Vite di Santi e Beati

[Ma che sant'uomo!] Il giardino di Foca

Tempo fa, Antaress ha dichiarato che, se io scrivessi un libro sulle vite dei Santi, lei lo leggerebbe persino volentieri”.
Non l’avesse mai fatto: adesso, il libro, io pretendo di scriverglielo per davvero. Ed è così che oggi nasce sul mio blog una nuova, imperdibile sezione:

Ma che sant’uomo!

ovverosia

Tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che
men che meno
avreste osato chiedere.




Se mio padre si chiama Guido, è perché è nato il 31 marzo, giorno di San Guido.
Fortunatamente, la mia nonna materna non ha pensato di consultare il calendario prima di scegliere il nome per sua figlia: altrimenti mia madre, che è nata il 5 marzo, si sarebbe chiamata Foca. E, per quanto allettante potesse essere la prospettiva di avere una “Mamma Foca”, credo francamente che mia madre non avrebbe particolarmente gradito.

Foca, a dir la verità, non è un nome femminile. San Foca in effetti era un maschio: un maschione ben piantato che viveva a Sinope, sul Man Nero, e faceva il giardiniere.
San Foca era un cristiano, evidentemente. Non si trattava certo di una scelta di comodo, al tempo: quella cristiana era una religione appena nata, contro la quale gli Imperatori romani bandivano continue persecuzioni. Ma quell’ostinato giardiniere di Sinope non aveva alcun timore nel definirsi seguace di Cristo, e metteva in pratica tutti gli insegnamenti che la sua religione suggeriva.
Ad esempio, dava il cibo agli affamati e aiutava gli oppressi. Foca non era ricco – insomma, era solo un giardiniere – ma la sua casa era aperta ventiquattr’ore su ventiquattro per viandanti e stranieri.
E poi era sempre disponibile, sempre pronto ad aiutare.
Se la vecchina sola aveva tanta voglia di fare due chiacchiere con qualcuno, Foca era disponibile ad ascoltarla.
Se i bambinetti del vicino non sapevano come occupare il pomeriggio, Foca era il primo a proporre loro un gioco sempre diverso.
Se un viandante arrivava a Sinope e non sapeva dove alloggiare o quale via intraprendere per il ritorno, Foca era un Tom-Tom vivente pronto a dargli indicazioni.
E, in tutto questo, Foca continuava a parlare, parlare, parlare, parlare di Cristo. E ne parlava così tanto, e ne parlava così bene, e ne parlava in maniera così convincente, che a un certo punto il governatore locale si ruppe le scatole e decise di fare fuori quell’idiota.
Fu così che Foca il giardiniere fu condannato a morte senza processo e in gran segreto; e due sicari furono incaricati di ucciderlo.
Il buon Foca, ignaro di tutto, intanto se ne stava a Sinope a zappare il suo giardino.

Se la storia fosse destinata a terminare qui, con un giardiniere cristiano assassinato da due sicari, ci sarebbe ben poco da raccontare. Ma invece la storia va avanti, e va avanti con una svolta inaspettata: perché il caso volle che al buon Foca venisse data l’Occasione Della Sua Vita.

I due sicari mandati ad ucciderlo, evidentemente, non erano di Sinope.
Arrivati a Sinope quando già calava il sole, chiesero in giro dove poter trovare un posto per alloggiare durante la notte. Tutti quanti, all’unanimità, li indirizzarono alla casa di Foca: se solo sapeste che brav’uomo ci abita, signori viandanti! Ha sempre posto per i suoi ospiti, e sulla sua tavola non manca mai il pane!
E fu così che, ignaro di tutto, il buon Foca si sentì bussare alla porta dai suoi assassini.

Gli assassini chiesero ospitalità, e Foca fu ben lieto di dargliela.
Poi chiesero da mangiare, e Foca fu ben lieto di offrirgliene.
Poi, ormai convinti di potersi fidare del loro gentile anfitrione, gli chiesero consiglio sul modo migliore per rintracciare in poco tempo un suo concittadino: si trattava di un tal Foca, pericoloso ribelle che erano stati incaricati di uccidere.
San Foca incrociò le braccia sul tavolo, socchiuse gli occhi, e sogghignò fra sé e sé architettando Un Piano.
E, nel frattempo, invitò i suoi due ospiti a bersi un altro bicchiere di vino.

Molte ore più tardi i due sicari si risvegliarono con un insopportabile cerchio alla testa, mezzi sbronzi e con i postumi di un pasto colossale che quello strano giardiniere aveva tanto insistito per propinargli.
Si alzarono, si rivestirono, e scesero nella cucina per cercare il padrone di casa. Però non lo trovarono.
Lo cercarono nella sua camera, nel cortile, nelle stalle: niente da fare, Foca era letteralmente scomparso.
Decisamente perplessi, i due sicari imbracciarono le armi e si avviarono oltre la soglia, per lasciare quella casa. Del resto avevano un compito da portare a termine, e non potevano certo rischiare di fallire la loro missione.

Ma se la storia fosse destinata a terminare qui, con due sicari gabbati da un giardiniere cristiano, ancora una volta ci sarebbe ben poco da raccontare. Non temete, signori e signore: infatti la storia va avanti, e va avanti con una svolta inaspettata. Perché San Foca, oltre ad avere un nome del cavolo, era evidentemente alquanto masochista.
Non appena furono usciti di casa, infatti, i due sicari se lo ritrovarono proprio davanti, il buon Foca, tutto intento a zappare nel suo giardino. Per la precisione, nel suo giardino Foca ci si stava letteralmente scavando la fossa.
Essì, perché, se una qualsiasi altra persona nelle sue condizioni sarebbe come minimo scappata a gambe levate nel cuor della notte, Foca, vedendo i due sicari, spalancò le braccia e li salutò con un radioso sorriso, rivelando “ben svegliati! Sono io, Foca!”. E pare che abbia anche aggiunto “guardate, ho già scavato la fossa: così vi risparmio la fatica di seppellirmi”.

Non so cosa sperasse di ottenere San Foca, onestamente. Uno come San Francesco, che si rotolava nel fuoco tutto ignudo per scoraggiare le prostitute, come minimo avrebbe impressionato i due sicari e li avrebbe portati alla conversione.
Ma San Francesco aveva un certo charme: Foca era solo un misero giardiniere.
Lo ammazzarono nell’arco di mezzo minuto, poveraccio.

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