Nella baia di Loango, sulle coste congolesi, l’oceano lambisce la spiaggia con una placidità ingannevole. Oggigiorno, ben difficilmente si potrebbe immaginare che quello che ci pare un angoletto di paradiso in terra possa esser stato teatro di una delle più grandi violenze della storia umana: tra il XVI e il XIX secolo, la baia di Loango ospitò uno dei più attivi porti da cui prendeva il via la tratta degli schiavi.
Di quelle strutture che sarà stato ben necessario edificare per consentire il funzionamento di un porto frequentato, nulla rimane a oggi; e nulla testimonia ai posteri la tragedia di quel luogo, se non (eventualmente) un lunghissimo sentiero fiancheggiato da alberi di mango che, dalle colline, scende dolcemente verso il mare in una fila lunga e ordinata di alberi maestosi. Si dice che gli alberi costeggino la stessa strada che un tempo veniva percorsa dagli schiavi quando uscivano dalle loro carceri per la loro ultima camminata su terra africana, fino alla nave che li avrebbe portati lontani.
Sicuramente un’immagine suggestiva… e sicuramente ben poco dimostrabile: all’atto pratico, non abbiamo idea di dove fosse ubicata la struttura che ospitava gli schiavi prima della deportazione, né tantomeno abbiamo prove le vittime di tratta camminassero proprio tra due file di alberi (che, per quanto ne sappiamo, potrebbero esser stati piantati per qualsiasi motivo al mondo, ivi compreso il banale scopo decorativo). Ma il folklore, ormai l’abbiamo imparato, segue regole diverse rispetto a quelle della Storia, sicché a Loango abbondano teorie pittoresche e variegate, tutte volte ad assicurare che, sì, esiste senz’altro un collegamento tra quegli alberi frondosi e i deportati.
La versione “base” della leggenda vuole che i mango siano nati dai semi dell’ultimo pasto consumato dagli schiavi su suolo africano. Nel momento in cui i prigionieri uscivano dalle carceri per essere scortati sulla nave, i parenti e gli amici si accalcavano attorno a loro per far scivolare nelle loro mani lettere di addio, portafortuna e piccoli doni. Tra questi, ci sarebbero anche stati dei mango ben maturi, a portare un po’ di conforto con la loro polpa dolce e succosa: gli schiavi li avrebbero mangiati voracemente, gettando il nocciolo alle loro spalle… e da lì, gli alberi cresciuti sulle orme dei loro passi. O almeno, così vuole la vulgata, che ovviamente è ben poco credibile (non fosse altro che, in questo caso, i semi avrebbero generato un boschetto, non un viale di alberi ordinatamente distanziati).
Una seconda versione, più razionale, sostiene che i mango siano stati piantati in quel punto dai superstiti: da chi cioè era rimasto in Africa, in memoria di quei fratelli meno fortunati che avevano subito la deportazione. Effettivamente, ancor oggi in molte culture africane esiste la consuetudine di piantare un albero sul luogo di sepoltura di una persona cara o sul luogo in cui il defunto ha perso la vita (per esempio, in un incidente). Insomma, il mango come lapide vivente, affondata nel luogo in cui per l’ultima volta le famiglie in lutto avevano veduto i loro cari: ipotesi di gran lunga più plausibile… ma la ridda di teorie dietro a quel viale alberato non finisce qui.
Un crescente numero di fonti, a stampa e online, ama fornire ai turisti (e sempre più di frequente!) una terza spiegazione, senz’altro suggestiva: ai tempi della tratta, quegli alberi sarebbero stati strumentalmente utilizzati dagli schiavisti per fiaccare la resistenza psicologica dei prigionieri attraverso una sottospecie di (falso) rituale voodoo cui le vittime sarebbero state sottoposte con la violenza. Si dice che gli occidentali avessero artatamente fatto circolare la voce che gli specifici alberi che componevano quel viale fossero dotati di poteri soprannaturali (in linea con quelli che, effettivamente, molte culture africane improntate all’animismo attribuivano talora agli elementi naturali). Gli uomini che, per un tempo sufficientemente lungo, sostavano al di sotto di quelle fronde sarebbero gradualmente andati incontro a un lento ma inesorabile oblio, finendo col dimenticare la famiglia, la terra d’origine e la propria cultura: ovviamente non era vero, e gli schiavisti lo sapevano bene; ma sapevano anche che la mente può fare strani scherzi e che (diremmo oggi) l’effetto placebo esiste davvero, ed è potente. E così, attraverso questo espediente, giocavano crudelmente con la psiche delle loro vittime, per renderle più miti e malleabili.
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Curiosamente, il mango di Loango non è l’unico albero a proposito di cui si racconti la stessa storia. Un mito sostanzialmente identico viene raccontato a Ouidah, in Benin, sede di un altro dei più grandi porti attivi ai tempi dello schiavismo. Lì, a pochi metri dalla costa, sono ancora visibili due alberi secolari che le guide turistiche indentificano con convinzione come L’Arbre de l’Oubli e L’Arbre du Retour. Il primo, si dice, serviva a far dimenticare: gli schiavi erano costretti a camminarci attorno (compiendo sette giri se erano donne, e nove se uomini); anche in questo caso, il piccolo rito avrebbe avuto il potere di far sprofondare lentamente nell’oblio tutto ciò che loro avevano conosciuto e amato in Africa: una dissoluzione identitaria a mezzo voodoo, per chi s’apprestava (giocoforza) a iniziare una vita nuova. L’Arbre du Retour, per contro, offriva alle vittime una (ben) magra consolazione spirituale: tre giri attorno al suo tronco, e l’anima del deportato si sarebbe assicurata la possibilità di tornare in Africa, dopo la morte.
È una storiella suggestiva che tocca numerosi aspetti cari alla sensibilità dell’uomo contemporaneo (la manipolazione psicologica come arma mentale, l’esotismo di una cultura diversa dalla nostra che non comprendiamo a fondo e che ci affascina col suo credo misterioso, il suggerimento implicito che i carcerieri non fossero del tutto immuni dai sensi di colpa, vista la premura con cui davano agli schiavi almeno una speranza ultramondana): ma quanto c’è di vero in queste storielle?
Ecco: questo è il punto in cui la Storia cede il passo al folklore e ci si accorge che tutte queste leggende non risalgono ai tempi della tratta. Sono molto, molto più recenti: create ad arte, se vogliamo, per lavorare su di noi, e non sugli schiavi dell’età moderna.
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Le prime testimonianze circa l’esistenza di presunti “alberi dell’oblio” in territorio africano datano al 1992 e ci portano nella città di Ouidah, nel Benin. In quell’anno, l’UNESCO aveva lanciato il meritorio progetto internazionale de La Route de l’Esclave volto a sensibilizzare le popolazioni occidentali sul ciò che era stato lo schiavismo, valendosi di un itinerario immaginario attraverso i principali porti che erano stati teatro della tratta (tra cui, appunto, Ouidah e Loango). Contestualmente, aveva promosso a Ouidah e in altre città africane delle giornate-studio, di elevata qualità accademica, sui culti vudun di matrice africana e sul modo in cui essi s’erano trasformati nel Nuovo Mondo durante gli anni dello schiavismo.
Ebbene: fino al 1992, quello che adesso a Ouidah viene indicato come Arbre de l’Oubli era universamente noto come Arbre des Capitaines, e (come testimoniano numerose fonti storiche) aveva svolto per secoli la funzione di punto accoglienza per i mercanti europei che sbarcavano in Africa. Erano i capi locali (non gli schiavi) a girare attorno all’albero in una sorta di cerimonia di benvenuto (e non certo in un inesistente rito voudun per cancellare la memoria) ogni qualvolta che sbarcavano a Ouidah ospiti di pregio provenienti dall’Occidente (tra cui, plausibilmente, figuravano anche molti schiavisti, se proprio vogliamo star a guardare). E lo stesso vale per l’Arbre du Retour: nessuna fonte storica lo ricollega in alcun modo alla memoria, al voudun o al destino ultramondano degli schiavi. Tutt’al più, le fonti d’epoca parlano di un albero sotto al quale i capi locali amministravano la giustizia.
Insomma: nessuna fonte storica attesta l’esistenza dei riti dell’oblio e del ritorno così come li abbiamo descritti (e anzi – il fatto che numerose fonti ci parlino dei riti che venivano svolti sotto a quei due alberi, ma senza menzionare i due che ci interessano, lascia molto ragionevolmente sospettare che questi due non esistessero affatto, punto e basta). Insomma: stiamo parlando di fake news senza alcun fondamento, inventate nel tardo XX secolo, più volte smentite dagli storici… eppure amatissime dalla popolazione locale, dai turisti, dai missionari, da chi raggiunge l’Africa in viaggio umanitario; e che, tornando a casa, continua ostinatamente a raccontare quelle che ormai si sono imposte come verità culturali ed emotive. In fin dei conti, funzionano bene: sono simbolicamente e narrativamente potenti.
Del resto, i miti non sono un prodotto esclusivo dell’antichità: ogni giorno ne nascono di nuovi, talora fingendosi apertamente Storia: alcuni sono effimeri e non riescono mai a trovare presa, altri vengono usati strumentalmente per qualche anno e poi accantonati quando non sono più utili o passano di moda. Nel caso degli alberi di Ouidah e del viale dei mango di Loango, la leggenda si sta mostrando capace di imporsi perché, in una certa misura, colma un vuoto – quello di una Storia che (mai come in questi nostri tempi tutti da instagrammare) ha bisogno di segni per poter essere ricordata.
La tratta degli schiavi la lasciato ben poche rovine: non abbiamo campi di concentramento e musei pieni di valige per renderci conto della magnitudine del fenomeno. Ma la memoria collettiva, per esistere, ha spesso bisogno di oggetti e luoghi: e l’albero dell’oblio, il viale dei mango e tutte le leggende che ruotano loro intorno sono, in fin dei conti, proprio questo – dispositivi narrativi (fra l’altro anche ben congeniati) per rendere visibile ciò che, sì, forse non è successo davvero… però sotto sotto avrebbe potuto. O no?
E intanto, vi basterà fare un giro su Google per vedere di quanta incredibile diffusione stiano godendo queste leggende oggettivamente prive di fondamento e in tal senso fin da subito smentite dagli storici: innumerevoli siti Internet la descrivono come cosa vera, i sacerdoti delle missioni vicine le raccontano spassionatamente ai volontari che li raggiungono; persino alcuni libri (e la totalità delle guide turistiche) ne parlano, ormai, come d’un dato di fatto.
E allora forse la domanda che sarebbe giusto porsi in questi casi non è tanto “questo mito è vero?”, quanto più “perché questo mito ha tanto successo? Cosa dice di noi?”.
In questo caso, potrebbe dirci molte cose: sul modo in cui l’Occidente guarda al suo passato, sul modo in cui cerca di elaborare le proprie colpe (e, se vogliamo, anche sul modo in cui la perdita dell’identità culturale subita dai popoli africani sia evidentemente percepita da molti di noi come uno dei più gravi danni frutto dello schiavismo e della colonizzazione).
E forse potrebbe anche dirci qualcosa d’altro: tipo che, sotto sotto, noi colti e razionali uomini del Duemila non siamo poi così diversi dai nostri avi dei secoli passati, tutti presi a inventare fantasiosi miti su draghi, streghe e apparizioni ultramondane. A modo nostro lo facciamo anche noi, e talvolta in modalità eclatantemente simili: perché no, i miti e le leggende non sono cosa del passato.
A titolo di curiosità:
In tutta questa fantasia, c’è una certezza: i mango di Loango non sono nativi del luogo. Vale a dire: il frutto succoso è originario dell’India, e si diffuse in Africa solo per effetto della colonizzazione. Già nel X secolo i mercanti arabi lo avevano portato a Zanzibar e Mombasa, ma la vera globalizzazione del mango comincia nel Quattrocento con l’arrivo dei portoghesi nelle Indie. Gli occidentali (portoghesi prima, e spagnoli poi) ne furono conquistati, e portarono il mango con sé: in Africa occidentale, nei Caraibi, in Brasile, in una sorta di colonizzazione botanica parallela a quella umana.
E di questo, oggi vi da prova Mani di pasta frolla, con una ricetta (deliziosa) a tema mango, sul suo blog.
Per approfondire:
- Robin Law, Ouidah. The Social History of a West African Slaving Port, 1727–1892 (Ohio University Press, 2005)
- Robin Law, Commémoration de la Traite Atlantique à Ouidah (Gradhiva, 8/2008)
- Helaine Silverman (a cura di), Contested Cultural Heritage: Religion, Nationalism, Erasure, and Exclusion in a Global World (Springer, 2014)
ac-comandante
Gli occidentali (portoghesi prima, e spagnoli poi) ne furono conquistati, e portarono il mango con sé: in Africa occidentale, nei Caraibi, in Brasile, in una sorta di colonizzazione botanica parallela a quella umana.
Infatti, le cultivar di mango che si trovano di solito qui sono di origine americana.
Quattro secoli dopo, gli inglesi fecero qualcosa di simile: colonizzarono le loro colonie asiatiche con gli alberi della gomma, infatti oggi il maggior produttore di gomma naturale è la Thailandia* (anche perchè ormai si producono gomme sintetiche con le caratteristiche specifiche per i singoli impieghi).
Chi li sentirebbe oggi i Verdi-di-fuori-rossi-di dentro!
*a Storia delle relazioni internazionali mi ero imbattuto in un trattato, tuttora vigente, stipulato nel 1925 fra Siam e Italia. Che interessi aveva Mussolini laggiù? Gomma, appunto: al tempo quella sintetica era ancora in fase embrionale (quella per pneumatici, poi, fu messa a punto in Germania solo nel 1929 ma rimase una curiosità di laboratorio fino al riarmo tedesco del 1935).
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Lucia Graziano
Pensa che io ero convinta (senza aver mai aver approfondito eh, ma così a sentimento) che il mango fosse di origine africana. E’ (appunto) una pianta così notoriamente diffusa in Africa e importante per quella cultura… Che fosse asiatico e che in Africa sia arrivato solo per importazione, non lo sapevo proprio e scoprirlo mi ha pure stupita!
Pensa te che giri fanno, a volte, gli alberi 🙂
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