Gundelle Oldstadder, una strega spaventata

Gundelle Olstadder, ovviamente, non era una strega!

La donna lo disse con decisione, di fronte al tribunale che la accusava: negò di essere una fattucchiera, giurò di non avere la minima dimestichezza con le arti occulte, sostenne di non avere la più pallida idea di come le altre accusate avessero potuto fare il suo nome. E infine, per dimostrare la sua buona fede, domandò di essere sottoposta alla prova dell’acqua: di certo l’avrebbe superata nel migliore dei modi, essendo (appunto) innocente!

Tanto s’è detto e tanto s’è scritto circa la famosa prova dell’acqua cui erano sottoposte le donne sospettate di stregoneria… anche se – obiettivamente – ben poco è stato detto e scritto con un minimo di attendibilità. Assieme a molte altre forme di ordalia, il judicium aquae frigidae era adottato in numerose zone d’Europa già a partire dal X secolo e utilizzato per smascherare diverse tipologie di criminali macchiatisi di colpe particolarmente gravi. Il pieno medioevo, con la rinascita del diritto romano, aveva fatto cadere in disuso quasi tutte le prove di tipo ordalico; ma, inaspettatamente, la prova dell’acqua ebbe un vigoroso revival negli anni della caccia alle streghe. L’idea era che una strega gettata in acqua sarebbe stata risputata fuori dall’acqua stessa; si riteneva infatti che l’acqua rifiutasse di accogliere in sé quelle peccatrici che, avendo siglato un patto con Satana, avevano rigettato il battesimo.

Ovviamente, la ratio non era (come talvolta si legge in giro) “se galleggia è colpevole, dunque l’ammazziamo; se affonda, peccato, abbiamo affogato un’innocente”. Più che altro, si trattava di verificare se l’accusata galleggiasse in modo anomalo, diverso dal modo in cui normalmente galleggia un corpo umano che viene immerso nell’acqua. Qualora la donna fosse affondata, in un indizio di innocenza, certamente ci sarebbe stato qualcuno pronto a recuperarla immantinente (e vorrei ben vedere, voglio dire).

Evidentemente, non si decide della vita di una persona in base alle sue performance natatorie. Quella dell’acqua era una prova indiziaria, che quasi mai entrò a far parte della procedura processuale vera e propria (tantopiù che né le gerarchie cattoliche né le chiese riformate seppero spiegare in termini teologici le ragioni per cui questa cosa avrebbe dovuto funzionare). Nella stragrande maggioranza dei casi, la prova dell’acqua aveva luogo in fase istruttoria, o prima ancora che s’aprisse il processo: talvolta veniva portata avanti dagli accusatori, che speravano di ottenere un nuovo indizio a carico prima di procedere con una denuncia; talvolta, erano le accusate stesse a domandare ai giudici di potersi sottoporre all’ordalia, nella speranza di superarla bene e di alleggerire la loro posizione.

E infatti, Gundelle Oldstadder fece esattamente questo. Presentandosi al cospetto dei giudici il 10 marzo 1663, la donna negò con decisione ogni accusa a suo carico e chiese di potersi sottoporre alla prova, venendo accontentata il giorno stesso. Il problema è che – per citare la vivida descrizione che viene offerta dalle carte processuali – il corpo di Gundelle fu visto galleggiare “proprio come fa una boa”, a malapena sfiorato dall’acqua: l’accusata non aveva superato la prova; la sua posizione s’era aggravata ulteriormente.

E fu a quel punto che Gundelle andò nel panico.
E, diciamolo pure: non senza ragione; la sua situazione non era affatto rosea.

Siamo a Vardø, nella contea del Finnmark, Lapponia norvegese; siamo nell’anno 1663. Già da alcuni mesi era in corso in quelle terre una caccia alle streghe su larga scala: nel momento in cui Gundelle fu chiamata al cospetto dei giudici, le condanne a morte erano già state dodici. L’ultima (a carico di una donna che lei conosceva bene) era stata effettuata proprio nel giorno in cui la nostra amica aveva fallito la prova dell’acqua.

Ben integrata nella società locale, moglie di un mercante attivo nel commercio dei pesci, Gundelle aveva goduto fino a quel momento di quella rincuorante serenità di chi ha una vita che non va poi malaccio. Non così benestante da potersi definire ricca, ma non così povera da dover temere la fame, probabilmente pensava davvero di aver trovato la fortuna nella città di Vardø, ove si era trasferita qualche tempo prima per seguire gli interessi del marito.
E invece, come un fulmine a ciel sereno, era arrivata quella denuncia per stregoneria. A fare il suo nome era stata Margrette Jonsdatter, una donna trattenuta nel carcere cittadino che, a sua volta, aveva ammesso di essere una strega. E che, soprattutto, pressata dagli interrogatori, aveva fatto il nome di alcune complici: fra cui, appunto, la nostra Gundelle.

Sospettata di crimini efferati, denunciata come strega da una strega rea confessa nel mezzo di una caccia su larga scala, inguaiata da un’ordalia drammaticamente fallita, Gundelle riteneva probabilmente di avere ben poche chance di avere salva la vita.
Ma poteva sperare almeno di evitare la tortura: fu probabilmente questo il ragionamento che, nel giorno immediatamente successivo alla prova dell’acqua, la spinse a chiedere una nuova udienza con i giudici. E lì, di fronte a loro, ritrattò ogni sua precedente dichiarazione.

Ascoltò in silenzio tutte le accuse che le erano state rivolte da Margrette, e cioè:

  1. di aver partecipato, in almeno un’occasione, ai sabba che il diavolo teneva sul monte Domen;
  2. di aver utilizzato la magia per allontanare i banchi di pesce dalle coste, impedendo così ai pescatori di raccogliere il frutto del loro lavoro;
  3. di aver lanciato un maleficio sulla nave del capitano Jens Ottesen, al fine di far naufragare il bastimento.

Gundelle continuò a negare il terzo punto, dichiarando di non aver nulla a che vedere con quegli eventi; in compenso, ammise senza riserve le colpe che le erano state imputate ai punti 1 e 2, arricchendo perdipiù la sua confessione con una miriade di dettagli che l’accusatrice Margrette non aveva affatto menzionato.

Per esempio, dichiarò di essere stata avviata alla stregoneria alcuni anni prima, e con l’inganno, per tramite di una donna di cui disse di non ricordare il nome. Costei, con una scusa, un giorno aveva fatto bere a Gundelle una strana mistura simile alla birra, che aveva immediatamente scatenato nella donna una fortissima emicrania e, in pochi minuti, le aveva fatto perdere il lume della ragione. Proprio in quel momento, seguendo evidentemente un copione mille volte recitato, Satana era entrato nella casa dell’adescatrice, domandando a Gundelle di mettersi al suo servizio e di considerarlo il suo nuovo dio: in cambio di questa professione di fede, lui le avrebbe dato ricchezza e buona sorte in qualsiasi attività che lei avesse voluto intraprendere.

Stordita da quella bevanda inebriante, tentata da quella promessa di benessere, Gundelle aveva accettato le condizioni del maligno. Udito il suo “sì”, Satana se n’era andato, lasciando la donna nelle mani della sua adescatrice, che ligia al dovere si affrettò a istruire Gundelle con la sua prima lezione di stregoneria. Le consegnò una polverina blu: chiaramente una sostanza magica di cui Gundelle avrebbe facilmente potuto verificare i poteri, trovando così una implicita conferma di tutte le altre promesse fattale da Satana.
Qualche tempo dopo, timorosamente, Gundelle fece scivolare quella polverina nella pappa del cane, che subito dopo impazzì e andò a suicidarsi affogandosi in una minuscola pozza d’acqua: davvero Satana aveva voluto donare alla donna poteri non comuni! E Gundelle, a quel punto, rotto ogni indugio, scelse liberamente d’utilizzarli.

Li utilizzò per spirito di vendetta, come un giustiziere mascherato che usa le maniere forti per rimettere al suo posto chi ha cercato di frodare la brava gente. A detta di Gundelle, un certo Søren Christensen, imprenditore locale che deteneva il quasi-monopolio nel mercato ittico locale, aveva speculato per tutto l’anno precedente per far salire artificiosamente il prezzo del pesce. A Gundelle (che del resto conosceva bene la materia, essendo sposata a un commerciante del settore), quell’indegna ruberia ai danni della brava gente era parsa meritevole d’una solenne punizione. Era stata questa – a quanto dichiarò ai giudici – la ragione che l’aveva spinta a utilizzare i suoi poteri per allontanare i banchi di pesce dalle coste, proprio come era stato detto da quella Margrette che prima fu sua complice, e poi sua delatrice.

Che la moglie di un commerciante di pesce avesse usato la stregoneria per danneggiare l’attività commerciale della sua famiglia stessa era un’idea curiosa a dire poco, ma Gundelle seppe motivarla con una certa convinzione: nella primavera dell’anno precedente, durante il periodo di Pasqua, di fronte all’ennesima macchinazione di Søren Christensen, le streghe di Vardø avevano ritenuto che la misura fosse ormai colma. Grazie ai poteri concessi loro da Satana, avevano mutato il loro corpo in quello di animali marini, trasformandosi chi in foca, chi in balena, chi in gabbiano. In quelle sembianze, si erano spinte al largo, ognuna stringendo nella bocca (o nel becco) un’alga che era stata precedentemente incantata. Sventolandola a mo’ di bacchetta magica, avevano compiuto il loro maleficio facendo cambiare rotta ai banchi di pesche che normalmente popolavano i mari del Finnmark. Per i poveri pescatori non c’era stato scampo: quella era stata una stagione persa, che aveva messo in ginocchio chiunque lavorasse nel settore. E, sì, erano stati in molti a piangere lacrime e sangue, e persino le stesse streghe avevano subito le ripercussioni di quella crisi economica… ma valeva pur la pena di sopportare un anno di miseria, pur di ridurre sul lastrico Søren Christensen!

Nell’improbabile caso in cui i giudici di Vardø avessero avuto qualche ragione per dubitare della colpevolezza di Gundelle, diciamo pure che la donna diede loro un grande aiuto per giustificare una condanna. In meno di ventiquattr’ore dal suo arresto, e senza che nessuno le avesse torto un capello, Gundelle aveva fallito un’ordalia da lei stessa richiesta, offerto una confessione iper-dettaglia e persino fornito un valido movente a spiegare il perché delle sue azioni. Non c’era neppure da discutere oltre, del resto Gundelle era una strega rea confessa: fu giudicata colpevole e valutata degna della pena capitale, condannata a bruciare sul rogo l’11 marzo 1663.

Triste a dirsi: se solo Gundelle fosse riuscita a temporeggiare, avendo un po’ meno fretta di confessare le sue malefatte, avrebbe avuto qualche chance di salvarsi la vita. Entro poche settimane, nell’aprile 1663, le autorità del Finnmark, allarmate per le dimensioni inquietanti che stava prendendo la caccia alle streghe di Vardø, tolsero al tribunale locale la competenza a gestire quella serie di processi, trasferendola alla Corte d’Appello. Il nuovo giudice, Peter Schøndon, mostrò molta più moderazione: udite le confessioni delle donne, assolse buona parte degli imputati che non erano ancora stati condannati e concesse la grazia ad alcune donne che erano già state condannate a morte e la cui esecuzione era stata rimandata per permettere loro di continuare ad allattare i figli piccoli.

Ma, per allora, Gundelle era già morta, due volte vittima di un panico incontrollato: innanzi tutto quello dei compaesani, che avevano visto stregoneria in quella che era pura sfortuna; secondariamente, quello che l’aveva avvinta, spingendola a una confessione frettolosa “purché non mi torturino”.

Tragica e preziosa al tempo stesso, la storia di Gundelle è a suo modo emblematica per illustrare i meccanismi psicologici che molto spesso si instauravano nel corso delle cacce alle streghe su larga scala.
Non è facile mantenere la lucidità, se un buon numero delle tue vicine di casa è già stato torturato e bruciato sul rogo e adesso tutto sembra suggerire che arriverà presto il tuo turno. Sono tristemente numerosi i processi per stregoneria in cui le accusate, evidentemente disperando di potersi salvare in ogni caso, scelsero di rilasciare spontaneamente confessioni immaginifiche e fantasiose, spinte dall’unico desiderio di evitare la tortura.

Laddove le streghe venivano processate singolarmente, magari a seguito della denuncia di un vicino rancoroso, questo non succedeva: vale a dire, un tentativo di difesa c’era quasi sempre (non sempre andava a buon fine, ma questa è un’altra storia). Ma quando il panico serpeggiava in paese, i roghi s’accendevano l’uno dopo l’altro e le delazioni fioccavano come neve a gennaio, molto spesso lo spirito di sopravvivenza lasciava il passo a un fatalismo arreso che spingeva queste donne a lottare per l’unico obiettivo che era rimasto loro: morire rapidamente, risparmiandosi sofferenze inutili. “Del resto, quante sono le probabilità che una donna accusata di stregoneria riesca a salvarsi?”.

In realtà, le probabilità erano molto più alte di quanto penseremmo. Spulciando le carte processuali provenienti da tribunali ecclesiastici e civili, lo storico Jean Delumeau è in grado di offrirci questa statistica, “evidentemente incompleta ma ugualmente rivelatrice” per usare le sue parole.

“Queste medie” – scrive lo storico – “calcolate su tempi di durata abbastanza lunghi, tradiscono inevitabilmente l’esistenza di particolari momenti, brevi, di frenesia e di estrema severità. Così a Ginevra, al tempo dell’epidemia del 1545, 43 «propagatori di peste» furono tradotti in giudizio e 39 furono giustiziati. A Chillon, sul lago Lemano, 27 persone accusate di stregoneria furono bruciate in quattro mesi, nell’anno 1613. A Ellwangen (Germania Sudoccidentale), più di 300 condannate perirono su quaranta roghi negli anni 1611-1613. Nel 1545 nell’Essex, allora raggiunto da un’ondata persecutrice di repressione, 36 sospette furono imprigionate: 19 furono condannate a morte dalle Assizes; 9 morirono nelle celle; 6 erano ancora in prigione nel 1548; una sola era stata dichiarata non colpevole”.

Ma (per fortuna!) non era questa la normalità. Le stragi vere (fortunatamente abbastanza rare) avevano luogo solamente in quei luoghi in cui un panico contagioso serpeggiava per le vie del borgo, infettando a un tempo stesso giudici, accusatori e imputati. In condizioni normali, non era poi così impossibile uscire vivi da una condanna per stregoneria: l’avreste mai immaginato?

Purtroppo, la risposta di Gundelle sarebbe probabilmente stata un secco “no”.

A Gundelle è dedicata la bambolina che Jenny, l’antropologa dietro al blog “Babacio” ha creato nell’ambito della nostra collaborazione alla scoperta delle streghe del passato. Cliccate sulla fotografia della nostra Gundelle per essere reindirizzati sul blog di Jenny, per un interessantissimo approfondimento antropologico sugli usi, i costumi e le leggende dei popoli lapponi

Per approfondire: la storia di Gundelle è raccontata in The Voiches of Women in Witchcraft Trials. Northern Europe di Liv Helene Willumsen (edizioni Routledge, 2022). Alle ordalie cui erano spesso sottoposti gli individui accusati di stregoneria, Orna Alyagon Darr ha dedicato un saggio titolato Marks of an Absolute Witch (edizioni Taylor and Francis, 2016). Il saggio da cui traggo le statistiche sulle percentuali di processi per stregoneria conclusisi con una condanna a morte è La Paura in Occidente di Jean Delumeau (edizioni Il Saggiatore, 2018).
In copertina, non vedete una statua dedicata a Gundelle nello specifico: la scultura, creata da Hans Pauli Olsen, è stata creata nel 2014 ad accogliere i turisti che raggiungono via nave l’isola di Kalsoy, nell’arcipelago delle Fær Øer. La donna capace di trasformarsi in foca era (ed è) un elemento ricorrente nel folklore del Nord Europa: in area anglosassone la si conosce come selkie; al largo della Scandinavia prende il nome di kópakonan… ma è questo l’immaginario a cui ha attinto Gundelle per dare forma alla sua confessione. Ha dovuto inventare ben poco, per così dire!

4 risposte a "Gundelle Oldstadder, una strega spaventata"

  1. Dolcezze

    Sulle vicende di Vardø ti consiglio un libro molto bello, Vardø dopo la tempesta, che racconta, ovviamente in maniera romanzata, ma basandosi su fonti storiche, proprio questa caccia alle streghe.
    Sulla tua protagonista…chissà quali orrori aveva visto, che facevano preferire il rogo!

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    1. Lucia Graziano

      O quali orrori aveva immaginato, anche (visto non so, perché le torture non erano pubbliche e le donne condannate venivano giustiziate subito dopo o comunque trattenute in carcere, quindi non so fino a che punto i dettagli fossero di pubblico dominio). Ma naturalmente basta anche solo immaginare.

      Grazie mille per la segnalazione letteraria!!
      Ho controllato velocemente online, e posso precisare che in realtà il romanzo è ambientato all’epoca di un’altra caccia alle streghe tenutasi a Vardø una quarantina d’anni prima (lo dico solo perché probabilmente la storia del romanzo segue una dinamica completamente diversa da quella che ho descritto qui, ma ha le sue buone ragioni – parla di un’altra caccia 😅 Vardø, decisamente, non era un bel posto in cui vivere a quel tempo!).

      Lo metto subito nella lista desideri, grazie mille. Penso che sarà la mia lettura per l’estate!

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