Cosa succede se ti prendi il raffreddore nello spazio?

“Houston, abbiamo un problema. Mi sono preso il raffreddore”.
Non è l’inizio di una barzelletta, ma il riassunto di una conversazione Terra-Spazio realmente avvenuta, nell’ottobre del ’68.Essì: ormai lo spazio è di moda, sui blog. Fra pochi giorni ricorrerà l’anniversario del primo sbarco sulla Luna, e tutti quanti si stanno preoccupando di ricordare qualche dettaglio di quel glorioso giorno.
Eppure, prima che Neil Armstrong compisse quel suo piccolo passo per un uomo, decine di altri astronauti hanno messo a repentaglio la loro vita in missioni non meno importanti. Missioni che non godranno mai della notorietà di Apollo 11, ma senza le quali Apollo 11 sarebbe forse rimasto un sogno.Ad esempio, val la pena di raccontare qualcosina su Apollo 7.
Una missione che partiva con i peggiori auspici, dopo che l’equipaggio di Apollo 1, nel 1967, era morto soffocato nel corso di un’esercitazione prima ancora di staccarsi dal pianeta terra.
Per comprensibili motivi, dopo quella tragedia la NASA aveva fatto marcia indietro sull’opportunità di mandare uomini nello spazio. Le missioni dalla 2 alle 6 non previdero equipaggio, contentandosi di mandare in orbita navicelle vuote e alcuni strumenti di valutazione. Bisogna aspettare l’11 ottobre del ’68 per veder partire da Cape Canaveral una navicella spaziale comprensiva di astronauti: si trattava della missione Apollo 7, per l’appunto.
I tre intrepidi cosmonauti erano Walter Schirra, Donn Eisele, e Walter Cunningham.

A questo punto, se io fossi una blogger seria, mi metterei a parlare dei grandi meriti di questa missione. Tipo essere durata quasi undici giorni (più di tutti i voli sovietici messi assieme!), oppure esser stata la prima missione spaziale a trasmettere immagini in diretta televisiva

Apollo7TV

Schirra e Eisele intrattengono il pubblico in diretta dallo Spazio

Però, io non sono una blogger seria. E dunque vi racconto tutte quelle idiozie che probabilmente non leggereste mai su un libro decente: tipo che a un certo punto i poveri astronauti se la son vista davvero brutta, lì nello spazio.
E non per un errore tecnico, o per un guasto, o per un rapimento alieno.
Quei poveretti hanno serissimamente rischiato di morire, per colpa di un raffreddore.

“Esagerati! Io il raffreddore me lo prendo tre volte all’anno e non sono mai morto”, starete pensando voi che mi leggete.
Sì, però il raffreddore ve lo prendete sulla Terra.
Prendersi il raffreddore nel bel mezzo dello Spazio inizia a diventare più problematico: perché, in assenza di forza gravitazionale, il moccio non cola.
E mi rendo conto che questo post sta rapidamente virando verso lo “schifoso”, ma non c’è mica da scherzarci sopra. Se il moccio non cola, ti rimane nella testa e si accumula. Se non sei tu a fartelo uscire in qualche modo, rischi di morire in diretta televisiva soffocato dal tuo stesso muco, (che morte miserevole).

E siccome Walter Schirra si era imbarcato sulla navicella “covando” il raffreddore, e siccome il raffreddore è notoriamente una delle malattie più contagiose che esistano a questo mondo, nell’arco di pochissimo tempo tutto l’equipaggio di Apollo 7 si è ritrovato in serio pericolo per un banalissimo naso chiuso. (Per chi avesse voglia di leggersi 1188 pagine di comunicazioni radio in Inglese, qui ci trovate momenti veramente esilaranti, comprensivi della scoperta che, nello Spazio, se hai il raffreddore non ti cola il naso bensì le orecchie).
Ma, spulciando la trascrizione delle conversazioni Terra-Spazio, potreste anche imbattervi (e di frequente!) in momenti di vera tensione. Alcuni siti descrivono gli eventi come un vero e proprio ammutinamento spaziale, e in effetti non sono lontani dal vero: ché (metti la tensione di trovarsi nello spazio; metti l’angoscia di trovarsi nello spazio e ammalati), a un certo punto, gli astronauti cominciarono a dare fuori di matto.
O, quantomeno, a rispondere male ai poveretti che, dalla Terra, erano in contatto radio con loro. In più di un’occasione, attoniti tecnici NASA si sentirono rispondere “no” alle loro richieste, venendo oltretutto ricoperti d’insulti a causa delle procedure troppo lunghe e del cibo scadente (!) a bordo. Mai mettersi a discutere con un uomo col raffreddore.

Il peggio venne al momento dell’ammaraggio. Ormai in procinto di ritornare sulla Terra, i tre astronauti diedero il via a quello che, in effetti, non saprei come definire se non “ammutinamento” o direttamente “rivolta”, pretendendo a tutti i costi di eseguire le manovre di rientro senza indossare il casco né i guantoni della tuta spaziale.

Con un casco da astronauta in testa non ti puoi soffiare il naso, ovviamente, e manco le orecchie: e i tre uomini temevano che la forte pressione atmosferica che sarebbe venuta a crearsi in questa fase, unita a un ristagno di muco nella loro testa, potesse far scoppiare loro i timpani.

La richiesta, inaccettabile da ogni punto di vista per la pericolosità estrema che avrebbe comportato, causò non poche polemiche fra la direzione di volo e l’equipaggio. Solo alla fine, dopo estenuanti discussioni, la NASA fu costretta a cedere (o meglio: a prendere atto del fatto che gli astronauti avrebbero fatto di testa loro, con tanto di battute tipo: “L’unica nostra preoccupazione è l’atterraggio, stiamo parlando del tuo collo, spero che tu non te lo spacchi”. “Grazie per la premura baby”).

Le preoccupazioni della NASA non era infondate: ammarare senza una tuta spaziale completa può essere pericolosissimo. Quattro anni più tardi, a bordo della navicella spaziale Sojuz 11, tre astronauti sovietici eseguirono la manovra di rientro senza indossare una tuta di protezione, perché così prevedeva il loro piano di volo: una valvola difettosa sulla navicella si aprì quando non avrebbe dovuto aprirsi, e l’aria presente nell’abitacolo cominciò a fuoriuscire nello spazio. In assenza di un casco, i cosmonauti soffocarono prima ancora di poter riparare il banale guasto.

Gli occupanti dell’Apollo 7, invece, tornarono sulla Terra sani e salvi, oserei dir “miracolosamente”. Nonostante il raffreddore, e nonostante la manovra suicida, i tre cosmonauti avevano portato a termine la loro missione: non si erano mai allontanati dall’orbita terrestre, ma avevano fornito alla NASA preziosissime informazioni necessarie per i lanci successivi.
Tre settimane dopo l’atterraggio dell’Apollo 7, la NASA annunciò ufficialmente una nuova missione. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, avrebbe puntato alla Luna.

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