Personale

Andarsele a cercare

La mia insegnante di Italiano, alle Medie, era una emerita idiota.
Per carità, non che fosse l’unica. Eccezion fatta per la signora Rosa e per un’altra ammirevole insegnante, tutti i miei docenti della Scuola Media erano oggettivamente dei deficienti: un concentrato di irresponsabile demenzialità che ha pericolosamente rischiato di rovinarmi l’adolescenza, e per fortuna non c’è riuscito.
Ma, fra tutti gli idioti, la mia insegnante di Italiano era la più idiota in assoluto.

Ai tempi della storia che vi sto per raccontare, io ero in Prima Media, e la mia classe era stata coinvolta in un progetto didattico organizzato dal Comune di Torino. La tappa conclusiva di questo percorso sarebbe stata una lezione peripatetica in giro fra le vie del centro, alla scoperta di nuovi orizzonti e nuovi sapori.
E a me sarebbe anche piaciuto partecipare a questa lezione, dico davvero: solo che, due giorni prima, mi ero fatta male a una caviglia e facevo molta fatica a camminare. Insomma: con tutta la buona volontà di questo mondo, non mi sembrava proprio il caso di passeggiare per cinque ore ininterrottamente. Per cui, alla vigilia della famosa lezione, io avevo avvisato la professoressa che il giorno dopo sarei rimasta a casa per quel motivo.
La professoressa, bontà sua, si era molto arrabbiata. E’ scientificamente provato che, quando un alunno rifiuta di fare una certa cosa per motivi di salute, il professore lo angarierà fino allo sfinimento e non si arrenderà nemmeno di fronte a un certificato medico: senza ombra di dubbio lo studente sta mentendo, e si inventa malattie improbabili perché non ha voglia di lavorare.
Questo è il ragionamento che fanno inevitabilmente tutti gli insegnanti, e dunque lo stesso ragionamento fece anche la mia professoressa. La quale criticò aspramente la mia decisione, convinta che, sforzandomi, sarei riuscita a camminare. “Sembri mio marito”, mi urlò davanti a tutta la classe, “che non vuole più fare sesso con me da quando gli hanno operato l’uccello!”.

Disse proprio così. Mi parlò di suo marito e del di lui uccello.
Non fatemi domande, vi prego: non so per quale stupida ragione la mia professoressa idiota abbia deciso di confidare a una trentina di undicenni i più torbidi dettagli della sua problematica vita sessuale. Fatto sta che lo fece, povera deficiente.

Problema: io ero un’undicenne, per l’appunto.
Un’undicenne che giocava con le bambole e guardava La Melevisione.
Per me, a undic’anni, “uccello” voleva dire “uccello”.
Quindi, io avevo pensato che il marito della mia professoressa avesse un uccello (che so, un pappagallo, un canarino), e che gli fosse particolarmente affezionato. E immaginavo che, una volta ammalatosi l’uccello, il signore l’avesse portato da un veterinario e l’avesse fatto operare – stando molto in pena per la sua convalescenza, naturalmente, al punto tale da negarsi alla moglie sconsolata.
Mi sembrava l’unica valida spiegazione, insomma. Ed ero anche molto commossa per la storia di quel povero uccellino: non riuscivo a togliermi dalla mente l’idea di quel piccolo passerotto moribondo, e del suo padrone così tanto preoccupato.

Cosicché, due settimane più tardi, durante una lezione di Antologia io alzai la mano, e guardai negli occhi la mia professoressa.
E poi, affettuosamente, le chiesi se l’uccello di suo marito stava in qualche modo migliorando.

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