I giorni egiziani: quelli in cui non conveniva andar dal medico

Li chiamavano “giorni egiziani” e nessuno saprebbe dire il perché: di certo, gli abitanti del Cairo non c’entravano assolutamente niente. Nel Medioevo si mormorava che questo elenco di giorni funesti fosse stato stilato da Ermete Trismegisto o da altri imprecisati astrologi dell’Antico Egitto, che avevano saputo identificarli attraverso il moto degli astri. In realtà, la cosa non ci risulta affatto (o meglio: è vero che gli Egiziani avevano un elenco di giorni funesti, ma si trattava di giorni funesti con date e caratteristiche completamente diverse).
Dobbiamo quindi pensare che gli astrologi egiziani siano stati tirati in ballo a posteriori, per dare credibilità alla cosa: evidentemente, già nell’Alto Medioevo “Antico Egitto” era sinonimo di “magia e mistero”.

Ma cosa sono questi giorni egiziani?, vi starete giustamente chiedendo.
Nella tarda antichità e nel Medioevo, erano – né più né meno – un insieme di giorni funesti nei quali si riteneva fosse pericoloso svolgere determinate attività. Anche noti come dies mali (oppure maledicti, tenebrosi, aegri, atri, ominosi), i giorni egiziani erano in tutto ventiquattro, due per mese. A differenza del nostro “venerdì 13”, che porta jella per ventiquattr’ore ininterrottamente, loro concentravano tutta la loro scarogna in un preciso momento della giornata: quella che gli antichi definivano hora suspecta (oppure mala, aegra, timenda).
Per capirci: a dar retta alla tradizione, il prossimo giorno egiziano cadrà il 20 aprile; in quella data, tutta la jella cosmica si abbatterà sul mondo all’undicesima ora dopo il tramonto del sole.

Se fossi una donna medievale, dovrei suggerirvi a questo punto di controllare la vostra agenda e di disdire rattamente ogni visita medica che doveste aver fissato proprio a quell’ora del 20 aprile. Sì perché, rispetto ad altri giorni funesti, i giorni egiziani hanno questa particolarità: non fanno capitare disgrazie in generale (tipo il vaso che ti cade in testa dal balcone); per contro, hanno il potere di rendere inefficaci (se non addirittura pericolose!) tutte le cure mediche che vengono tentate in quel giorno.
Fu proprio questa particolarità a dare straordinaria diffusione a questa credenza. Per non capirci niente, meglio non sfidar la sorte: se c’è il sospetto che questa accortezza possa salvar la vita del paziente, tutto sommato non costa niente rimandare l’intervento di un paio d’ore.

E così, mentre i medici medievali facevano una lunga pausa caffè aspettando che passasse l’hora timenda, l’elenco dei giorni egiziani continuava a passare di bocca in bocca e di biblioteca in biblioteca. Talmente diffusa era la credenza, che la ritroviamo anche in contesti in cui mai ci aspetteremmo di poter trovare traccia di superstizione: nell’Alto Medioevo, gli elenchi dei giorni egiziani erano copiati addirittura nei calendari che aprivano i libri di preghiere o i testi liturgici (!) in uso presso monasteri e cattedrali.

Non che la Chiesa “ufficiale” avesse accettato acriticamente questa superstizione. Il Decretum Gratiani era stato tranchant nello scrivere a chiare lettere “non observetis dies qui dicuntur Egyptiaci”; in più di un penitenziale per confessori, il sacerdote è invitato ad assicurarsi che i fedeli non diano credito a questa superstizione.
Ma – con buona pace delle gerarchie ecclesiastiche – se la credenza nei giorni egiziani era da considerarsi peccaminosa, buona parte della Cristianità sembrava macchiarsi di tale colpa. Se oggi il proverbio dice che “di fronte alla malattia, ogni ateo si scopre credente”, potremmo chiosare dicendo che nel Medioevo “di fronte a un intervento medico, ogni credente si scopriva superstizioso”. Nessuno voleva rischiare per così poco: e se ci fosse un fondo di verità?

E così, la credenza si diffonde a macchia d’olio. Attestati per la prima volta nel Cronografo che, nell’anno 354, Furio Dionisio Filocalo dona a un aristocratico romano di fede cristiana, questi giorni funesti appaiono frequentemente in altri calendari di età tardo-imperiale, spesso evidenziati sul manoscritto con un segno di attenzione oppure accompagnati dalla formula D.E. (dies Egyptiacus). Nel 448, fanno bella mostra di sé nel Laterculus posseduto da sant’Eucherio vescovo di Lione; ma sono soprattutto i testi medici a dare diffusione a questa credenza.

Sì, perché, come accennavo, i giorni egiziani avevano anzitutto una rilevanza medica.
Certo: esistevano anche altre attività che il popolino evitava di intraprendere in queste date. Ad esempio, nel corso di un giorno egiziano, era meglio non seminare né mietere il grano, e tantomeno sposarsi, lanciare iniziative commerciali oppure (ehm) mangiare l’anatra. Ma la maggior cautela andava indirizzata a tutto ciò che poteva riguardare la sfera medica: nell’ora funesta di un giorno egiziano, era assolutamente sconsigliato praticare salassi, tentare piccoli interventi e persino somministrare farmaci. Visti i presupposti, non stupisce che a questa credenza venga dedicato ampio spazio dedicato nei trattati medici. Ad esempio, i giorni egiziani sono discussi con la massima serietà nel De minutione sanguinis sive de phlebotomia che fu erroneamente attribuito a Beda il Venerabile. Citati anche nella Pharmacopeia composta nell’VIII secolo dai monaci dell’abbazia di Lorsch, nella Francia del IX secolo i giorni egiziani compaiono in una infinità di manoscritti medici di produzione monastica.

‘nsomma: un po’ tutti prestavano fede a questi giorni funesti, nonostante le perplessità espresse dalle gerarchie ecclesiastiche; ed era cosa non poco imbarazzante che fosse proprio la rete dei monasteri a diffondere una credenza ufficialmente sanzionata. Nell’evidente tentativo di salvare capra e cavoli, cominciò a diffondersi una rilettura cristianizzata che, togliendo di torno gli astrologi dei faraoni, attribuiva a Mosè (nientemeno!) il merito di aver stilato per primo questo elenco. Secondo questa interpretazione, già diffusa entro il XII secolo, i giorni egiziani dunque erano funesti perché maledetti da Dio in persona: coincidevano infatti con l’anniversario del giorno e dell’ora esatti in cui Dio aveva scatenato sull’Egitto le famose piaghe dell’Esodo.

Per chi a questo punto volesse far notare che però non tornano i conti (i giorni egiziani sono ventiquattro, le piaghe d’Egitto sono solamente dieci: da dove spuntano allora i giorni in eccesso?), sappiate che i teologi medievali erano gente che non si dava per vinta per così poco. Nella sua Historia scholastica (ca. 1170), Pietro Comestore sfoggia una ammirevole nonchalance nello spiegarci che, per quanto ne sappiamo, è possibile che, in aggiunta alle dieci piaghe passate alla Storia, Dio abbia scagliato sul faraone anche una quattordicina di piaghe minori che, per ragioni di brevità, non sono state riportate nell’Esodo. Di esse però rimane rimane traccia nella memoria popolare, che ha saputo eternare il ricordo di quegli “Apocalypse Days” nel famoso elenco dei ventiquattro giorni egiziani.
Il testo di Pietro Comestore godette di grande diffusione nel Medioevo e contribuì a diffondere questa bizzarra interpretazione, che infatti ritroviamo anche nel De proprietatibus rebum del francescano Bartolomeo Anglico (ca. 1245) e nello Speculum naturale del domenicano Vincenzo di Beaviaus (ca. 1250).

E potrei andare avanti a citare molti altri testi che si rifanno a questa credenza. Ma, per non appesantire troppo questo articolo, ne citerò solamente uno, il più curioso: un’eco dei giorni egiziani si trova anche nei Racconti di Canterbury, e più specificamente ne Il racconto del cappellano delle monache. Chaucher non cita apertamente questa credenza (che del resto all’epoca era così nota da non aver bisogno di spiegazioni); eppure, agli storici non sfugge la circostanza per cui tutte le disgrazie del gallo Chanticleer iniziano nel momento in cui la bestiola costipata decide di assumere lassativi nella data del 3 maggio. Un giorno egiziano, per l’appunto.

A questo punto, immagino sarete curiosi di sapere quali sono questi giorni funesti.
Poco confortantemente, non esiste un elenco esatto: ci sono alcune piccole discrepanze tra le date dei giorni egiziani riportate dai vari manoscritti. Alcuni testi, evidentemente scritti da medici paranoici, ne aumentano il numero da ventiquattro a cinquantasei; altri li mescolano ad altre giornate evidentemente considerate funeste dalla tradizione locale. Vi sono poi dei testi medici in cui si sostiene che le cautele da usarsi nei giorni egiziani vadano applicate anche nei giorni canicolari, un altro insieme di date particolarmente malsane variamente distribuite dal 3 luglio al 7 settembre, nel periodo più caldo dell’anno.

Ad ogni buon conto, l’elenco di gran lunga più diffuso era quello che segue. Tenete conto che, nel Medioevo, si cominciava a contare le ore a partire dal tramonto suddividendo la giornata in dodici ore di notte e dodici ore di luce, che potevano anche avere una durata variabile a seconda della stagione. Quindi guardate a che ora tramonta il sole e poi fatevi i vostri calcoli, la prossima volta che dovrete prendere appuntamento dal dottore.

Gennaio 1 (ora undicesima)
Gennaio 25 (ora sesta)

Febbraio 4 (ora ottava)
Febbraio 28 (ora decima)

Marzo 1 (ora prima)
Marzo 28 (ora seconda)

Aprile 10 (ora prima)
Aprile 20 (ora undicesima)

Maggio 3 (ora sesta)
Maggio 26 (ora decima)

Giugno 10 (ora diciottesima)
Giugno 16 (ora quarta)

Luglio 13 (ora dodicesima)
Luglio 22 (ora undicesima)

Agosto 1 (ora prima)
Agosto 30 (ora settima)

Settembre 3 (ora diciassettesima)
Settembre 21 (ora quarta)

Ottobre 3 (ora quinta)
Ottobre 22 (ora nona)

Novembre 5 (ora ottava)
Novembre 28 (ora quinta)

Dicembre 7 (ora prima)
Dicembre 22 (ora sesta)

9 risposte a "I giorni egiziani: quelli in cui non conveniva andar dal medico"

  1. Anonimo

    Lucia, i tuo blog mi affascina. Ti faccio i miei complimenti. Oltretutto, quando tratti argomenti medici sei precisa e non commetti errori. Bravissima! Annalisa Neviani

    "Mi piace"

    1. Lucia

      ❤️
      E il fatto di non commettere errori quando tratto argomenti medici è chiaramente un miracolo visto che non ne capisco niente, ci deve essere un qualche santo che mi fa da revisore di bozze mentre scrivo 😜

      Grazie davvero per le belle parole!

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    1. Lucia

      …probabilmente sì, ma bisognerebbe mettersi a fare i conti. Nel senso che la gente medievale era completamente fuori di testa (non si sarebbe mai detto, leggendo queste pagine, nevvero? 😂) e calcolava le ore in questa maniera:

      Il giorno è diviso nel dì (periodo di luce) e nella notte (periodo di buio).
      Ognuna di queste due parti del giorno consta di 12 ore l’una.
      Ma ovviamente, sono ben rari i giorni in cui il dì e la notte hanno effettivamente la stessa durata.
      Ad esempio, oggi, 17 aprile, il periodo di luce va indicativamente dalle 6:40 alle 20:15 (e va da sé che in piena estate o in pieno inverno la differenza è ancor più marcata).

      Quindi in teoria uno dovrebbe prendersi la briga di:

      – controllare qual è l’effettivo periodo di luce in una certa data dell’anno;
      – suddividere quel periodo in 12 parti uguali;
      – considerare “un’ora” ognuna di queste dodici parti (pur sapendo che ben difficilmente ne usciranno ore di 60 minuti).

      Stessa cosa si fa per il periodo di notte, ricavando le 12 ore notturne.

      Solo a quel punto puoi metterti a fare il conto e capire a che ora è, effettivamente, l’ora funesta 😅
      In primavera e in autunno è abbastanza facile (l’ora funesta del 20 aprile dovrebbe iniziare, a occhio e croce, alle sei del mattino); per inverno ed estate onestamente non ne ho la più pallida idea e non mi sono messa a fare i calcoli, odiando i numeri 😂
      A occhio, secondo me sono effettivamente ore notturne o comunque tutte di mattina presto, quello sì. Mi ero anche posta il dubbio che potessero essere calcolate a partire dall’alba, e non dal tramonto come era solito, ma non ho trovato informazioni in tal senso…

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