Pillole di Storia · Torino

[Pillole di Storia torinese] La collera del Santo

Non è casuale, la data scelta per inaugurare la mia rubrica su Torino: ieri era il 24 giugno, festa di San Giovanni il Battista. E San Giovanni Battista, per chi non lo sapesse, è patrono dei sarti, dei cantanti, dei trovatelli, degli albergatori, dei fabbricanti di forbici, dei padrini, e di una considerevole quantità di altre cose e persone, fa cui c’è anche la città di Torino. Sì, insomma: a Torino, ieri sera, era festa. E nel mio piccolo, mi sembrava doveroso festeggiare, a distanza, la mia piccola patria.

Ebbene sì: il patrono di Torino è San Giovanni il Battista.
E non San Massimo, come mi han detto più volte da quando vivo a Pavia: checché ne pensino i lombardi, il patrono di Torino è San Giovanni.
Il buon San Massimo, poveretto, deve accontentarsi della carica di protovescovo.

Essendo San Massimo una persona molto saggia e avveduta, sono convinta che se ne sarà fatto una ragione. Anche se – diciamolo – è del tutto immeritato il generale oblio in cui è caduto il nostro Santo: primo vescovo di Torino, ha guidato la diocesi attraverso le invasioni barbariche, e ci ha peraltro lasciato oltre duecento scritti preziosissimi per ricostruire la quotidianità dell’epoca.
Se San Massimo fosse stato sepolto con tutti i crismi, e se la sua tomba fosse stata pubblicizzata un po’ di più dopo la sua morte, con tutta probabilità sarebbe stato lui a diventare il patrono della città. Invece, i resti mortali del Santo giacciono da qualche parte in Piemonte senza che nessuno ne abbia notizia: e così, il culto popolare per nostro Vescovo non ha mai ricevuto l’input per svilupparsi.

Nel XIX secolo, hanno dedicato a San Massimo una chiesa di Torino, e la strada ad essa adiacente.
In tempi molto più recenti, gli hanno intitolato pure una parrocchia (russa ortodossa).

Il che è tutto sommato già qualcosa, considerata la fama di cui godeva San Massimo nei secoli passati. Una fama che oserei dire inesistente.

Lo si capisce bene analizzando con piglio da storico la Vita di San Massimo, redatta a Torino sul principio del XII secolo. L’agiografo che l’ha composta scriveva evidentemente con un intento principale: spingere la popolazione a una maggiore attenzione verso il Santo. Il cui culto, in quell’epoca, doveva lasciare quantomeno a desiderare.
La tesi dell’agiografo, da questo punto di vista, è semplice e inequivocabile: il buon cristiano deve rispettare i Santi, ma anche temerli. La loro giusta collera, infatti, può essere molto pericolosa.
E San Massimo, a giudicare dagli scritti dell’agiografo, doveva essere un Santo particolarmente collerico.
E ne aveva anche tutte le ragioni, in fin dei conti.

San Massimo, poveretto, aveva commesso un solo sbaglio, in tutta la sua vita: e cioè morire.
Era morto malissimo, senza che nessuno gli conservasse il corpo a mo’ di reliquia.
Ed era morto d’estate, costringendo i suoi fedeli a andare a Messa in uno dei momenti più critici, per quanto riguarda il lavoro agricolo (posso onorare San Massimo andando alle sue funzioni, o posso scegliere di guadagnarmi il pane mietendo il fieno per l’inverno. Tertium non datur).
E per di più, San Massimo aveva avuto la jella impareggiabile di morire il 25 giugno, all’indomani della grande festa patronale. Cosicché tutti i Torinesi andavano a Messa il giorno prima, per San Giovanni, e ignoravano bellamente la funzione del 25.
Con questi presupposti, è francamente comprensibile che al buon Massimo – perdonatemi il linguaggio irrispettoso – girassero un po’ le scatole.

Sopporta oggi, sopporta domani, a un certo punto il nostro Massimo si era stufato di sopportare. E un bel giorno aveva proprio perso la pazienza, scagliandosi con tutta la sua collera contro quei contadini che, il 25 giugno, invece di onorarlo andavano a lavorare.
O almeno, così ci assicura il biografo.

Un primo contadino, radunato il fieno appena raccolto, se l’è visto disperdere da un turbine di vento.
Un secondo contadino, falciando i suoi campi, s’è mozzato una gamba con la falce ed è rimasto invalido.
Un terzo contadino, che lavorava tutto tranquillo, è stato preso in pieno da un fulmine manco fosse in un cartone di Will Coyote.
A un quarto contadino, il fieno si è rivelato impossibile da legare in fascio nel giorno di San Massimo.
Un po’ meno peggio è andata al quinto sventurato, che si era ferito a una gamba tagliando la legna. Dopo due anni di atroci sofferenze, il contadino aveva evocato l’aiuto del Santo: e, proprio alla vigilia di quella festa che non aveva voluto rispettare, era stato guarito, miracolosamente.
Un sesto contadino, invece, aveva appena aggiogato i buoi al suo carro carico. E poi, senza alcuna ragione logica, aveva visto il carro prendere fuoco sotto ai suoi occhi, causando la completa perdita del bestiame e del raccolto.

Molto prudentemente, e avendo evidentemente letto questa versione della Vita, nel 2004 il Vescovo di Torino ha preso in mano la situazione: e, ordinando un più ampio rifacimento dell’arredo liturgico, ha chiesto che sulla cattedra episcopale fosse rappresentato anche il protovescovo.
Che ora dovrebbe essere un po’ più contento, a rigor di logica.

Eppure… non so voi, ma secondo me la prudenza non è mai troppa. Fossi in voi, prenderei tutte le precauzioni del caso e lo festeggerei con entusiasmo e affetto, il Santo odierno.
E allora cantiamo! Balliamo! Festeggiamo tutti assieme! Perché oggi, signori, è la festa di San Massimo!!

In alternativa, se vi si fulmina il computer, poi non venite a dirmi che io non ve l’avevo detto.

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