Pillole di Storia

[Pillole di Storia] Lo sciopero delle lancette

L’ora legale è una gran seccatura, io l’ho sempre detto.
Aumenta il rischio d’infarto, crea irritabilità e insonnia, e ha contro di sé un numero impressionante di voci pronte a condannarla.
Però fa risparmiare energia, ed è adottata unanimemente da un gran numero di Paesi: una volta all’anno, io mi rassegno pacificamente a perdere un’ora di sonno, e tanti saluti.
Non tutti, però, la prendono con filosofia.
E, in particolar modo, i miei ex-concittadini hanno sempre avuto un rapporto piuttosto conflittuale con questa stranezza.
In effetti, a Torino, l’ora legale potrebbe essere additata come una delle remotissime cause dell’affermarsi del Fascismo.
Avete mai sentito parlare dello “sciopero delle lancette”?

Lo sciopero delle lancette inizia a Torino nella primavera del 1920, dopo che era stata stabilita per il 18 Marzo l’entrata in vigore dell’ora legale.
L’ora legale non era una novità in Italia – era già stata adottata durante la guerra, per risparmiare energia – ma nel 1920, chissà perché, la sua applicazione genera un mare di proteste. In particolar modo, gli operai della FIAT non avevano proprio nessunissima voglia di uscire di casa con il buio pesto anche per tutta la primavera: insomma, si consultano un po’ fra di loro, e poi chiedono di poter posticipare di un’ora l’orario di lavoro. L’azienda rifiuta; il Consiglio di Fabbrica, in segno di protesta, porta indietro di un’ora le lancette di tutti gli orologi dello stabilimento.
La FIAT, subodorando il pericolo di una protesta in grande stile, cerca di arginare sul nascere il fermento e provvede al licenziamento in tronco di tutti i “ribelli”. Per nulla spaventati, fra il 26 e il 27 marzo gli operai danno il via allo sciopero – il cosiddetto “sciopero delle lancette” per l’appunto – che nell’arco di pochissimi giorni riesce a raggiungere un consenso del tutto inaspettato. Prima tutte le fabbriche torinesi, poi tutti gli operai del Piemonte; appoggiano il movimento addirittura i braccianti, e persino da Genova e dalle altre città liguri giungono entusiastici moti di adesione.
E nel momento in cui già centomila lavoratori protestano… contro l’ora legale, la FIAT sceglie di reagire con la serrata dell’azienda.
L’indomani mattina, buona parte delle aziende piemontesi sono già occupate: gli industriali accusano i sindacati di puntare alla rivoluzione, e la Confidustria auspica la nascita di un governo forte. Giorni e giorni di protesta: si susseguono le settimane di occupazione – la FIAT lamenta l’inerzia dell’autorità locale, e infatti ottiene che cinquantamila soldati vengano fatti affluire in città.
Gli animi si scaldano: gli scioperanti chiamano alla lotta la classe operaia di tutto il Paese; alcuni industriali propongono seraficamente di cannoneggiare gli occupanti. Gramsci invoca uno sciopero nazionale indefinito per mettere in ginocchio il governo e preparare il terreno alla rivoluzione; un impresario entra armato nella sua fabbrica, e spara a due lavoratori.
La tensione cresce, e nella piazza principale di Torino vengono schierati mitragliatrici e cannoni pronti all’uso…
… se non che, a sorpresa, la GCdL proibisce la solidarietà con Torino, e il PSI prende le distanze dal movimento.

Da lì in poi, la strada è tutta in discesa: i sindacati decidono di negoziare privatamente con Agnelli senza interpellare i lavoratori; gli operai stessi, dopo essersi astenuti dal lavoro per tutto il mese di aprile, sono letteralmente ridotti alla fame per mancanza di stipendio.
Il segretario della FIOM accetta personalmente le proposte degli industriali, e i dirigenti dichiarano chiusa la vertenza: viene annunciata la fine dello sciopero, e gli operai, delusi e perplessi, si trovano improvvisamente abbandonati dai loro stessi sindacati e costretti a tornare al lavoro a testa bassa.

Insomma: è stato un niente di fatto. O, per meglio dire, uno dei numerosissimi niente di fatto della storia italiana dell’epoca: il Biennio Rosso è pieno di manifestazione di questo stampo.
Ma, a Torino, lo sciopero delle lancette (conclusosi peraltro con nove morti, fra operai e agenti di polizia), è sicuramente stato uno dei principali fattori che ha favorito l’accumulo di tensione fra industriali, borghesi, e comuni cittadini, spaventati di fronte alla prospettiva di una rivoluzione socialista o anche solo  di cinquantamila soldati in tenuta da combattimento, che piazzano cannoni nella principale piazza cittadina.
Non c’è da stupirsi, insomma, che anche dalle mie parti sia stato massiccio l’appoggio a quel nascente partito che si proponeva di evitare per il futuro situazioni simili.

E questo – incredibile ma vero – … a causa dell’ora legale.

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