Pillole di Storia · Quaresima 2013

[Pillole di Storia] Ma i Romani non avevan mai fatto storie, ai nuovi dèi…

Okay: a questo punto, abbiamo capito come mai il Cristianesimo aveva riscosso tanto successo nella società romana dei primi secoli, abbiamo capito quali erano i meccanismi psicologici e sociologici per cui la gente si convertiva… a questo punto, possiamo passare alla parte più avvincente della Storia: cioè, quando gli Imperatori si incavolano coi Cristiani, e incominciano a maciullarli tutti.
A proporre a dei giovani adolescenti un’antologia di storie di martiri compilata ad hoc, secondo me ci sarebbe di che tenere avvinti alla cultura cattolica decine di giovanotti: fra amputazioni e torture e sopraffazioni e fiotti di sangue, c’abbiamo più splatter noi che un’intera serie di film horror.

Ma prima di passare ai fiotti di sangue, c’è una cosa che mi son sempre chiesta.
Perché cavolo ce l’avevano così tanto coi Cristiani, gli Imperatori romani??

No, sul serio: è una domanda valida.
I Romani non s’eran mica mai fatti dei problemi, ad ampliare il loro pantheon di dei man mano che si imbattevano in nuove divinità straniere.
Conquistavi la Frigia? Bene! Se i Frigi volevan portare a Roma le loro divinità, ben venga.
Conquistavi l’Egitto? Bene! C’è tutto un fiorire di devozioni a Iside che ha lasciato tracce pure nella letteratura.
I Romani non erano mica monoteisti, non erano mica gelosi dei loro dei; non si erano mica mai fatti problemi, ad accogliere in casa loro nuove divinità, all’occorrenza.
Anzi: ogni tanto, era proprio Roma ad invitare nuovi dei nella città su Tevere, per fare amicizia con loro.

C’era ad esempio – pensate un po’ – il rito dell’evocatio. Nel momento in cui i Romani avevano mosso guerra a una città nemica, e la stavano per conquistare, evocavano, letteralmente, le divinità protettrici di quel territorio, invitandole cortesemente a sloggiare e a dar loro campo libero. In sostanza prendevano gli dei locali e commentavano: “amico, questa città è in rovina, presto sferreremo l’attacco finale, resteranno solo macerie – realisticamente, mica ti conviene restare a proteggere ‘sta manica di derelitti. Fai un voltafaccia, passa dalla nostra parte: aiutaci a radere al suolo questa città, e noi ti dedicheremo un tempio a Roma!”.
Un esempio “leggendario” di questa pratica risale ai tempi della guerra di Troia: gli achei vengono a sapere che la città non potrà mai essere conquistata fintantoché avrà “dalla sua parte” la potente Pallade, e allora Ulisse e Dionimede riescono a intrufolarsi oltre le mura della città assediata, per rubare la statua di Pallade che i Troani veneravano. È il famoso “ratto del Palladio”. Con la statua di Pallade nell’accampamento acheo, gli assedianti ebbero gioco facile per conquistare la vittoria.

In altri casi, specifiche divinità potevano essere fatte arrivare a Roma perché in città c’era bisogno di loro, per situazioni di emergenza.
All’inizio del III secolo avanti Cristo, una terribile pestilenza stava imperversando in tutto il Lazio, decimando la città di Roma e mettendo in ginocchio le campagne. I sacerdoti romani, che avevano sentito parlare di un certo dio di nome Esculapio che guariva un sacco di gente in Grecia, pensarono bene di organizzare una spedizione. Una delegazione romana si recò in Grecia, ad Epidauro, nel grande tempo dedicato a Esculapio, e supplicò il dio di venire ad abitare a Roma, almeno per un po’ di tempo, ché lì sul Tevere le cose si stavan mettendo male.
Esculapio obbedì con gioia e poco tempo dopo gli venne costruito un tempio sull’isola Tiberina, dove lui cominciò a darsi da fare per curare i malati.

Un altro caso interessante è quello di Cibele. La dea Cibele se ne stava tranquillamente nella sua casetta a Pessinunte, in Frigia, quand’ecco che a Roma cominciò a circolare una profezia secondo cui i Romani sarebbero stati miseramente sconfitti (erano gli anni della seconda guerra punica) se non fossero riusciti ad avere l’appoggio di Cibele, appunto.
E aridaje con la spedizione diplomatica: un’ambasceria di cinque persone fu inviata a Pessinunte per ingraziarsi la dea, e ritornò a Roma portandosi sotto braccio una grande pietra irregolare che simboleggiava appunto il potere divino.
Effettivamente, Roma vinse la guerra.

Sì, insomma: sono solo tre esempi famosi, ma sono anche significativi. Roma non s’era mai fatta problemi ad aggiungere nuove divinità al suo pantheon, anzi, era pure contenta di farlo: più siamo, meglio stiamo. L’Impero non s’era mai sognato di perseguitare e martirizzare in massa i fedeli di altre religioni (almeno: così parrebbe da questi esempi, o no?).
E quindi, che caspita aveva combinato, il “nostro” Dio, per star così pesantemente sulle scatole a generazioni intere di Imperatori?!?

2 thoughts on “[Pillole di Storia] Ma i Romani non avevan mai fatto storie, ai nuovi dèi…

  1. Boh, forse perché il Cristianesimo pretendeva che si credesse in un unico Dio e la cosa seccava alquanto gli imperatori che si ritenevano a loro volta dei? O per la storia di Nerone? O magari solo perché alle legioni dava problemi il fatto che le nuove reclute dicessero cose tipo: “spiacente ma non posso andare in guerra, sono cristiano… ‘non uccidere’ eccetera…”

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