Traumi

Giselle è stata per anni la mia bambola preferita.
Una deliziosa neonatina rosea e tondeggiante, con un musetto simpatico e due occhioni vispi. La bocca allargata in un sorriso faceva spuntare sulle guance due deliziose fossette, e le manine e i piedini grassocci erano avvolti da ciccette così realistiche da farti venir voglia di baciarle.
Era, ed è, una gran bella bambola, con le sue rughe sotto i piedini, con la boccuccia in cui si intravvedono i dentini da latte, con la spina dorsale che – udite udite – è messa in evidenza sulla schiena, tanto che con un dito la puoi seguire distintamente, fino a che non scompare sotto il pannolino.

Giselle è una gran bella bambola per davvero, e in questi giorni, rivedendola con occhio più adulto, mi è venuto voglia di esplorarlo per bene, questo balocco così realistico e così ben fatto. Sì, perché nella mia infanzia ci avevo giocato e basta, ma ad esempio non sapevo nemmeno che marca l’avesse prodotta…

E così, cercando disperatamente il marchio di fabbrica, le ho tolto la tutina e persino il pannolino.
E a quel punto, con grande sconcerto, ho scoperto, dopo vent’anni, che la mia Giselle – la mia adorata Giselle, la mia Giselle rosavestita, la mia femminilissima, eterea Giselle – è, senza ombra di dubbio, un maschio.

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