Se può consolar qualcuno, l’estate del 1540 potrebbe esser stata ancor più calda di quella d’oggi

Il 29 settembre 1540, a Borgo Val di Taro, si vendeva acqua potabile a due quattrini al secchio.
Qualcuno potrebbe anche reagire con un “embeh?”, ma questo dipende dal fatto che noi moderni abbiamo la curiosa attitudine di schifare l’acqua del rubinetto investendo un sacco di denaro in quella deluxe che arriva direttamente dalle sorgenti oligominerali. Nel 1540, epoca in cui la gente aveva mediamente meno grilli per la testa, era a dir poco esotica la scena di un gruppo di villici che sul cocuzzolo dell’Appennino facevano la coda per comprare acqua (e pure a caro prezzo).

Eppure. A darcene testimonianza è Antonio Cesena, un sacerdote originario di Varese Ligure, autore di una Relatione dell’origine et successi della terra di Varese che, tra le altre cose, contiene un’interessantissima testimonianza sull’infinita e terribile estate del 1540.

Scrive infatti il sacerdote che

«furono quest’anno intolerandi caldi con pochissime piogge e perciocché essendo venuto un poco di pioggia a mezo di Aprile non piové poi una sola goccia d’acqua sino al dì 30 giugno. […] In questo giorno cominciò a piovere e piové tutto il giorno e la notte e poi anche l’altro giorno che fu il primo di luglio, acqua molto giovevole e grata[…]. Dopo non piové sino a’ 14 di luglio, nel qual giorno venne un po’ d’acqua che fu quasi un niente. Il primo poi, e il secondo e terzo dì d’agosto, piové assai abbondantemente. Ritornarono poi li caldi grandi e tanto crebbe la secità che le fiumane, benché mediocri, restavano asciutte e senz’acqua. […] Trovandomi in questo tempo al Borgo Val de Taro, vidi vendere l’acqua a due quattrini la secchia, e questo fu a dì 29 di settembre».

E fin lì, qualcuno potrebbe anche dire “eh, poraccio. Ieri c’avevo 34 gradi in casa al 5 settembre, non venire a parlarmi di caldo” – ma la cosa interessante è che Antonio Cesena ce l’avrebbe eccome, il diritto di parola. Anzi, in una gara tra derelitti affossati dall’estate, avrebbe buone chances di vincere il trofeo della jella: perché, dati alla mano, l’estate del 1540 fu davvero qualcosa di totalmente inedito. Ci sono studi (e li analizzeremo appunto in questo articolo) che suggeriscono che l’estate del 1540 possa esser stata addirittura peggiore della terribile estate 2003, che fino a poco fa era il nostro benchmark dell’orrore. I primi paragoni con l’estate del 2026 sono già stati fatti, ma ovviamente per farli con ragion veduta ci sarà bisogno di aspettare che finisca una volta per tutte, questa dannata estate.

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Giusto per chiarirci: non sto scrivendo questo articolo per incasellarmi nella retorica di chi nega il cambiamento climatico. A chi ritiene che “è estate, ha sempre fatto caldo” sia un’argomentazione valida per commentare quanto sta accadendo, suggerisco la lettura di questo articoletto di Saul Humphrey, o quantomeno la visione di questo suo grafico:

Le estati eccezionalmente calde non sono una novità assoluta dei nostri tempi: la Storia tiene ampia traccia di annate eccezionalmente torride, con temperature eccezionalmente al di sopra della media stagionale. La chiave del discorso sta tutta nel concetto di “eccezionale”: una volta, capitava una tantum; ultimamente sembra che il trend sia quello di capitare un anno sì e l’altro pure.

Ebbene: il 1540 ha l’aria di esser stato uno di quegli anni veramente eccezionali. Tra la fine del 1539 e l’autunno del 1540, grossa parte dell’Europa centro-occidentale fu investita da uno degli episodi combinati di caldo e di siccità più estremi che sia possibile documentare nell’intera storia del continente. Sul Plateau svizzero, ci furono sei giorni di pioggia nell’intero periodo febbraio-settembre. A Modena, a inizio aprile, i prati erano completamente secchi, tanto che la gente mandava il bestiame a pascolare nei campi di grano (cioè: per salvar la vita alle mucche, permetteva loro di mangiare quello che in teoria avrebbe dovuto trasformarsi nel cibo per gli esseri umani, di lì a qualche mese). Per par condicio, due mesi più tardi, la città decise di sacrificare i raccolti per salvare quel po’ di grano che non era stato usato come foraggio: il 23 maggio le autorità vietarono d’usare l’acqua del Canal Novo per irrigare i campi, perché quella poca che restava doveva essere destinata a far girare le pale del mulino alla Trinità. Sforzo inutile: i raccolti ne soffrirono, ed entro metà giugno una grossa parte dei mulini del contado era comunque ferma. Entro il 10 settembre, si era fermata pure la restante parte, e i pochi mulini che riuscivano ancora a funzionare venivano presi d’assalto da masse di disperati che percorrevano anche chilometri su chilometri pur di andare a macinare i loro miseri raccolti.

Ma non era solo una questione di siccità. Le fonti d’epoca concordano tutte quante: accanto al problema della siccità, c’era il problema che faceva un caldo atroce. Era un fenomeno che era iniziato già da un po’, e che all’inizio era anche stato accolto con ingenuo entusiasmo: Giovanni Maria Burigozzo annotava con piacere, nella sua Cronica di Milano, che la stagione invernale del 1539-40 era stata insolitamente mite, «senza neve e calda». Persino l’economia ne aveva tratto beneficio: quando ad aprile alcuni giorni di pioggia benedetta avevano interrotto quel lungo periodo di siccità, i campi avevano reagito fruttificando con netto anticipo, con gran gioia collettiva.

Burigozzo, secondo me, era l’antenato di quelli che a febbraio 2020 twittavano entusiasticamente #MilanoNonSiFerma salvo poi fermarsi male. A Modena, Tommasino de’ Bianchi aveva decisamente un altro approccio alla questione: la Cronaca modenese per l’anno 1540 è tutto un crescendo di esasperazione, che inizia nel giorno in cui il nostro amico ha la pessima idea di uscir di casa per prender parte alla processione delle Rogazioni di primavera. Torna a casa incredulo, completamente sfatto dal caldo, perché per strada c’era «el sole ardente come del mese de luio». Era il 5 maggio.
Il 12 luglio, il caldo era diventato sinteticamente «excessivo»; il 25 luglio, uomini e bestiame cominciavano a manifestare segni concreti e preoccupanti di sofferenza; nell’ultima decade del mese, «ogni homo crepava de caldo», parole sue. Ad agosto doveva sentirsi poco bene pure Tommasino, che smette di fare annotazioni sul clima, probabilmente per non deprimersi; il 7 di settembre, però, riprende in mano la sua penna per descrivere un tempo stranissimo, con notti finalmente fresche e giornate in cui, nonostante tutto, spuntava fuori «uno sole che desfarìa el piombo». Il giorno successivo, annotava desolato che c’era di nuovo un «caldo excessivo», mannaggia la miseria.

“Tommasino uno di noi”, verrebbe da dire con solidarietà ultrasecolare. Ma, al di là delle battute, qualcuno potrebbe giustamente obiettare “sì, ma non è che possiamo basare uno studio climatico sulle lagne di Tommasino buon’anima” – e ovviamente avrebbe ragione. Magari, per la Modena del ‘500, un caldo «excessivo» «come del mese de luio» era quello che a noi sembrerebbe una giornata fresca di primavera.

Fortunatamente, gli storici del clima non sono costretti a basare i loro studi sulle percezioni soggettive dei singoli cronisti. Persino per quelle epoche storiche che non avevano ancora un sistema di misurazione delle temperature paragonabile a quello dei nostri giorni esistono fonti che riportano dati oggettivi e analizzabili scientificamente. Per esempio, le date delle vendemmie: uno dei parametri su cui più frequentemente si basano gli storici del clima quando vogliono fare considerazioni sulle anomalie climatiche delle estati.

La logica è intuitiva: a parità di tutte le altre condizioni, una primavera e un’estate più calde del normale accelerano lo sviluppo della vite. È un fenomeno che chiunque può osservare normalmente in natura, e che possiamo ragionevolmente immaginare si verificasse tale e quale anche nei secoli passati.
Dunque, se sappiamo che, in una certa regione, la consuetudine secolare era quella di avviare la vendemmia in un determinato periodo, e improvvisamente leggiamo che in un certo anno la gente aveva iniziato a raccogliere l’uva con settimane di anticipo rispetto alla norma: beh, questo è un forte indizio che quell’anno lì abbia avuto un’estate insolitamente calda.

Ecco. Non ci sorprenderà scoprire che un ormai esasperato Tommasino annotava nel suo diario che, al 9 settembre, sette ottavi dell’uva modenese erano già stati vendemmiati, perché le vigne erano maturate troppo presto. E testimonianze simili ci arrivano letteralmente da mezza Europa: a Zurigo, il riformatore Heinrich Bullinger annotava nel suo diario di aver assaggiato il primo Sauser della stagione (mosto d’uva appena fermentato) nella assurda data del 10 agosto; a Ulm, le taverne avevano cominciato a servire il vino nuovo il 20 agosto. Hans Oswald Huber, autore di una cronaca della città di Sciaffusa, nella Svizzera del Nord, descrive la primavera-estate del 1540 con una precisione che è stata la gioia di tutti i climatologi: la primavera era stata quasi senza pioggia, le viti avevano finito la fioritura entro fine maggio, ed entro il 25 luglio l’uva era già matura. In quello stesso periodo – aggiunge – il Reno era talmente basso che i barcaioli avevano difficoltà a caricare le merci (visto che le barche galleggiavano molto al di sotto dei pontili); i pescatori, invece, esultavano, visto che di tanto in tanto arrivavano a riva pesci stremati dal caldo che galleggiavano sul dorso a pelo d’acqua (!), sicché la gente riusciva a pescarli direttamente con le mani.

Sembra la scena di una distopia post-apocalittica, ma più andiamo avanti a consultar le fonti e più l’orrore si intensifica. A Limoges, il canonico Pierre de Teysseulh annotò per il 1540 che la vendemmia era cominciata già in agosto e che dai grappoli pendeva una roba che sembrava l’uva passa per i dolci, tanto intenso era stato il calore: i chicchi d’uva s’erano rinsecchiti attaccati al ramo. Stando alla testimonianza di Sebastian Fischer, a Ulm, il 25 luglio gli alberi avevano cominciato a perdere le foglie secche come normalmente fanno a ottobre.

E potremmo andare avanti così per ore: anzi, qualcuno l’ha fatto davvero. Nel 2014, Oliver Wetter, Christian Pfister e una nutritissima équipe internazionale di storici e climatologi hanno raccolto oltre trecento testimonianze di prima mano provenienti da tutta Europa, per dare alle stampe un articolo titolato The year-long unprecedented European heat and drought of 1540 – a worst case. Se volete divertirvi a leggere a una a una le testimonianze (davvero sorprendenti, e anche confortanti per chi pensa che il mal comune sia un mezzo gaudio), le trovate qui. Se invece preferite andare al sodo, affidatevi al mio sunto.

Per capire che cosa stessero cercando effettivamente tutti quegli studiosi, bisogna però fare un piccolo passo indietro: nel 2013 Wetter e Pfister avevano già pubblicato uno studio, con un titolo che definire “bomba” è riduttivo: An underestimated record breaking event – why summer 1540 was likely warmer than 2003.
Wow. Capite anche voi che un’affermazione simile è una cosa grossa.

Il ragionamento dei due studiosi partiva dalle date delle vendemmie, seguendo appunto la logica che ho spiegato sopra. Per la Svizzera è possibile ricostruire una serie quasi ininterrotta delle vendemmie dal 1444 a oggi. Che la vendemmia del 1540 avesse avuto tratti totalmente anomali è cosa che abbiamo già appurato; Wetter e Pfister provarono però a trasformare quella stranezza in un dato quantitativo. Cioè: quanto caldo doveva aver fatto perché le viti si comportassero così?
Incrociando le testimonianze sull’uva già dolce, sulla comparsa del mosto e sull’avvio della vendemmia, gli studiosi conclusero che sul Plateau svizzero la piena maturazione dovesse essere avvenuta grossomodo fra il 12 e il 24 agosto. A quel punto confrontarono la serie storica delle vendemmie con le temperature effettivamente misurate nel periodo per il quale disponiamo di entrambe le informazioni, calcolando statisticamente di quanto tende ad anticipare la maturazione della vite se i mesi fra aprile e luglio sono più caldi del normale. Ottenuto quel dato, fecero il percorso al contrario: presero l’anticipo mostruoso del 1540 e si domandarono quale anomalia termica sarebbe stata necessaria a produrlo.

Il risultato fu impressionante. Se l’uva fosse arrivata a piena maturazione attorno al 24 agosto, per il quadrimestre aprile-luglio si ricavava una temperatura media di circa 4,7 °C superiore alla media 1901-2000; se invece la maturazione era già completa attorno al 12 agosto, l’anomalia saliva addirittura a +6,8 °C. Per confronto: nel terribile 2003, nello stesso quadrimestre l’anomalia era stata di circa +2,9 °C. Insomma: secondo quella ricostruzione, in Svizzera, la primavera-estate del 1540 avrebbe potuto essere parecchio peggiore persino del nostro benchmark dell’orrore estivo.

Certo: è una stima locale, ricostruita cinque secoli dopo attraverso un indicatore biologico; dunque, va presa con tutti gli asterischi del caso. Ci mancherebbe. Ma il risultato era comunque così clamoroso da incuriosire la comunità scientifica internazionale, ed è qui che arriviamo appunto alla mega-ricerca uscita, l’anno successivo, col titolo eloquente di The year-long unprecedented European heat and drought of 1540 – a worst case. Il campo d’indagine si era allargato: non era più “quanto caldo ha fatto in Svizzera”, ma “esistono altre testimonianze compatibili con un evento di quella portata?”.

E la risposta è sì. Il team di ricerca cominciò a rovistare negli archivi raccogliendo testimonianze d’epoca provenienti da Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Regno Unito, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Russia, Slovacchia, Spagna, Svezia e Svizzera, coprendo complessivamente un’area stimata in circa tre milioni di chilometri quadrati. Sono fonti tra le più svariate: diari meteorologici, cronache cittadine, diari privati, corrispondenza, registri parrocchiali che danno conto di preghiere e funzioni per chiedere la grazia della pioggia. Ci sono documenti contabili di mercanti ridotti sul lastrico, ci sono documenti amministrativi di città sgomente che danno conto dei livelli dei laghi, degli incendi boschivi, dei raccolti distrutti, dei mulini fermi, dei pozzi disseccati, dei fiumi non più navigabili. Il coro è pressoché unanime: nell’Europa centro-occidentale faceva un caldo boia, e c’era una siccità mai vista prima.

Alcune fonti erano abbastanza regolari da permettere agli studiosi di ricostruire approssimativamente il numero di giorni con precipitazioni. I risultati sono inquietanti: con le ovvie differenze regionali, la siccità si sarebbe trascinata per undici mesi, con circa novanta-novantacinque giorni di precipitazioni in meno rispetto alla media del XX secolo.
E poi c’erano i fiumi. Le fonti descrivono Reno, Elba e Senna a livelli eccezionalmente bassi, attraversabili a guado in vari punti; nell’agosto del 1540 il Lago di Costanza si era ritirato quel tanto che bastava da lasciar scoperta parte del fondale e rendere Lindau raggiungibile a piedi dalla terraferma. In alcuni tratti, le descrizioni sono così precise da permettere di stimare la portata dei fiumi: quella di Reno e Elba sembrerebbe essere scesa attorno al 10% della media attuale nel semestre estivo.
Per capirci: nel 2003, che pure fu un anno parecchio siccitoso, il deficit di portata estivo fu stimato attorno al 47% per l’Elba e al 37% per il Reno. Nel 1540, se le ricostruzioni sono corrette, staremmo parlando del 90%. Regà: quell’anno doveva esser stato davvero qualcosa di molto simile a una specie di inferno in terra.

La causa di tutto questo macello? Ovviamente, può solo essere ipotizzata. A giudicare dal pattern denunciato dalle fonti, i climatologi suggeriscono che, nel periodo della primavera-estate, l’Europa centro-occidentale sia stata dominata da una cresta persistente di alta pressione, orientata da sud-ovest a nord-est e collegata all’anticiclone delle Azzorre. In soldoni: un’enorme struttura anticiclonica che ha bloccato per mesi l’arrivo delle perturbazioni mantenendo condizioni di caldo e assenza di precipitazioni. A est di quel blocco, invece, le condizioni erano opposte: la cronaca di Novgorod ci parla, per la Russia, di una primavera insolitamente fredda, un’estate molto piovosa seguita da un gelo precoce che aveva danneggiato le colture.

Nell’Europa centro-occidentale, poi, è plausibile che la siccità estrema abbia contribuito ad acuire il problema. I climatologi mi spiegano infatti che un terreno ragionevolmente umido possiede una caratteristica molto utile, durante le ondate di calore: quando la terra viene scaldata dal sole, si raffredda più facilmente grazie all’evaporazione dell’acqua. Ma se il terreno è secco (o è fatto di asfalto, sol per questo), c’è ben poco da far evaporare: il suolo rimane caldo e si secca ancora peggio, innescando un circolo vizioso.

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Alle considerazioni di Wetter e Pfister, ovviamente, c’è stato un seguito. Nel 2016 e nel 2026 sono arrivate altre due ricostruzioni, basate su metodologie diverse, che sono giunte a risultati parzialmente diversi rispetto a quelli che qui ho descritto: secondo uno studio del 2016, per esempio, è assolutamente plausibile che i picchi giornalieri del 1540 abbiano raggiunto o superato quelli del 2003, ma è possibile che la media stagionale sia rimasta comunque più bassa. Ma questi studi, francamente, andateveli a cercare in bibliografia se siete interessati, sennò non finiamo più.

E il paragone tra il 1540 e il 2026? Beh: qualcuno l’ha già fatto – e questo qualcuno è proprio Christian Pfister, il coautore dei due articoli su cui si basa questo pezzo. Nel luglio di quest’anno, intervistato dalla televisione svizzera, Pfister sosteneva che il 2026 presentasse caratteristiche abbastanza inquietanti da ricordargli il 1540; ovviamente, però, aggiungeva anche che per capire quanto regga il paragone bisognerà ragionare a mente fredda quando l’estate 2026 sarà finita. Per adesso, sappiamo che nell’Europa occidentale quello del 2026 è stato il bimestre giugno-luglio più caldo dall’inizio delle registrazioni, con una anomalia di +2,79 °C rispetto alla norma del 1991-2020. Giugno, da solo, aveva raggiunto +3,06 °C; luglio +2,53 °C.

Saremo riusciti a battere la tremenda estate 1540? Lo scopriremo solo tra un po’.
Non so voi, ma io francamente non ci terrei particolarmente a guadagnarmi il primato, eh.


Per approfondire:

Immagine di copertina: Annual temperature anomaly 1540. Spatial reconstruction of the annual temperatures in Europe for the year 1540. Brown‑red shading indicates positive, and blue shading negative temperature anomalies relative to the 1961–1990 climatological baseline. The map is derived from a data‑assimilation (Reanalysis) approach that integrates climate model simulations with documentary evidence and tree‑ring proxy records.

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