nei salumifici alle elementari. Di recente, però, hanno tolto la parte della visita in cui vedi come insaccano i salami. 🤢
      Anche io da piccola ebbi questo piccolo shock e per mesi rinunciai al salame. Poi devo aver rimosso in nome della gola. 😔Non potrri mai rinunciare alla carne di maiale che qui in Emilia è praticamente ovunque , anche nello gnocco ingrassato….

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    2. blogdibarbara

      Prima c’è lo stordimento, col chiodo sparato in testa, oppure col tunnel dell’azoto, cioè dove vengono praticamente soffocati perché non c’è ossigeno, pensa tu che bella esperienza, poi vengono macellati nella solita maniera mentre dovrebbero essere meno coscienti e quindi, in teoria, soffrire si meno.

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        1. blogdibarbara

          La tecnica quasi indolore esiste già, ed è la macellazione rituale ebraica – che, paradossalmente, molti vorrebbero vietare per legge ritenendola particolarmente inumana. Innanzitutto il macellatore è meticolosamente addestrato, poi c’è il coltello, che deve essere affilatissimo (a tutti noi è capitato di tagliarci con qualcosa di particolarmente affilato, e accorgercene solo quando vediamo il sangue. Poi arriva anche il dolore, ma solo un attimo dopo) e senza la minima imperfezione, e infine l’atto della macellazione, che viene praticato con un unico gesto velocissimo che taglia trachea, esofago, carotide, vena giugulare e nervo vago: quando la percezione del dolore dovrebbe arrivare al cervello, fra corpo e cervello non c’è già più alcun collegamento. Conosco più di un buon cattolico dalla digestione difficile, che quando vuole mangiare carne la prende in una macelleria ebraica, perché è molto più tenera, per il fatto che l’animale non si irrigidisce al momento della morte appunto perché non prova dolore. In teoria la tecnica sarebbe la stessa della macellazione rituale islamica, solo che in realtà non solo è molto meno accurata, ma, soprattutto, chiunque può improvvisarsi macellatore. Non voglio mettere immagini truculente, ma chi non è di stomaco troppo delicato può cercare “islam festa del sacrificio” per averne un’idea (coi bambini portati a immergere le mani nel sangue in modo che si abituino bene fin da piccoli).

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          1. Celia

            Ecco, grazie.
            Non conto più le volte in cui ho sentito parlare della macellazione rituale con ribrezzo, come fosse più cruenta ed insensibile, mentre è esattamente il contrario.
            Basta l’idea di un coltello a scatenare istinti retrivi e fornire una giustificazione ad un mucchio alto così di pregiudizi.

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          2. blogdibarbara

            Che poi il coltello viene usato anche nella cosiddetta macellazione tradizionale, solo che il tutto viene fatto dopo il chiodo – o due chiodi, o tre chiodi – sparato umanamente nella testa, che provvede a stordirlo. Tra l’altro c’è da dire che se per un qualsiasi incidente di percorso, l’animale dovesse soffrire, non è più considerato kasher e quindi non può essere venduto in una macelleria riconosciuta come kasher e non può essere mangiato da un ebreo osservante.

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          3. Lucia

            Sembra che io abbia snobbato questa discussione, ma è solo che sono in vacanza approfittando del ponte dei Santi e mi manca il tempo di fare tutto 😀
            Ma invece è una discussione interessantissima, non avete idea di quanto io segua con curiosità, piacere (e pure un pelo di orgoglio 😆) queste discussioni bellissime che si sviluppano sempre nei commenti. Grazie davvero!

            Riguardo alla macellazione, ammetto che ho sempre fatto un po’ di fatica a vederla come una pratica barbara e foriera di chissà quali traumi per l’operatore (soprattutto se parliamo di macellazione su scala ridotta, magari su scala industriale è già diverso), anche perché è un elemento che è ha sempre fatto parte della quotidianità delle mie famiglie, in una certa misura.
            Il mio bisnonno paterno era macellaio, proprio nel senso che macellava lui gli animali (nella casa di mia zia, la vecchia casa di famiglia, c’è ancora la stanza del macello nello scantinato), e non mi risulta che nessuno l’abbia mai considerato un mestiere usurante più di altri. Mia nonna materna assisteva regolarmente all’uccisione delle galline nella cascina, e non ne conserva ricordi traumatici.

            Perdipiù, in famiglia ci sono (ancora adesso, vivi e operativi) alcuni cacciatori, quindi il macello della selvaggina continua ad essere una cosa che ogni tanto si fa. Io non ho mai assistito, ma più di una volta ho visto (e mi son pure trovata in casa) i capi abbattuti, per dire.

            Però in effetti in questo caso i capi abbattuti sono decisamente morti stecchiti e già da mo’, auspicabilmente ammazzati sul colpo con un proiettile ben assestato. Se paragono la loro fine a quella dei poveri maiali che mi state descrivendo, davvero vien da dire che se la passano meglio i cinghiali ammazzati dai cacciatori…

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          4. blogdibarbara

            Come ho già detto anche altrove, nei blog tenuti e frequentati da persone intelligenti e colte è normale che escano discussioni interessanti.
            Quanto al merito, anche mia nonna tirava il collo alle galline, cosa che a me, a dire la verità, ha sempre fatto un po’ impressione, ma a lei assolutamente no. Ma immagino che per capi di grosse dimensioni e col sangue che scorre l’impatto possa essere diverso.

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    1. klaudjia

      A mio parere personale, ripeto un parere personale perché consapevole che la mia cultura in questo settore è limitata, vedo un piano anti-cristiano /vaticano in televisione ogni giorno. Ogni giorno su Google news arrivano notizie su scandali vaticani, dichiarazioni che papa Francesco avrebbe fatto ai suoi più stretti collaboratori. Stamattina in televisione si parlava di “peccati immortali” un romanzo (dichiaratamente opera di fantasia) nel quale un cardinale muore in una situazione scabrosa ed una foto compromettente avrebbe fatto crollare il vaticano e il governo. Ora qualcuno di noi si immagina un romanzo denigratorio su Maometto? Si scatenerebbe l’inferno in terra! Ma su Gesù si può (vedere il Codice da Vinci). Tornando alle dichiarazioni del papa, a meno che i giornalisti non siano i “confessori” di papa Francesco al quale lui racconta presunti misfatti mi spiegano come fanno ad avere quotidianamente queste “notizie”. La lista è ancora lunga…ma mi fermo qui. Questo per dire che se c’è un piano anticristiano non lo vedo ad Halloween, ma ogni giorno.

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      1. blogdibarbara

        C’è un paragone che mi viene sempre spontaneo su questo tema. Quando è uscito il film “L’ultima tentazione di Cristo” i cristiani hanno protestato, scrivendo lettere ai giornali se lettori e articoli se giornalisti e facendo picchetti con cartelli di protesta davanti ai cinema. Quando è uscito il film “La passione di Cristo” gli ebrei hanno protestato, scrivendo lettere ai giornali se lettori e articoli se giornalisti. Quando un giornale danese ha pubblicato alcune vignette che raffiguravano Maometto per quello che storicamente è sempre stato i musulmani hanno devastato mezzo pianeta. Sempre in tema di Charlie Hebdo, che ha subito la strage che ben conosciamo “a causa” degli attacchi anti islamici, su 523 pagine pubblicate in dieci anni, di dedicate all’islam ce ne sono state 7 (SETTE), come ho mostrato qui. Al cristianesimo ne sono state dedicate il triplo, fra cui la schifosa vignetta sulla Trinità che oltretutto – cosa sulla quale ho trovato il pieno consenso di un discreto numero di atei convinti – non si capisce in che modo si possa considerare satira. Non si registrano devastazioni ad opera di cristiani.

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    2. Murasaki Shikibu

      Ma sì che si può dire, non vedo il problema. Soltanto che non capisco bene perché si debba scegliere, almeno nel presente caso: storico ed esorcista fan due lavori molto diversi. Gli storici si ingegnano di rimettere insieme i frammenti del passato cercando di trarne un disegno che li metta insieme l’esorcista si occupa essenzialmente di correnti energetiche e lavora sul presente, qui e ora. Lo storico ci racconta (o almeno ci prova) come si è arrivati attraverso i secoli all’attuale Halloween, che non è più una festa solo cristiana (dalle molte anime), non è più una festa solo pagana e in genere oggi è una festa a di socializzazione, come tutte le feste. L’esorcista dà il suo parere su alcuni modi con cui la festa di Halloween è recepita qui e oggi, e sono aspetti che conosce attraverso il mestiere che fa.

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