Vite di Santi e Beati

[Ma che sant'uomo!] Quell'idea fissa di San Gabriele

Ed ecco a voi, signori e signore: a grande richiest a insidacabile decisione maniacale della sua autrice, si arricchisce su questo blog lamatissima (?) rubrica

Ma che sant’uomo!

ovverosia

Tutto quello che non volevate sapere sui Santi,
e che men che meno avreste osato chiedere




San Gabriele Lalemant aveva poche idee, ma chiare: lui, nella sua vita, avrebbe fatto il missionario.
Poco importavano i pareri contrari di tutto il resto del mondo: lui, nella sua vita, avrebbe fatto il missionario, e grazie tante.

I genitori, una distinta famiglia parigina di estrazione medio-alta, a mandarlo in missione non ci pensavano manco per scherzo. Quel ragazzino doveva aver letto un po’ troppi romanzi di avventura: chissà cosa si credeva di andare a fare, in missione nel Nuovo Mondo! Per di più, era anche fragilino e impressionabile: figuriamoci cosa avrebbe potuto combinare, in uno sperduto villaggio del gelido Canada.
Ma Gabriele, per quanto debole e minutino, era più insistente di un neonato che vuole il latte, e più fastidioso di un mal di testa. Esasperati dalle continue proteste e dai lamenti ininterrotti, i signori Lalemant finirono per farsi strappare un assenso: e Gabriele riuscì finalmente a fare il suo ingresso nella Compagnia di Gesù. Correva l’anno 1630, e il ragazzo era appena ventenne.

Ancora in seminario, poi per tutto il noviziato, e anche il giorno della sua ordinazione, San Gabriele Lalemant continuò insistentemente a ripetere il suo proposito di fare il missionario in Canada.
I suoi superiori gli diedero picche, e lo mandarono a insegnare ai figli dei ricchi nel collegio di Moulins.

Gabriele replicò facendo voto di essere sempre a servizio degli indigeni. I superiori, in tutta risposta, lo trasferirono da Moulins a… Bourges, nel bel mezzo della Francia.

Gabriele, che non si faceva mettere i piedi in testa tanto facilmente, a quel punto ricominciò a protestare, e a insistere, e a supplicare. Insomma, a rompere le scatole a tutti i suoi superiori. I quali, poveretti, dopo quindici anni di ‘sto martellamento senza sosta erano disposti a tutto, pur di toglierselo dai piedi: e fu così che Gabriele sbarcò finalmente in Québec, il 20 settembre del 1646.

Tutto gasato, San Gabriele si presentò al Superiore della Missione in tenuta da trapper: “sono pronto agli ordini, padre! Cosa devo fare?”. Durante il viaggio in nave, Gabriele si era preparato per bene: aveva studiato il metodo dei missionari gesuiti di farsi selvaggi fra i selvaggi, aveva imparato gli usi e le tradizioni locali, si era studiato la lingua degli indigeni… “insomma, padre, sono pronto: ditemi, ditemi, dove mi mandate?”.
“Negli uffici, a fare il segretario”, rispose il Superiore della Comunità, lanciando a Gabriele un’occhiata molto condiscendente: “dove speravi di andare, fragilino come sei? Sembri un bamboccio!”.

A onor del vero, c’è anche da dire che il povero Gabriele ci metteva impegno, in tutto quello che faceva.
Fu un ottimo insegnante, a Moulins, e un eccellente educatore a Bourges. E anche come segretario, a Quebec City, non se la cavava per niente male.
Però, lui, nella vita, voleva fare il missionario.
E quindi cominciò a tormentare anche il povero Superiore della Missione, il quale aveva già i nervi a fiori di pelle per tutte le grane che derivavano dalle continue guerre tribali fra indigeni: Gabriele aveva un cinquanta per cento di possibilità di essere preso a randellate in testa, e un cinquanta per cento di possibilità di essere accontentato.
Il Superiore della Missione era per il partito della non-violenza, e dunque decise di mandare sul campo quell’insopportabile scocciatore.

Nell’estate del 1648, di conseguenza, San Gabriele Lalemant fu finalmente affiancato a padre Giovanni de Brébeuf come missionario nel villaggio di Sant’Ignazio, nel territorio degli Indiani Uroni.
Quelli che seguirono, furono i mesi più felici della intera vita di San Gabriele: si può ben dire che il religioso avesse realizzato il grande sogno della sua vita. E, in effetti, questo grande sogno lo aveva realizzato anche molto bene: nel marzo del ’49, gli Indiani convertitisi al Cattolicesimo erano oltre settemila.

Ma il 16 marzo 1649, dopo appena sei mesi, (sei mesi), (sei mesi!), dall’arrivo di padre Gabriele, i feroci Indiani Irochesi assalirono il villaggio degli Uroni.
Gli Irochesi erano più forti, più abili, più pronti, e per di più erano anche armati dagli Inglesi: la lotta fu impari, e si concluse in un bagno di sangue. Gli Uroni furono letteralmente sterminati, e i missionari non ebbero sorte migliore: padre Giovanni fu torturato a lungo, e poi ammazzato la sera del 16 marzo; padre Gabriele fu catturato subito dopo, e torturato con ancor più ferocia, prolungando i suoi tormenti dalle sei di sera fino alle nove del mattino successivo. Quando i suoi carnefici compresero che il sacerdote alzava gli occhi al cielo per chiedere conforto a Dio, glieli strapparono e nelle orbite vuote misero dei carboni ardenti; poi, gli fracassarono la testa con una scure. E, mentre il Santo era ancora vivo, gli aprirono il petto e gli strapparono il cuore, per bere del suo sangue: secondo le loro credenze, solo in quel modo avrebbero potuto assimilare lo straordinario coraggio di quel religioso.
Quel religioso troppo fragile e gracilino, che mai nessuno avrebbe visto come missionario.

(Cè da aggiungere, a onor del vero, che qualche giorno più tardi la notizia giunse a Québec, al Superiore della Missione; e dal Superiore della Missione al Superiore Gerenale; e dal Superiore Generale ai direttori dei collegi di Moulins e Bourges; e dai due collegi, ai genitori sconsolati.
E tutti costoro si saranno guardati negli occhi ammirando il carisma del loro figlio adorato e diletto; e poi lo avranno preso a luminoso modello per il loro futuro. E dopo un po
avranno anche ricordato la vita del sacerdote, che per quarant’anni aveva litigato con tutti per poter andare in missione, e, una volta arrivatoci, si era fatto ammazzare nellarco di sei mesi, e nel più truculento e orribile dei modi.
E – sì – ne sono convinta: prima o poi, qualcuno di loro dovrà pur averlo innocentemente pensato.
E poi non dica che non gliel’avevamo detto”).

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