[Ma che sant’uomo!] Il più potente di tutti i re

C’era una volta, tanto tempo fa, un altissimo gigante.
Ahò. C’abbiamo agiografie dove ci son cavalieri che ammazzano draghi, vuoi che non ci sia anche un’agiografia che ha protagonista un gigante? Peraltro questo gigante era pure un brav’uomo, tant’è vero che l’han fatto Santo.
C’era una volta – dicevamo – un altissimo gigante chiamato Cristoforo. Molti secoli più tardi sarebbe diventato patrono degli automobilisti, ma, all’epoca, Cristoforo era un semplice gigante d’animo nobile, sebbene parecchio ambizioso.
Serviva con fedeltà il re di Caldea: gli faceva da guardia del corpo, e dava il suo apporto nelle battaglie. Era un servitore leale – mai uno sgarro, mai un’infedeltà – ma era anche un tipo che puntava in alto. Voleva servire il più potente di tutti i re: voleva avere la certezza di essere “dalla parte giusta”, dalla parte del vincitore, al fianco del più potente.
A Cristoforo non passò inosservato il fatto che il re di Caldea impallidiva e cominciava a tremare tutte le volte che gli giungevano ambasciate provenienti da quell’Imperatore il cui potere si estendeva su territori pericolosamente vicini al regno. Era palese che il re temeva una campagna militare nei suoi confronti.
Cristoforo capì che l’Imperatore doveva essere molto più potente del suo padrone, e, accomiatatosi dal re di Caldea, andò a cercar fortuna alla corte imperiale.

L’Imperatore accolse Cristoforo con entusiasmo: d’altro canto, i giganti erano merce rara, di quel tempo; e chi non vorrebbe avere un gigante nelle sue armate?
Furono anni emozionanti e ricchi di soddisfazioni, quelli che Cristoforo passò al fianco dell’Imperatore. Poi, il potente si ammalò (una banale malattia con febbre; niente di esageratamente pericoloso, almeno all’apparenza), e qualcosa si ruppe nella mente del grande re. Fece arrivare a corte centinaia e centinaia di medici provenienti da tutto l’Impero, e stregoni da ogni dove si prodigarono in infiniti riti magici, per garantire lunga vita al loro signore.
Cristoforo attese un po’ per vedere cosa succedeva (l’Imperatore guarì, alla fin fine), e poi fece due conti. Era palese – era stato piuttosto evidente a tutti – che l’Imperatore aveva un vero e proprio terrore, una paura irrazionale, di morire.
Cristoforo ne dedusse che la Morte era più potente ancora dell’Imperatore, e, accomiatatosi da lui, andò a cercare il Tristo Mietitore.

La Morte accolse Cristoforo con un certo entusiasmo: non le capitava tutti i giorni di trovare gente che smaniava per lavorare al suo fianco.
E quelli trascorsi in compagnia della Morte furono anni pieni di lavoro, di impegni, di scadenze, per il nostro gigante. Certo: stare a guardare gente che muore potrebbe anche non essere il massimo della gratificazione professionale, per molti di noi; ma Cristoforo apprezzava quel senso di potere che gli derivava dal suo incarico. Quella sensazione adrenalinica di poter disporre della vita di qualcuno: di potergliela prendere, di potergliela togliere. Lo faceva sentire potente, e Cristoforo pensava in tutta onestà che non potesse esistere potere maggiore del suo.
Finché, un giorno, non entrò nella camera di un vecchio monaco.
Il vecchietto, sdraiato a letto e pallidissimo, sobbalzò nel vedere la figura con falce e teschio che si ergeva solenne accanto a Cristoforo. Sgranò gli occhi, trattenne il fiato per qualche istante, poi guardò meglio e tornò a distendersi sul giaciglio, con aria improvvisamente più serena. “Benvenuta, sorella morte”, sussurrò quietamente. “Ti stavo aspettando”.
E quando la morte si avvicinò, il vecchio aggiunse ancora: “mi sono spaventato per il tuo aspetto: nell’ombra, preso alla sprovvista, avevo pensato che potessi essere il demonio. E invece sei solo tu, ed io ti accolgo con serenità, perché presto potrò godere della gioia celeste e del riposo eterno”. E poco dopo spirò, serenamente.
Cristoforo fissò la Morte come se non l’avesse mai vista prima di allora. Il vecchio l’aveva accolta con serenità; la sua unica paura era quella di dover incontrare il diavolo.
Era evidente, pensò Cristoforo, che il diavolo era più potente della Morte stessa. Accomiatatosi da lei, decise di servire Satana.

Satana lo accolse con grandi moine, perché è sempre così che ti attira nelle sue spire. Lo ricoprì di lussi, di complimenti, di onori, e di ogni gloria. Gli diede soldi, salute, piacere, potere: lo trattò come un vero principe, e prese l’abitudine di passeggiare a lungo con Cristoforo per dargli l’illusione di essere importante, di essere uno dei suoi figli prediletti. Cristoforo, ovviamente, non si era mai sentito così felice come nei lunghi mesi in cui prestò servizio presso il demonio – perché il demonio è mica scemo, sa bene quali punti toccare per tenerti avvinto a lui.
Fu proprio durante una delle passeggiate che soleva fare in compagnia di Satana, che avvenne qualcosa di strano. Anzi: qualcosa di allarmante. I due stavano camminando lungo un sentiero di campagna, davanti a loro c’era un trivio; e, nel punto in cui le tre vie si intersecavano, qualcuno aveva fatto costruire una piccola cappelletta votiva, sul cui culmine svettava una croce.
Non appena intravvide la croce in lontananza, Satana cominciò a gridare, a imprecare, e trascinò via Cristoforo per cambiar strada.
Era un atteggiamento assurdo, inconcepibile; era francamente spaventoso. Cristoforo aveva camminato al fianco di molti potenti in tutta la sua vita, e non aveva mai, e dico mai, avuto l’imbarazzante occasione di assistere una crisi nervosa di quella portata. Il suo signore e padrone era dunque un bambinetto isterico che si spaventava di fronte a due assi di legno incrociati?
Gli chiese spiegazioni. Pretese spiegazioni, e diciamo che un gigante arrabbiato che esige chiarimenti è ‘na cosa che fa un po’ paura, persino se sei il Demonio in persona. Alla fine, Satana acconsentì a parlare, anche se in modo un po’ evasivo. “Un giorno”, biascicò, “un tale, in Palestina, nel tentativo di annientarmi, accettò di morire ammazzato su una croce come quella. E tutte le vole che ci ripenso, ehm, la cosa mi fa arrabbiare. Mi fa arrabbiare così tanto, uhm, che rifiuto di vedere croci per evitare di doverci ripensare, a-ehm. Proprio così”.

Cristoforo lo guardò a lungo, e Lucifero sostenne lo sguardo. Ma c’era qualcosa che non tornava.
Mai, mai, in tutta la sua vita, Cristoforo aveva visto un’espressione di terrore simile a quella che si era dipinta sul volto di Satana, quando aveva intravvisto di lontano quell’immagine del Crocifisso.
Ne dedusse che, in fondo in fondo, forse Satana non era poi così potente. E un giorno, senza dirgli niente, decise di mettersi alla ricerca di quell’uomo misterioso che aveva voluto morire in croce.

Evidentemente, riuscì a conoscerlo. Fu in quel modo che il gigante prese il nome di “San Cristoforo”.

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