Cose cristiane · Pillole di Storia · Quaresima 2013

[Pillole di Storia] La libertà fantastica di donarsi a Dio

Vabbeh: la storia di San Cristoforo che ho raccontato ieri è chiaramente una leggenda, è favolistica (so di avere mamme, fra i miei lettori, che prendono i miei post sui Santi e li riciclano come storie della buonanotte ai loro figli… ecco: questa è per voi). Il tema del Crocifisso (o del segno di croce) che tiene lontani i demoni e vince su ogni magia pagana è un tema largamente presente in numerose agiografie, con un tot. di varianti:  se ricordate il mio vecchio post su San Cipriano, ad esempio, sempre lì si va a battere.
Fuor di metafora, questi racconti volevano illustrare il potere immenso dell’Onnipotente, e la protezione amorevole che Dio accorda a tutti i suoi figli. La leggenda di San Cristoforo, poi, è interessante anche perché, sotto sotto, ci descrive… una conversione. Una conversione un po’ sui generis e un po’ favolistica, okay; ma pur sempre una conversione. Una conversione che ci sembra anche più “verosimile” rispetto a quella di un San Valeriano, o di un San Genesio (o anche di un San Paolo…), perché non arriva così dal nulla: fulmine divino, illuminazione celeste, e patatrac! eccoti cristiano. Io non ho mai avuto esperienze di conversione perché son stata cattolica fin dalla culla, ma non credo che, fra i convertiti in linea, ci sia un’alta percentuale di gente che è stata fulminata sulla via di Damasco. Salvo casi miracolosi, le conversioni sono perlopiù lente, meditate, razionali, ponderate; forse anche controverse e dolorose, se vogliamo.
La leggenda di San Cristoforo, fuor di metafora, ci racconta una conversione come questa. Lenta, dolorosa, con molti passi falsi, ma ponderata. È una fiaba, una leggenda, ma come molte fiabe può insegnarci tanto.

***

Numerosi storici sostengono che il concetto di “individuo”, di “io, proprio me medesimo”, sia nato con l’età moderna, o verso la fine del Medio Evo. Molti medievisti (fra cui quelli del Dipartimento di Storia qui a Pavia) non concordano per niente, e portano anche delle evidenze per sostenere che già nel Medio Evo il concetto di individuo esisteva eccome. Però, è senz’altro vero che, nell’antichità, il concetto di “me stesso come singolo individuo” era abbastanza diverso da quello che abbiamo noi moderni.
Fossi nata nell’Antica Roma (diciamo, nell’epoca della prima diffusione del Cristianesimo, toh), non mi sarei intesa come “Lucyette, centro immobile del mio piccolo universo, attorno al quale ruotano come satelliti tutti i miei amici e i miei parenti e i miei colleghi e così via dicendo, ma in ruolo molto subordinato”.
Fossi nata nell’antichità, mi sarei intesa come “Lucyette, figlia di mio padre, appartenente al clan familiare di TizioCaio, membro del corpo studentesco dell’Università di Pavia”, e così via dicendo. Non ci si concepiva come singoli individui, ci si concepiva come “una parte di qualcosa”: di una famiglia, di un clan, di una corporazione, e così via dicendo. È strano, ma è importante da capire – perché, secondo certe interpretazioni, la prospettiva di convertirsi al Cristianesimo riscuoteva un particolare fascino proprio per questa strana forma mentis che accompagnava i Romani di quell’epoca.

Considerarsi come una parte della “famiglia di” – sia chiaro – non comportava solo l’impegno a presenziare ai pranzi della domenica con i parenti.
Considerarsi un membro della “corporazione di” – sia chiaro – non comportava solo l’incomodo di dover andare di tanto in tanto a convegni a tema animati da colleghi di tutto il mondo.
Se tu eri membro della tal famiglia e il pater familias ordinava di appoggiare la tale parte politica, tu lo facevi.
Se tu eri membro del tal collegio e il Grande Capo ti diceva di maturare una specifica devozione al dio protettore della categoria, tu lo facevi.
Se tu esisti non come singolo, ma come parte di un organismo, e l’organismo decide di fare una certa cosa… beh, tu ubbidisci. E ubbidisci con la massima naturalezza, voglio dire: non perché hai paura del padre padrona. Per citare San Paolo, voi l’avete mai visto, un piede che si rifiuta di stare attaccato al polpaccio e se ne va da un’altra parte in segno di protesta? Sarebbe innaturale e non converrebbe a nessuno, men che meno al piede.

In un’epoca con queste caratteristiche, un’esperienza come quella della conversione al Cristianesimo voleva dire, in buona sostanza, rompere questo schema.
La conversione al Cristianesimo era – come del resto è anche oggi – una scelta radicale: non potevi conciliarla con le devozioni pagane che avevi prima, o con la condotta peccaminosa che avevi fatto tua prima del Battesimo. Diventare fedeli di Cristo non era come diventare fedeli della dea Diana, che non ti faceva nessun problema se, oltre a venerare lei, tu offrivi sacrifici anche a Vesta a Giunione e a Cerere. Il Dio cristiano era (ed è) un Dio geloso, esclusivo, che ti vuole tutto per sé: è sempre stato molto chiaro nel dire che non puoi venerare contemporaneamente Lui e Mammona, e che si aspetta da te una seria conversione e un rifiuto delle tue passate abitudini, se incompatibili con la tua nuova fede.
Convertirsi al Cristianesimo, per un Romano, era una cosa grande e sconvolgente proprio perché comportava una scelta come singolo – una scelta radicale, di quelle che ti cambiano la vita, dopo la quale non potrai mai più essere “quello di prima”. Ma soprattutto, era una scelta privata che riguardava te, e te solo – non il pater familias, non il datore di lavoro, non la tua città. Te solo.

È difficile da capire per un moderno, ma provo a insistere. A Dio – al Dio cristiano – non gliene importa niente che tu cominci a venerarlo per senso di dovere, perché hai appena traslocato a due passi da piazza San Pietro e ti sembra brutto abitare a due passi dal Cupolone senza mostrare un minimo di devozione al “padrone di casa”. Il Dio cristiano non se ne fa niente di questa tua venerazione; gli dèi romani, invece, la esigevano. Se abitavi nella tal città consacrata al tal dio, era meglio diventare un suo devoto, altrimenti poi s’arrabbiava.
Al Dio cristiano non gliene importa niente, se ti hanno appena assunto come educatrice in un asilo di suore e quindi ti senti in dovere di andare ogni tanto ad accendere un cero in cappella, perché sennò il Buon Dio si arrabbia. Il Dio cristiano non se ne fa niente di una venerazione simile; gli dèi pagani, invece, la consideravano più che doverosa.
Il Dio cristiano pretendeva semmai una seria riflessione, una professione di fede meditata, un donarsi a Lui per sempre che riguardava te e solo te – non aveva niente a che vedere col tuo stato di famiglia o col tuo comune di residenza. A noi sembra scontato, ma per un Antico non lo era affatto.

Anzi: per un Antico, era proprio una novità dirompente, enorme, quasi spaventosa nelle sue implicazioni – una volta tanto, sono io che scelgo. Sono io che valuto le varie “offerte” sul mercato religioso, sono io che decido che il culto degli dèi pagani non fa per me, sono io che prendo una decisione che stravolge la mia vita senza dipendere da nessun altro. Una decisione mia, solo mia, totalmente mia, in cui valgo come singolo e non come “parte di”.
In alcuni casi, la scelta di convertirsi poteva persino diventare un gesto di “ribellione”, nel senso buono del termine. Io abbandono la vita del mio clan, della mia famiglia, ed entro a far parte di questo organismo di spiriti eletti che hanno capito tutto e che hanno avuto il coraggio di sfidare la mentalità corrente. Ah! Se lo sapesse mio padre, se lo sapesse mio marito, che sto mettendo in discussione le scelte che loro hanno fatto per me, e che sto prendendo in mano la mia vita facendo il grande passo di battezzarmi. Ah! Io sì che son coraggiosa.

Dev’essere un po’ la stessa sensazione che si prova a convertirsi adesso, epoca in cui la scelta di abbracciare Cristo risulta comunque controcorrente rispetto ai diktat della mentalità di massa. Ma, per gli Antichi Romani, la conversione doveva esercitare ancora un ulteriore fascino: l’opportunità di essere se stessi, per una volta nella vita, e di prendere una decisione che riguardava te, Dio, e null’altri. Senza la necessità di dover dar conto a nessuno di quello che facevi o di quello che pensavi. Contando perché eri tu e tu solo; non tu “come figlia di”; non tu “come stipendiato da”. Tu: tu e basta. Dio aveva scelto te per quello che eri, non per la tua condizione, o per il tuo status, o per il cognome che portavi. Voleva te: semplicemente te, e null’altro.

Era questa la vera libertà, ci avrebbe detto un Romano di quell’epoca.

 

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