Mangiare il cuore del proprio amato: strana romanticherie da gente medievale
“T’amo così tanto che vorrei mangiare il tuo cadavere e poi togliermi la vita”.
Una dichiarazione d’amore un po’ contorta, ma a quanto pare piaceva a quei pazzi medievali.
Storia e Folklore
“T’amo così tanto che vorrei mangiare il tuo cadavere e poi togliermi la vita”.
Una dichiarazione d’amore un po’ contorta, ma a quanto pare piaceva a quei pazzi medievali.
No: non fu un miracolo del cielo quello che consentì a Cristina di Svezia di gustare un piatto di fragole in pieno inverno.
Qualcuno direbbe che fu un miracolo per davvero… ma un miracolo molto più terreno, architettato per lei da un sapiente capocuoco.
“They told her how, upon St. Agnes’ Eve,
Young virgins might have visions of delight,
And soft adorings from their loves receive
Upon the honey’d middle of the night,
If ceremonies due they did aright”
Così recita un (inquietante) poemetto di John Keats, rifacendosi a un’antica tradizione.
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C’era una volta una epidemia.
Che barba, eh? C’è sempre una qualche epidemia, nella Storia.
Questa, però, è una epidemia strana, una di quelle che piacciono tanto ai medici appassionati di Storia. In effetti, permette loro di giocare a fare il dottor House nella macchina del tempo: c’è un’accozzaglia di sintomi improbabili da analizzare, ma non c’è (ad oggi) una diagnosi nota.
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Onestamente, non riesco a capire come mai non sia un tema più gettonato. Personalmente, io troverei geniale un reality show (ben fatto) ad ambientazione storica (tipo: i concorrenti vengono mandati a vivere in una dimora di inizio ‘900 e debbono rinunciare a tutte le comodità moderne). Non sarebbe una visione interessantissima sotto più d’un punto di vista? E infatti, ho trovato di enorme interesse l’esperimento condotto nell’inverno 2013 da Pavel Sapozhnikov, un giovane membro dell’associazione Ratobor, attiva nel mondo della living history.
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Marco, chiamiamolo così, andava a prostitute. Che non è una bella cosa da fare, anche se qualcuno avrebbe probabilmente detto che pagare una professionista è pur sempre il male minore, se l’alternativa è sedurre le ragazze del borgo con false promesse e poi abbandonarle, svergognate e magari incinte, non appena ti trasferiscono in un’altra caserma.
Sarà.
Fatto sta che Marco andava a prostitute, anche se “era un bravo ragazzo, salutava sempre!”, come ebbero poi a dire i suoi conoscenti all’ufficiale medico che indagava sulla vicenda.
Mettiamo caso (così eh, per ipotesi!) che una serie di sfortunati eventi ci impedisca di festeggiare il Natale come abbiamo sempre fatto, spingendoci a vacanze più quiete e casalinghe.
Che famo?
Ipotesi A: ci struggiamo nel profondo perché quest’anno non possiamo replicare tante care tradizioni.
Ipotesi B: approfittiamo di questo inverno anomalo per scoprire altre tradizioni che erano care ai nostri trisavoli e che (metti mai) magari potrebbero conquistare anche noi.
C’era una volta il santo vescovo Nicola, che sotto Natale portava i doni ai bimbi buoni.
E la cosa andava molto bene a tutti quanti tranne che a un teologo tedesco che si chiamava Martin Lutero, il quale – messosi a capo di una chiesa riformata – non esitò affatto nel dire ciò che pensava sul tema.
In fin dei conti, la differenza è tutta qui. In casa nostra, nel periodo di Natale, penetrano furtivi elfi operosi e vecchietti rubizzi che portano doni ridendo. Nelle case dei nostri trisavoli si infiltravano anime morte, spiritelli piantagrane e presagi di sventura.
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Un postino che non si vuole arrendere ai mali del mondo. Una regina dal cuore nobile. Una malattia che minaccia i bambini.
E naturalmente la magia del Natale!